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Il “monaco-soldato”

Come ha fatto Lecornu, dato per spacciato, a dotare la Francia di una Finanziaria

Mauro Zanon

Due settimane fa, il premier aveva affermato che "bisogna saper porre fine a una crisi politica". E da allora ha sguainato l’arma speciale offerta dalla Costituzione per bypassare il voto del Parlamento in tre occasioni: sulla parte entrate del bilancio dello stato, sul capitolo spese, e, infine, sul testo definitivo

Parigi. Gli avevano dato pochi giorni di vita, solo qualche ora in più del suo primo governo, durato una notte, il più effimero della Quinta Repubblica francese. Ma Sébastien Lecornu ha smentito tutti. Ieri il primo ministro venuto dal gollismo, diventato negli anni un fedelissimo del presidente della Repubblica Emmanuel Macron, ha superato l’ultimo scoglio di un’estenuante maratona parlamentare per dotare la Francia di una legge finanziaria per il 2026: le due mozioni di sfiducia presentate dalla France insoumise, il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, e il Rassemblement national, la formazione della destra sovranista di Marine Le Pen e Jordan Bardella, non hanno raggiunto la maggioranza all’Assemblea nazionale per far cadere il Lecornu II. La Francia, di conseguenza, ha finalmente un bilancio. Venerdì, dopo aver preso atto dell’impossibilità di un compromesso tra le forze politiche nonostante tre mesi di dibattiti alla Camera bassa, il premier francese aveva deciso di azionare per la terza volta dall’inizio del suo secondo mandato il 49.3, l’articolo della Costituzione che consente di bypassare il voto del Parlamento per far approvare una legge.

 

L’utilizzo del 49.3 espone automaticamente il primo ministro a una mozione di sfiducia. Ma il paracadute costituzionale, come nelle precedenti puntate parlamentari, ha funzionato anche ieri: grazie al Partito socialista (Ps), che ha preferito la strada del dialogo e del compromesso con il campo macronista alla retorica oltranzista e barricadera dei mélenchonisti. Il segretario del Ps, Olivier Faure, ha incassato il rinvio della riforma delle pensioni in cambio della non-sfiducia al governo. Ma Lecornu non ha ceduto sulla “taxe Zucman”, la supergabella annuale del 2 per cento sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro, ha strappato l’impegno a ridurre il deficit dal 5,4 al 5 per cento nel 2026 attraverso una serie di tagli e ottenuto una tassazione sulle holding ridotta al minimo indispensabile: vittorie che gli hanno garantito il prezioso sostegno dei gollisti all’Assemblea nazionale. Due settimane fa, per giustificare la rinuncia alla promessa fatta ai socialisti, ossia il non ricorso al 49.3, Lecornu aveva affermato che “bisogna saper porre fine a una crisi politica”. Da allora, il capo dell’esecutivo ha sguainato l’arma speciale offerta dalla Costituzione in tre occasioni: sulla parte entrate del bilancio dello stato, sul capitolo spese, e ieri, infine, sul testo definitivo. Lo ha fatto “con una certa forma di rammarico e un po’ di amarezza”, ha ammesso il premier, ma era l’unico modo per garantire alla Francia un bilancio e non aggravare una crisi finanziaria che è già profonda.

 

La finanziaria 2026 era la tappa più complicata da superare per l’ex ministro della Difesa, il “monaco-soldato” del macronismo, come lo hanno soprannominato per la sua devozione all’inquilino dell’Eliseo. Ora, all’ordine del giorno, ci sono una legge sull’agricoltura, una sulla programmazione militare, un’altra sulle polizie municipali, il ritorno del testo sul fine vita e un possibile rimpasto della sua squadra ministeriale con l’uscita quasi certa dell’attuale ministra della Cultura Rachida Dati, candidata sindaco a Parigi con buoni sondaggi: insomma, quasi una vita politica normale dopo mesi di emergenza istituzionale. Una volta terminate le elezioni comunali di marzo, la campagna presidenziale entrerà nel vivo e l’interesse a rovesciare il suo governo diminuirà di conseguenza. Lecornu, sottolineano i suoi sostenitori, ha saputo imporre un metodo e uno stile fatto di umiltà e sobrietà. Quando viene fotografato nel weekend è con un maglioncino casual Uniqlo e la borsa della spesa piena di porri appena comprati al mercato della sua città di nascita e di cui è sindaco, Vernon, nel dipartimento dell’Eure. E quando rilascia una dichiarazione avviene nella penombra, un venerdì sera, sulla scalinata di Matignon, prima di postare una foto sui social con Tiga, il suo bracco ungherese. “E’ un Jean-Pierre Raffarin con vent’anni di meno”, dicono alcuni, perché come l’ex primo ministro di Jacques Chirac è l’uomo della conciliazione, dell’equilibrio, che smussa gli angoli lì dove altri suoi colleghi cercano di inasprire le tensioni.

 

Il soldato Lecornu – è colonnello di riserva della gendarmeria – ha vinto la sua prima sfida: resistere e dare una tregua al suo boss, Emmanuel Macron, che potrà sperare in una fine del quinquennio un po’ meno caotica del previsto. Almeno sul piano interno.

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