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Anatomia di un regime
Per Trump ora anche Cuba è pronta a trattare, ma non è il Venezuela. L'embargo sul petrolio
Le dichiarazioni del presidente americano vanno prese con cautela. Ma il precedente di Maduro consiglia di non liquidare le sue parole come pura fantasia
Secondo Trump, dopo il regime del Venezuela anche quello di Cuba sarebbe pronto a trattare per una transizione. Quel che con Caracas è stato ottenuto grazie al raid in cui Maduro è stato catturato, con l’Avana sarebbe invece frutto di un durissimo embargo sul petrolio. “Se nelle prossime sei-otto settimane non assisteremo a consegne di petrolio greggio o combustibili – provenienti da Venezuela, Messico, Russia, Stati Uniti o acquistati da Cuba con risorse proprie – allora il paese si troverà ad affrontare una grave crisi”, ha stimato l’esperto cubano Jorge R. Piñón, specialista presso l’Istituto per l’energia dell’Università del Texas, in un’intervista all’agenzia Efe. Secondo diverse stime, e in assenza di dati ufficiali, Cuba ha bisogno di circa 110.000 barili di petrolio al giorno. Poiché la produzione nazionale si ferma a 40.000 barili, quasi i due terzi devono essere importati.
Il principale fornitore di petrolio a Cuba era il Venezuela, che lo scorso anno forniva circa 27.000 barili al giorno, secondo il sistema di tracciamento di Reuters: molto meno dei 100.000 barili giornalieri garantiti in passato. Ma con la cattura di Maduro il flusso si è interrotto. Poi c’era il Messico, che nel 2025 ha inviato tra i 6.000 e i 12.000 barili al giorno, e la Russia, con circa 6.000 barili al giorno, secondo l’Università del Texas. Sottratti ai 70.000 barili necessari, l’anno scorso si è creato un deficit di almeno 25.000 barili al giorno. Da qui i continui blackout: domenica il 59,3 per cento del territorio nazionale è rimasto senza elettricità, ma nel corso del 2025 si sono verificati almeno sei collassi totali, lasciando i circa dieci milioni di abitanti senza luce per ore o intere giornate. I blackout hanno alimentato le proteste, fino a barricate e scontri con la polizia, cui il regime ha risposto con un aumento della repressione. Secondo la società di consulenza Kpler, quest’anno è arrivata solo una spedizione di 84.900 barili dal Messico. Considerate le riserve attuali, se non giungeranno altre petroliere, Kpler stima che Cuba rimarrà senza carburante entro tre settimane.
Trump ha parlato ai giornalisti sabato, a bordo dell’Air Force One, mentre era in viaggio verso Palm Beach. “Stiamo iniziando a parlare con Cuba”, ha detto. “Non deve essere necessariamente una crisi umanitaria. Penso che probabilmente verrebbero da noi e vorrebbero raggiungere un accordo. Così Cuba sarebbe di nuovo libera”. “Il Messico è stato molto gentile,” ha aggiunto. “Ho detto alla presidente (Claudia, ndr) Sheinbaum: ‘Guarda, non vogliamo che mandino petrolio lì’. E lei non sta inviando nulla”. Come sempre con Trump, va preso tutto con cautela. Ma il precedente di Maduro consiglia anche di non liquidare le sue parole come pura fantasia. In effetti, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, pur definendo Trump “fascista” su X, ha confermato che il suo governo ha “la capacità e la volontà di dialogare con gli Stati Uniti”, pur precisando che “il dialogo non può avvenire sotto pressione, ma in condizioni di uguaglianza e rispetto”. Il governo cubano ha diffuso anche video di soldati che si addestrano a resistere a un’eventuale invasione. Tuttavia, sono circolate voci – non confermate – secondo cui una delegazione cubana guidata dal generale Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro, avrebbe incontrato in Messico un alto funzionario della Cia.
La presidente messicana nega di aver discusso l’invio di carburante a Cuba nei suoi recenti colloqui con le autorità statunitensi. Ha anzi definito la decisione di imporre dazi a chi esporta petrolio verso Cuba “potenzialmente grave”, poiché potrebbe provocare una crisi umanitaria. Tuttavia, la Pemex ha sospeso le spedizioni previste per gennaio. Sheinbaum ha dichiarato che le sanzioni di Washington potrebbero causare disordini sociali, ma ha precisato che la decisione di sospendere le forniture è stata “autonoma” da parte della compagnia petrolifera, per ragioni contrattuali e non politiche. E’ poi emerso che Cuba aveva accumulato nei confronti del Messico un debito superiore a un miliardo e mezzo di dollari per la fornitura di idrocarburi. In conferenza stampa, la presidente messicana ha spiegato che le forniture a Cuba rappresentano solo l’1 per cento della produzione nazionale e sono destinate alle centrali elettriche per garantire i servizi essenziali – ospedali, conservazione di alimenti e medicinali. Anche il ministro degli Esteri Juan Ramón de la Fuente ha ribadito l’impegno del Messico a continuare a fornire aiuti umanitari, “a tutte le nazioni bisognose”. Sheinbaum ha assicurato che la questione delle forniture sarà “risolta attraverso i canali diplomatici”, annunciando la distribuzione di “prodotti essenziali” per fronteggiare la grave crisi umanitaria dell’isola.
Anche l’ambasciatore russo all’Avana, Viktor Koronelli, ha dichiarato che il governo cubano dovrà trovare da solo una soluzione, pur assicurando che Mosca resta “al fianco del regime”. Il rappresentante russo all’Onu, Vasilij Nebenzja, ha detto di essere certo che a Cuba “non ci saranno traditori come quelli che hanno aiutato nella cattura di Maduro”. “Non sarà facile ripetere qualcosa di simile a quanto avvenuto in Venezuela”. I due contesti, infatti, sono molto diversi. Politicamente, il Venezuela è un sistema formalmente pluralista, con partiti d’opposizione, elezioni competitive e libertà civili sancite dalla Costituzione – anche se di fatto svuotate da golpe istituzionali, manipolazioni elettorali e violazioni sistematiche. Il cooperante italiano Alberto Trentini ha appena confermato di non aver mai ricevuto accuse formali, ma di essere stato trattenuto come “pedina di scambio”. E’ bastato tuttavia rimuovere Maduro per avviare un’inversione di rotta: scarcerazioni, un’amnistia e una nuova legge sugli idrocarburi. Secondo varie fonti, tra cui russi e statunitensi, sarebbero stati uomini del suo stesso entourage a eliminare Maduro, ormai privo di carisma e incapace di governare, ma deciso a restare al potere.
Cuba, invece, resta un sistema a partito unico che replica il modello sovietico. Díaz-Canel non è un leader nel senso pieno del termine, ma il garante di una nomenclatura centrata soprattutto sui militari: per cambiare servirebbe una riforma radicale. Anche sul piano economico le differenze sono nette. Il Venezuela mantiene formalmente l’iniziativa privata, sebbene sotto costante minaccia politica, e dispone di enormi risorse petrolifere. La petrolifera di stato Pdvsa, devastata dal regime, non riusciva più a gestirle, ma il ritorno delle multinazionali straniere ha già prodotto risultati tangibili: nel mese successivo all’arresto di Maduro il prezzo della carne si è più che dimezzato e le code ai distributori di benzina sono scomparse.
Cuba, invece, è riuscita a trasformarsi da primo esportatore mondiale di zucchero di canna a importatore. L’apertura economica ha soprattutto arricchito la lobby militare, mentre il paese deve comprare all’estero l’80 per cento di ciò che consuma. Le principali fonti di reddito restano il turismo, le rimesse degli emigrati e l’affitto di personale medico all’estero. Ma il turismo è in calo: nel 2025 si sono registrati 1,8 milioni di visitatori in meno, pari a un -17,8 per cento, a causa di blackout, sporcizia, edifici fatiscenti ed epidemie che rendono l’isola sempre meno attrattiva. Le rimesse diminuiscono perché sempre più famiglie emigrano in blocco, mentre il business dei medici cubani è sotto accusa per le violazioni delle norme internazionali sul lavoro forzato. Il Comitato Onu per la Protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti (Cmw) ha espresso “gravi preoccupazioni” per le condizioni del personale sanitario cubano in Honduras, e il nuovo governo di Tegucigalpa ha annunciato l’intenzione di rescindere l’accordo con l’Avana.
Le sanzioni di Trump colpiscono anche queste risorse. L’economia cubana è crollata dell’11 per cento tra il 2019 e il 2024, e di un ulteriore 5 per cento fino a settembre 2025. Perfino la cosiddetta “fornitura umanitaria” di petrolio era diventata una fonte di profitto per il regime. Secondo fonti statunitensi, confermate dagli attivisti Rolando Cartaya e Javier Larrondo, il governo cubano avrebbe rivenduto circa il 60 per cento del greggio importato dal Venezuela tra la fine del 2024 e il 2025, ricavandone milioni di dollari per l’élite al potere. “L’Avana dispone di riserve per circa 14,5 miliardi di dollari”, ha spiegato Cartaya, ricercatore dell’Osservatorio cubano dei conflitti, “come dimostrato dall’inchiesta del Miami Herald sulle finanze del gruppo militare Gaesa. Il regime è coinvolto da anni nel commercio illegale di petrolio, arrivando a rivendere fino al 60 per cento del greggio ricevuto dal Venezuela, mentre la popolazione affronta blackout prolungati”.
Anche Papa Leone XIV ha chiesto ora un dialogo tra Washington e l’Avana, per evitare ulteriori sofferenze ai cubani. La Conferenza episcopale di Cuba ha diffuso sabato un messaggio alla società civile, affermando che l’isola sta attraversando uno dei momenti più delicati degli ultimi decenni. Appelli che risuonano in un contesto segnato dalle 870 violazioni della libertà religiosa registrate nel 2025 dall’Osservatorio cubano per i diritti umani.