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Il grande attivismo della Turchia, che ora è nelle grazie di Trump
La mediazione con Teheran, lo smantellamento del sogno curdo nel Rojava e la collaborazione con Damasco. A determinare la rottura degli equilibri è stato soprattutto il cambio di linea degli Stati Uniti che hanno scelto di puntare su Ankara come uno dei pilastri della propria strategia di stabilizzazione regionale
Dopo quasi quindici anni, l’esperimento politico del Rojava, il sistema di autogoverno politico e militare curdo nel nord-est della Siria, sembra essere giunto alla sua fine. In meno di due settimane, l’area controllata dall’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (Aanes) e dalle Syrian democratic forces (Sdf), la coalizione guidata dai curdi, si è contratta da circa 50 mila chilometri quadrati a meno di 10 mila. Nella giornata di ieri, il cessate il fuoco si è trasformato in un accordo, confermato da entrambe le parti, per l’integrazione graduale delle forze militari e delle istituzioni civili curde in quelle nazionali. Questo prevede il ritiro delle Sdf dai punti di contatto, la formazione di una divisione militare composta da tre brigate costituite dai suoi membri e un’intesa sui diritti civili e sull’istruzione del popolo curdo. I termini di questo accordo risultano più favorevoli a Damasco rispetto a quelli del 10 marzo scorso, che avrebbe dovuto avviare un percorso negoziale sull’integrazione e sul possibile grado di autonomia, ma che non è mai realmente decollato, con il governo transitorio di al Sharaa in difficoltà nel portare sotto il suo controllo le aree abitate dalle minoranze. I pesanti scontri sulla costa alawita e nel gebel druso, legati al rifiuto dei clan locali di sottomettersi pienamente all’autorità del nuovo centro di potere damasceno, avevano contribuito a irrigidire il quadro e a congelare i negoziati.
La disgregazione del Rojava può essere letta come uno dei simboli della fase di riassestamento regionale che sta attraversando il medio oriente. A determinare la rottura degli equilibri è stato soprattutto il cambio di linea degli Stati Uniti che, nel quadro di un progressivo disimpegno dalla regione, hanno scelto di puntare sulla Turchia come uno dei pilastri della propria strategia di stabilizzazione regionale. A conferma di ciò, ieri ad Ankara è arrivato il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, per colloqui finalizzati a scongiurare un attacco statunitense. Mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan cerca di convincere la leadership iraniana ad avviare un contatto telefonico con Trump, secondo Ragip Soylu, del Middle East Eye, i turchi stanno lavorando ad alcune ipotesi “creative”, incluso favorire la proposta da parte di Teheran di un accordo nel settore energetico che consenta alle aziende statunitensi di operare nel paese.
Sin dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024, il destino dei territori del nord-est ha rappresentato uno dei principali nodi irrisolti del nuovo assetto siriano. Sul campo, la scintilla è stata l’offensiva lanciata dalle forze del governo di Damasco contro i quartieri curdi di Aleppo, nei primi giorni di gennaio. Gli scontri e la successiva espulsione dei miliziani curdi dalla città hanno innescato la ritirata delle Sdf verso est, oltre l’Eufrate. Il governo siriano ha così ripreso il controllo di ampie porzioni di terreno, inclusi i governatorati di Raqqa e Deir Ezzor, dove si trovano i principali giacimenti petroliferi della Siria orientale. Le Sdf, che fino a poche settimane prima controllavano di fatto quasi un terzo del territorio siriano, si sono dunque ritrovate confinate nei centri a maggioranza curda del nord-est, tra cui Qamishli e al Hasakah, e di Kobane, città simbolo della guerra contro lo Stato islamico al confine con la Turchia. Secondo l’accordo raggiunto ieri, le Sdf manterranno una brigata separata per la città di confine di Kobane, assediata fino a settimana scorsa dalle forze governative, mentre le forze di sicurezza legate a Damasco entreranno ad al-Hasakah e Qamishli.
Nate nel 2015 sotto egida statunitense per combattere lo Stato islamico, le Sdf sono sempre state una coalizione a guida politica e militare curda, ma composta in larga parte da combattenti appartenenti alle tribù arabe delle regioni amministrate dall’Aanes. Dopo la sconfitta territoriale dell’Isis, le Sdf avevano esteso il proprio controllo su regioni vastissime, tentando di applicare un modello di governo ispirato al confederalismo democratico di Abdullah Ocalan, leader fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Una serie di defezioni (tra cui molte tribù arabe) ha portato allo sgretolamento del sistema, inficiato da tempo da forti tensioni legate in particolar modo alla coscrizione obbligatoria degli abitanti nei ranghi delle forze curde. Nelle fasi più critiche della loro ritirata, al Sharaa ha poi annunciato un decreto volto a riconoscere alla popolazione curda diritti linguistici e civili, subordinandoli però all’integrazione nelle strutture statali.
Un passaggio che, unito alla retorica pubblica del presidente che da mesi insiste su una narrazione inclusiva dello stato, ha contribuito a rendere più accettabile la fine del progetto di autodeterminazione curda sul piano internazionale. Inoltre, per Washington i curdi non rappresentano più l’attore centrale nella lotta contro lo Stato islamico. Tom Barrack, inviato speciale di Trump per la Siria, ha detto che “il ruolo delle Sdf come principale forza anti Isis sul terreno può ormai considerarsi in larga parte esaurito, alla luce della disponibilità del governo siriano ad assumere direttamente le responsabilità in materia di sicurezza”. Con l’entrata di Damasco nella coalizione anti Isis, l’unità territoriale e l’integrazione delle diverse componenti del paese sono diventate una priorità per arrivare alla definitiva stabilizzazione del paese. Il caos generatosi attorno ad alcune prigioni in cui erano detenuti ex combattenti dell’Isis, diversi dei quali sono fuggiti a seguito della ritirata delle forze curde preposte alla loro sorveglianza, ha spinto gli Stati Uniti a varare un ponte aereo per arrivare a trasferire quasi 7 mila prigionieri nel vicino Iraq.
L’obiettivo della Casa Bianca è quello di favorire un assetto siriano fondato su sfere di influenza differenziate: una a sud, in cui Israele punta alla demilitarizzazione delle aree a ridosso del Golan, e una a nord, che risponda alla richiesta dei turchi di favorire lo scioglimento delle Sdf, considerate l’emanazione siriana del Pkk. A inizio gennaio è stata presa la decisione di istituire un meccanismo per la condivisione di intelligence tra Siria e Israele e gli addetti ai lavori parlano di passi avanti nei negoziati per la firma di un accordo di stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi. Per la Turchia, il ritiro delle Sdf ha ridotto la prospettiva di una zona autonoma curda che temeva potesse consolidarsi lungo il confine meridionale. Anche nel contesto del rilancio del dialogo con il Pkk e la pacificazione del fronte interno, Ankara non ha mai smesso di sottolineare che le strutture curdo siriane rappresentassero una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Da questa angolatura, la marginalizzazione dei curdi risponde alle richieste avanzate da Ankara e contribuisce a rinsaldare i rapporti tra Turchia e Stati Uniti.
Resta infine da capire come questi sviluppi sul fronte siriano si rifletteranno sul piano interno turco. Erdogan può rivendicare di aver raggiunto alcuni degli obiettivi che si era posto: la fine della lotta armata e lo scioglimento del Pkk, e ora la disgregazione delle Sdf. Ma il modo in cui questo esito viene narrato rischia di riaprire fratture profonde. “Come può essere costruita la pace”, si chiede Tuncer Bakirhan, copresidente del partito filo-curdo Dem, “quando la sofferenza dei curdi viene presentata come una vittoria turca?”.