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che futuro per l'Ue?

La “dottrina economica europea” di Macron per un'Europa adulta

Il presidente francese propone debito comune per difesa e tecnologie critiche e riprende, con lessico pragmatico, la diagnosi di Draghi: senza investimenti europei rapidi e su scala, l’Unione europea rischia la marginalità economica e strategica.

Emmanuel Macron torna a parlare di Europa come di una scelta, non come di una cornice. Lo fa a quindici mesi dalla fine del suo secondo mandato, quando non ha più nulla da rivendicare sul piano elettorale nazionale, ma ancora molto da spendere sul piano politico europeo. Nell’intervista concessa al Monde e ad altri sei quotidiani europei, tra cui Il Sole 24 Ore, il presidente francese delinea una “dottrina economica europea”: difesa, tecnologie critiche, capacità di investimento comune. Il punto non è nuovo, ma il contesto è cambiato.

Macron parte da un dato che ricorre più volte nelle sue risposte: l’accelerazione cinese. Da quando Mario Draghi ed Enrico Letta hanno consegnato i loro rapporti sul futuro dell’Unione, Pechino ha ampliato il proprio surplus commerciale fino a mille miliardi di euro. In parallelo, gli Stati Uniti hanno reso evidente che la prevedibilità non è più un tratto strutturale del loro rapporto con l’Europa. In questo quadro, dice Macron, l’Unione è diventata “il fattore di aggiustamento del resto del mondo”: il mercato più aperto, quello che assorbe gli squilibri altrui. La domanda, per l’Eliseo, è se l’Europa intenda restare tale o se voglia diventare una potenza.

La parola “potenza” ricorre spesso, ma non è usata in senso ideologico. Macron la declina in termini economici, finanziari, militari e democratici. È qui che si innesta il cuore della proposta: investimenti comuni su scala europea, finanziati da una capacità comune di indebitamento. Non mutualizzazione del debito passato, insiste il presidente francese, ma debito nuovo per spese future: difesa, sicurezza, transizione ambientale, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche. Le cifre richiamano direttamente il lessico draghiano: agli 800 miliardi annui stimati dall’ex presidente della Bce per il verde e il digitale, Macron aggiunge la difesa, arrivando a circa 1.200 miliardi l’anno.

Il ragionamento è lineare. I bilanci nazionali sono sotto pressione, i mercati globali chiedono attivi sicuri e liquidi, il debito europeo è richiesto ma scarso. Per Macron, questa non è una fragilità ma un’opportunità. Se l’investimento resta nazionale, avverte, i paesi più grandi correranno e quelli più piccoli resteranno indietro, con il risultato di frammentare ulteriormente il mercato unico. Se invece l’investimento diventa europeo, si finanziano grandi programmi comuni e si preserva l’integrità del mercato interno. È un’argomentazione che riecheggia l’impostazione di Draghi: l’Europa come spazio economico che funziona solo se agisce come unità.

Accanto al tema del finanziamento, Macron individua quattro assi di intervento. Il primo è la semplificazione e il completamento del mercato unico. Il secondo è il de-risking: riduzione delle dipendenze commerciali, energetiche e tecnologiche, inclusa la promozione dell’euro come moneta internazionale, anche attraverso strumenti come l’euro digitale o stablecoin denominate in euro. Il terzo è la “preferenza europea”, declinata in modo pragmatico: clausole di salvaguardia, clausole-specchio, contenuto europeo nelle filiere strategiche. Il quarto è l’investimento in innovazione, dove il ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina viene definito senza attenuanti.

Non c’è, nelle parole di Macron, alcuna proposta di revisione immediata dei trattati né un richiamo esplicito al federalismo. Anzi, il presidente francese dice di diffidare del termine, perché alimenta fantasmi. Il riferimento a Draghi è indiretto ma chiaro quando parla di “federalismo pragmatico”: decidere insieme, rapidamente, senza attendere riforme istituzionali che oggi non appaiono realistiche. Se entro sei mesi non arriveranno decisioni forti, aggiunge, allora si dovrà prendere atto che alcuni paesi andranno avanti attraverso cooperazioni rafforzate.

Anche sul piano industriale e della difesa, Macron mantiene la stessa linea. Difende il progetto franco-tedesco del caccia di nuova generazione Scaf come uno standard europeo necessario, non come un simbolo politico. Standardizzazione, scala, sinergie: il lessico è quello della razionalità industriale più che dell’orgoglio nazionale. E quando parla del rapporto con gli Stati Uniti, lo fa in termini di riduzione del rischio e autonomia decisionale, non di rottura.

Nel complesso, l’intervista restituisce l’immagine di un presidente che tenta di tenere aperta una finestra politica europea nel momento in cui il tempo stringe. Non c’è enfasi messianica né retorica da fine mandato. C’è piuttosto l’idea che l’Europa sia entrata in una fase di emergenza strutturale e che continuare a rinviare le decisioni equivalga a scegliere la marginalità. È una diagnosi che si sovrappone in larga parte a quella formulata da Draghi: meno discussione, più capacità di esecuzione; meno illusione regolatoria, più investimento comune; meno Europa come spazio di compensazione, più Europa come attore.

Che i Ventisette siano pronti a seguirlo resta una questione aperta. Ma il punto sollevato da Macron è difficilmente eludibile: l’Europa può ancora permettersi di non decidere.

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