Parla Raz Zimmt
Come finisce la Repubblica islamica? Il modello Urss
Le proteste in Iran hanno cambiato il regime per sempre e Khamenei per conservarlo è convinto che l'attacco militare sia meno pericoloso di un negoziato
Chiunque abbia un canale aperto con la Repubblica islamica dell’Iran ha provato a convincerla: cedi. Ieri il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accolto il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi. Sperava di convincerlo a scegliere la linea del dialogo con Donald Trump. Il presidente americano ha riempito il medio oriente con la sua “big beautiful armada”, una grande armata puntata contro l’Iran, per dimostrare di essere pronto a sferrare un attacco. La risposta dei funzionari iraniani è stata: non negoziamo sotto pressione. Il regime di Teheran non ha nessuna buona opzione sul tavolo, lo sa, ma va dritto, ormai travolto da una trasformazione inarrestabile. Sono anni che è sottoposto a lenta consunzione, ma le proteste e la loro repressione hanno avviato la Repubblica islamica verso una trasformazione irreversibile. Il regime di oggi non è lo stesso di quello di un mese fa. “I due problemi che hanno incoraggiato le proteste sono peggiorati. La crisi di legittimità della Repubblica islamica c’era già, ma dopo la repressione di migliaia di manifestanti è impossibile da sanare”, spiega Raz Zimmt, direttore del programma Iran e asse sciita presso l’Inss di Tel Aviv.
“Anche chi non sosteneva il regime, ma si accontentava delle concessioni sporadiche, ora conclude che non può più cambiare, è incapace. Il secondo problema è economico e dopo settimane senza internet le attività sono ferme, il tasso di cambio della valuta è peggiorato”. Il regime è riuscito a reprimere l’ondata di proteste, ma si trova in una posizione peggiore. Ieri gli Stati Uniti hanno iniziato a sanzionare vari funzionari della Repubblica islamica e le sanzioni sono il modo più diretto di fare pressione, di spingere verso un tavolo negoziale. Il calcolo del regime però è diverso: rimane convinto che il livello di minaccia di un attacco militare sia inferiore rispetto a quello delle richieste di cambiamento dall’Amministrazione americana: rinuncia al nucleare, riduzione del programma missilistico, fine della sovvenzione ai gruppi armati in giro per il medio oriente. Questi sono fra i pilastri più importanti del regime, quindi valutati irrinunciabili. “Non c’è una posizione unanime su cosa cambierebbe con o senza Khamenei”, dice Zimmt. “E’ contrario al negoziato”, ma non è il solo. Il ministro Araghchi, per esempio, si oppose anche all’accordo sul nucleare stretto con l’Amministrazione Obama nel 2015. Il regime rimane convinto che i negoziati con gli americani rappresentino un pericolo maggiore rispetto a un attacco militare, accettare le richieste di Washington potrebbe, ritiene la Guida suprema, “danneggiare l’identità del regime, i suoi princìpi”. La valutazione porterebbe a pensare che l’Iran si sente militarmente forte, quando in realtà non si è ancora ripreso dalla Guerra dei dodici giorni contro Israele: “Le difese aeree restano scarse e anche i missili per contrattaccare non sono molti. Mai sottovalutare l’Iran, ma neppure sovrastimarlo”.
A Washington c’è chi crede che Trump non abbia preso ancora una decisione. A Teheran la decisione invece sembra essere stata già presa ed è quella di non modificare nulla nella sua struttura, di non cedere. Può sembrare un suicidio, invece è la forma in cui secondo Khamenei il regime può sopravvivere. La Guida suprema potrebbe essere un bersaglio, ma la sua eliminazione non è detto che renda la Repubblica islamica più incline al negoziato.
La sopravvivenza del regime non è garantita per sempre, il processo di consunzione va avanti da molto tempo ed è di consunzione che probabilmente perirà la Repubblica islamica. “Ci sono tre possibilità. La prima è quella di un cambiamento rivoluzionario, ma è meno probabile dopo la repressione. La seconda è una spinta dall’interno, per esempio dopo un attacco americano che decapiti la leadership che verrebbe sostituita dal Corpo dei guardiani della rivoluzione. Infine c’è quello che a mio avviso resta il più probabile: non un cambiamento brusco, ma un peggioramento progressivo, come avvenne con l’Unione sovietica”. Il regime, già stravolto, sta decidendo come logorarsi, nel frattempo gli iraniani rimangono senza internet, isolati, a contare i morti.