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tra stati uniti e italia

J. D. Vannacci: vite politiche parallele dei vice di Trump e Salvini

Andrea Venanzoni

Uno è il vicepresidente degli Stati Uniti, l’altro il vicesegretario federale della Lega. L’americano è un ex militare, l’italiano pure. Entrambi hanno iniziato a farsi venire un leggerissimo sospetto: che fare politica sia cosa molto più complessa di quanto potesse apparire agli inizi

Segni particolari: vice. J.D. Vance e Roberto Vannacci sembrano essere accomunati da quel legame che Guido Ceronetti evocava scrivendo “in questi richiami misteriosi bisogna vedere il lavoro di una superiore necessità che mette a contatto al momento giusto le nature affini o destinate ad agire in qualche modo le une sulle altre”.

Uno è il vicepresidente degli Stati Uniti, l’altro il vicesegretario federale della Lega. L’americano è un ex militare, l’italiano… pure. Entrambi vanno pazzi per il “buonsenso”, contestano il woke, vedono la decadenza dei costumi occidentali galoppare alla velocità della luce, flirtano con la remigrazione e tengono una porticina aperta per la destra radicale. L’Unione europea ripugna loro, anche se uno dei due da eletto è andato proprio in quella terra di Mordor chiamata Bruxelles. La Russia non gli dispiace, Zelensky suscita orticaria profonda. Anti-globalisti, tutti e due hanno generato attenzione e riprovazione, in egual misura.

Entrambi sono figli dell’epoca del Tech: Vance per aver lavorato nella Silicon Valley, Vannacci per essere diventato il Wilbur Smith del patriottismo grazie ad Amazon. Stesso a dirsi per la celebrità arrisa loro e derivante dall’allarmismo di sinistra, una grancassa continua infarcita di indignazione politicamente corretta che ha eretto loro piramidi di marmo e spianato autostrade elettorali.

Entrambi si sono insinuati nel cuore della scena politica come underdog, anche piuttosto improbabili. Vance si è trovato sulla scena mondiale, arrivando da relativa inesperienza e oscurità politica, grazie a una miscellanea di potenti fattori: i milioni di Peter Thiel, un Donald Trump convinto da quei milioni a caricarlo a bordo nonostante l’ex marine lo avesse definito “un Hitler americano”, podcast allineati e intellettuali post-liberali ascesi a una qualche celebrità, ma soprattutto il suo libro “Elegia americana”.

Vannacci si è trovato sotto i riflettori pure lui per meriti letterari: “Il mondo al contrario” ha intercettato alla perfezione lo spirito dei tempi. Non ha avuto dalla sua i podcast di Vance ma ha potuto vantare “La Zanzara”, con Giuseppe Cruciani nel ruolo di Joe Rogan e di Curtis Yarvin. “Vogliamo i colonnelli” irradiatosi in un cosmo alieno nel cui ventre nebuloso Alex Jones e Steve Bannon sono stati sostituiti da Enzo Spatalino.

Entrambi, però, da qualche tempo hanno iniziato a farsi venire un leggerissimo, fantozziano sospetto: e cioè che fare politica sia cosa molto più complessa di quanto potesse apparire agli inizi. Colpa, questa loro ingenua dispercezione, dell’aver bruciato le tappe in maniera eccessivamente veloce. Inebriati dalla vertigine del successo, si sono sentiti investiti di una missione divina, sorta di Blues Brothers a spasso per etere e silicio.

Vance è stato inghiottito dall’ombra scaltra e serpentina di Marco Rubio, macinato dalla prospettiva di esser presentato come erede di Trump, il quale già lucida l’artiglieria al solo pensiero. Stritolato dalla polemica sulla Woke Right, ormai diventata Woke Reich, scomparso e poi tornato giusto il tempo di prendere le parti dell’Ice, ecco Trump smontargli il giocattolino, smentendolo, licenziando Bovino e commissariando di fatto Kristi Noem. Come appaiono lontani i tempi in cui Vance, trionfante, occupava palchi tedeschi e francesi per rampognare noi ingrati europei, elargendoci non richieste lezioncine di free speech.

Vannacci, invece, si lancia ma senza paracadute, quello con cui aveva promesso di planare nel Parlamento europeo, in una montagna russa, ahia, di trasformazione dei suoi circoli: ecco “Futuro nazionale”, soggetto alternativo alla Lega, di cui lui rimane pur sempre il vicesegretario federale. Coltello ardito in bocca, perché “futuro” nel nome non porta storicamente bene ai partiti. Salvini guarda allibito l’ingrato, come Vance scrutava noi europei. Sarà forse per questo che il ministro dei Trasporti riceve Tommy Robinson, per fare dispetto puro e destroduro all’ex generalissimo. Fiutata la disfida a destra della destra, meglio portarsi avanti e scavare il fondo per metter bandierine. Mario Adinolfi, intanto, geniale venture capitalist dell’autopromozione, propone a Vannacci e Fabrizio Corona un soggetto politico comune. Un altro Marco, non Rubio ma Rizzo, invece si dice deluso.

A Vannacci non sorride più la buona stella dei tempi andati, proprio come a Vance. Protestano gli ex fedelissimi dell’ex ufficiale, dicono non abbia coraggio. Parlano, absit iniuria verbis, di bluff. Lo choc culturale dei primi tempi, la pubblicità involontaria e gratuita fatta dagli editoriali, tutto andato, dimenticato, lacrime perdute nella pioggia.

O come, fantozzianamente, sfilatini negli armadi.

 

 

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