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Falle umanitarie

Dalle ong alle relatrici dell'Onu, i paladini dei diritti umani divorano se stessi

Giulio Meotti

Amnesty corre più veloce contro Bezos che per le forche iraniane, una ong cade in scissioni per moderare le sue accuse a Israele, i relatori delle Nazioni Unite condividono panel con Hamas. Il capitalismo americano è un bersaglio facile e immediato, le teocrazie autoritarie molto meno

“Ad Amnesty International sono stati dieci volte più rapidi nel condannare i licenziamenti di Jeff Bezos al Washington Post che a condannare le atrocità perpetrate dal regime islamico in Iran in tre settimane” scrive Hillel Neuer, direttore di UN Watch. L’organizzazione è stata fulminea nel condannare i licenziamenti al quotidiano presentandoli come un attacco alla libertà di stampa. Di fronte alle atrocità perpetrate dal regime iraniano, le reazioni della ong sono state lente, tiepide o assenti. La sproporzione temporale e di tono rivela un pregiudizio strutturale: il capitalismo americano è un bersaglio facile e immediato; le teocrazie autoritarie, molto meno. 

Intanto, il ministro degli Esteri dell’Iran compariva a un forum di al Jazeera sulla Palestina al fianco del leader di Hamas Khaled Meshaal e di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu. Il Wall Street Journal racconta la “lobby iraniana nelle ong”. Parla di Trita Parsi, che ha fondato il National Iranian American Council, che promuove una politica statunitense più amichevole nei confronti del regime di Teheran. A Foad Izadi dell’Università di Teheran è stato chiesto degli sforzi di lobbying dell’Iran in un programma trasmesso sulla tv di stato iraniana. “Il nostro metodo dovrebbe essere discusso in via ufficiosa”, ha detto. “Il nostro metodo era Trita Parsi, giusto?”, ha chiesto il suo interlocutore. “Sì, no, questo verrà registrato!”, ha risposto Izadi.

La seconda storia sollevata dal Journal riguarda Human Rights Watch, altra famosa ong dei diritti umani, il cui direttore per Israele e la Palestina si è dimesso dopo aver accusato Human Rights Watch di non essere abbastanza antisraeliana. Omar Shakir ha detto che i vertici hanno bloccato il rapporto del suo team che accusava Israele di “crimine contro l’umanità” per non aver accettato il “diritto al ritorno” palestinese (Israele dovrebbe accettare i milioni di discendenti degli arabi sfollati nella guerra del 1948 da loro scatenata, finché non ci sarà più uno stato ebraico). La ong americana apprende la lezione: una volta che si comincia ad abusare del linguaggio dei diritti umani per scopi politici, non è facile fermarsi. Danielle Haas, caporedattrice di Human Rights Watch dal 2009 al 2023, ha criticato Shakir: “Nutri un lupo e ti mangerà. Per anni, Human Rights Watch ha tollerato, placato e giustificato Shakir come sostenitore del boicottaggio di Israele. Ora tocca a loro ricevere il trattamento ideologico. I suoi vecchi trucchi usati contro gli altri, ora rivolti contro di loro: petizioni, divisioni, politica. L’appeasement, alla fine, ti morde sempre”. Shakir è stato il principale autore di un rapporto di Human Rights Watch del 2021 che accusava Israele di apartheid. Intanto Medici Senza Frontiere si esprime costantemente contro Israele, ma non si pronuncia molto sull’Iran. I diritti a quanto pare finiscono ai confini politicamente scomodi.

L’inviata dell’Onu per la libertà di parola, Irene Khan, che non ha mai visitato regimi che perseguitano i dissidenti come Cina, Russia, Iran o Cuba, è appena andata a ispezionare la Germania. La sua preoccupazione? Che “limitino la difesa dei diritti dei palestinesi”. La Germania dunque, con le sue leggi contro l’incitamento all’odio e il negazionismo, è il problema; Teheran, che impicca i manifestanti, no. La stessa Khan, da segretaria di Amnesty, definì Guantanamo “il Gulag del nostro tempo”. Quando Amnesty corre più veloce contro Bezos che per le forche iraniane, quando una ong cade in scissioni per moderare le sue accuse a Israele, quando relatori dell’Onu condividono panel con Hamas o vanno a bacchettare Berlino invece di Teheran, l’universalismo umanitario ha divorato se stesso e resta soltanto la propaganda travestita da morale.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.