la carta straccia di teheran

Droni, abbordaggi e pretese. Così l'Iran vuole sabotare i negoziati

Micol Flammini

Prima la fuga diplomatica, poi la pressione militare con un drone contro la portaerei Lincoln e con la minaccia di sequestrare una petroliera. La Casa Bianca conferma l’incontro diplomatico. Ma ormai sono ammesse solto due conclusioni: o un accordo o la guerra

Prima la fuga diplomatica, poi la pressione militare con un drone mandato contro la portaerei americana Lincoln e con una minaccia di abbordaggio contro una petroliera battente bandiera degli Stati Uniti. La Repubblica islamica dell’Iran ha trascorso la giornata di ieri a mandare segnali per dimostrare di voler gestire i negoziati con gli Stati Uniti secondo le proprie regole e mettendo in chiaro di non avere fretta di raggiungere un accordo con Washington su nessuno dei temi posti dall’Amministrazione Trump per evitare una guerra: rinuncia al programma nucleare, limitazione del programma missilistico, chiusura dei finanziamenti ai gruppi armati in medio oriente, fine della repressione interna.

 

Gli Stati Uniti voglio che la Repubblica islamica dell’Iran rinunci a se stessa e la Repubblica islamica non ha intenzione di farlo, lo ha dimostrato in modo plateale. Le prime mosse sono state diplomatiche e i funzionari del regime avevano iniziato a chiedere profondi cambiamenti per l’incontro previsto per venerdì in cui l’emissario americano Steve Witkoff con il genero di Trump Jared Kushner dovrebbe incontrare il ministro degli Esteri dell’Iran Abbas Araghchi.

    
Gli americani avevano proposto come sede per l’incontro Istanbul, ospitati dal presidente turco e con la partecipazione di funzionari dell’Egitto, del Qatar, del Pakistan, dell’Oman e dell’Arabia Saudita – oggi il principe ereditario Mohammad bin Salman era in visita dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e in queste settimane si è speso molto per evitare l’attacco americano contro l’Iran, paese nemico la cui debolezza ora fa molto comodo a Riad. Il regime di Teheran ha iniziato prima a chiedere una sede diversa per i colloqui: l’Oman. E a pretendere l’esclusione dei funzionari di altri paesi, capendo che l’invito esteso rispondeva al tentativo americano di accerchiare diplomaticamente, creare un consenso vasto attorno alla sua iniziativa negoziale e mettere alle strette Teheran. Tutti i  paesi coinvolti sono a favore delle richieste americane, soprattutto sull’eliminazione dei gruppi armati che intossicano il medio oriente, il regime invece è disposto ad affrontare soltanto l’argomento nucleare. Washington ha già messo in pratica questa strategia dell’accerchiamento nelle trattative per il cessate il fuoco a Gaza, e Hamas, accerchiato anche dai suoi alleati, ha ceduto. L’Iran non voleva lo stesso trattamento, si è divincolato dal tentativo americano minacciando di ritirarsi dal negoziato. 

   
La pressione militare è stata più schietta di quella diplomatica: prima un drone Shahed si è avvicinato alla portaerei Lincoln che navigava  a circa 500 miglia dalla costa iraniana, ha ignorato i segnali di avvistamento dell’esercito americano ed è stato abbattuto da un caccia F-35. La Lincoln è arrivata nel Mare arabico a fine gennaio, come parte della “big beautiful armada”, la grande armata di Trump a sostegno di un attacco contro il regime. Ore dopo l’attacco alla Lincoln, due navi del Corpo dei guardiani della Rivoluzione con un drone Mohajer hanno minacciato di abbordare e sequestrare una petroliera battente bandiera americana, che è stata condotta in salvo dopo l’intervento di un cacciatorpediniere con supporto aereo. 

 
In serata la Casa Bianca ha confermato che l’incontro fra gli americani e gli iraniani è ancora in programma. Se avrà davvero luogo sono ammesse soltanto due conclusioni: o un accordo o la guerra.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)