Teheran vuole giocare a negoziare

Micol Flammini

Il regime degli ayatollah fa una lista di pretese per arrivare al tavolo dei colloqui con gli americani. Witkoff e il consiglio di alcuni alleati all'Iran: mostra a Trump che puoi dargli qualcosa

Prima di un possibile attacco, la diplomazia si muove a ritmo forsennato. Più si fa veloce, frenetica, più vuol dire che l’attacco è possibile e tutti credono davvero che possa accadere. Il presidente americano Donald Trump ha schierato in medio oriente la sua “big beautiful armada”, un gruppo da battaglia di una portaerei puntato contro la Repubblica islamica dell’Iran. Si sa che esistono piani di attacco, non è sicuro che sia stata presa una decisione. La pressione americana in medio oriente è volta a trascinare il regime di Teheran al tavolo dei negoziati e forse, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato speciale per il medio oriente Steve Witkoff si incontreranno a Istanbul, in Turchia. Oggi Witkoff sarà in Israele, poi andrà ad Abu Dhabi, per un nuovo ciclo di incontri fra russi e ucraini, e la sua mappa negoziale potrebbe culminare con l’incontro del   ministro degli Esteri iraniano. 

 
Gli iraniani hanno fatto una lunga lista di argomenti che non sono disposti a trattare e hanno già escluso uno dei più importanti: il programma missilistico. Il regime non mette in discussione il suo arsenale e non è chiaro cosa sia disposto a cedere riguardo al programma nucleare, mutilato con la Guerra dei dodici giorni iniziata da Israele a giugno dello scorso anno. Araghchi ha anche detto che Teheran non è disposta a parlare fino a quando gli Stati Uniti le terranno le armi puntate contro. E’ più lunga la lista di tutto ciò che Teheran pretende rispetto a cosa è disposta a concedere. 

  
Gli iraniani hanno un vantaggio e sono stati alcuni paesi arabi che hanno contatti con Teheran, come la Turchia e il Qatar, a mostrarlo: Trump vuole un accordo, per fermare un attacco basta mostrare al presidente americano di essere disposti a dare qualcosa. Il regime iraniano conduce i negoziati sempre allo stesso modo: lunghi cicli di colloqui che non portano a nulla, portati avanti soltanto per dimostrare di essere aperti e disponibili a dialogare. Potrebbe essere proprio il dialogo l’unico elemento che gli iraniani sono disposti a concedere a Trump. Il regime, rispetto a giugno dello scorso anno, sa che ci sono paesi in medio oriente che si sono esposti contro la guerra, impauriti dal fatto che questo non sarebbe un conflitto fra Israele e l’Iran, ma fra gli Stati Uniti e l’Iran, la dimensione sarebbe diversa. 
Witkoff è l’uomo che lega la guerra in medio oriente con quella in Europa. Valuta i due conflitti in modo diverso, ma in tutti e due i contesti ha mostrato una caratteristica: negozia al ribasso. 
   

Di più su questi argomenti:
  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)