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#savethepost
I tagli e le politiche di Jeff Bezos stanno distruggendo il Washington Post
Ora il quotidiano ha cominciato a risparmiare anche sulla storica redazione degli Esteri. I meme sul film di Melania Trump e il panico degli inviati
Il progressista New York Magazine ha parlato di “meltdown esistenziale” e di “demoralizzante distruzione” per descrivere l’attuale condizione del Washington Post, storico quotidiano acquistato nel 2013 dal proprietario di Amazon, Jeff Bezos. Il giornale, quando su pressione del board ha deciso di non allinearsi alle presidenziali, ha perso centinaia di migliaia di abbonati e decine di firme. E non ha aiutato poi il cambio di linee guida per i pezzi di opinione, meno progressismo e più libero mercato. L’ex super guru dei sondaggi Nate Silver ha spiegato sul suo blog il percorso di “triste e autoimposto declino” del WaPo, mostrando in un grafico la discesa dei lettori durante la seconda Amministrazione di Donald Trump, mostrando invece il successo del rivale New York Times. Con l’uscita del doc su Melania Trump il quotidiano è diventato un meme, perché non ha parlato delle sale vuote, ma ha titolato “alla prima di ‘Melania’ la first lady si prende il centro della scena” – il film è stato prodotto da Amazon. Ma questa è solo la punta di un problema ben più strutturato.
Bezos ha annunciato altri tagli, e al momento la newsroom è nel panico. A vari inviati è stata negata l’autorizzazione per andare nelle zone di guerra. Gli editor, come scrive il Nyt, sono stati invitati a “sperimentare con nuove forme di storytelling”. Meno gente verrà mandata a coprire il SuperBowl e sono state cancellate alcune prenotazioni per coprire i giochi a Milano-Cortina. Tutto pur di risparmiare. Le risorse vanno ai video e alla copertura nazionale, e si ignorano sempre di più gli Esteri, per seguire dei trend che, secondo il board, potrebbero rendere il giornale più autosufficiente (Bezos in questi anni ha perso fino a un centinaio di milioni di dollari all’anno). Varie firme hanno scritto lettere aperte al proprietario, a cui non ha risposto. Il gruppo di inviati alla Casa Bianca ha fatto appello a Bezos, ricordando che “se le altre sezioni vengono ridotte, ci perdiamo tutti”, enfatizzando quanto per loro sia fondamentale “la collaborazione con esteri, sport e edizioni locali”. “Il lavoro dei nostri colleghi”, hanno scritto, “aiuta a migliorare il nostro”.
Ma i guai, ennesimi del WaPo, che non riesce a trovare un direttore disponibile a prenderne le redini, hanno mostrato anche la solidarietà verso i colleghi degli altri media, dall’Observer all’Athletics. Su X è partito l’hashtag #SaveThePost dove i vari inviati e corrispondenti, dalla Siria al Messico, dal Cairo a Berlino, hanno raccontato le loro esperienze, sottolineando l’importanza degli Esteri per il giornale che ha fatto partire lo scandalo Watergate. I più toccanti sono quelli dell’Ucraina. L’inviata Nastya Galouchka ha detto che ha sacrificato la sua salute mentale e la sua sicurezza fisica per raccontare le storie “della gente incredibile dell’Ucraina”. Taggando Bezos la corrispondente del WaPo a Kyiv, Siobhán O’Grady, ha scritto: “Non dimenticheremo mai il tuo supporto per il nostro lavoro essenziale nel documentare la guerra in Ucraina, che ancora infuria. Tua moglie ha definito la nostra squadra ‘una banda di cazzuti fari di speranza’. Rischiamo la vita per le storie che ci chiedono i nostri lettori. Per favore credi in noi e salva il Post”.