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Editoriali

La fuga russa dall'Europa passa per l'Ofac

Redazione

Dalla vendita degli asset europei di Lukoil alle quote Gazprom in Serbia

Le aziende petrolifere russe non escono di certo dall’Europa per loro sponte. Il 29 gennaio l’azienda energetica Lukoil ha comunicato di aver firmato con l’americana Carlyle la vendita di Lukoil International Gmbh, la società che raccoglie gli asset esteri del gruppo, incluse attività europee come le raffinerie in Bulgaria e Romania. La stessa azienda russa spiega che la scelta nasce dalla pressione delle sanzioni adottate contro la società e le controllate. L'accordo in quanto preliminare non è esclusivo e sarebbe subordinato al via libera dell’Ofac, l’ufficio del Tesoro americano che gestisce le sanzioni. Per Lukoil si parla di un portafoglio stimato intorno a 22 miliardi di dollari ma il prezzo della transazione non è ancora stato divulgato, e potrebbe essere dunque inferiore.

In ogni caso, la fuga russa dall’Europa segue il modus operandi secondo cui si vende solo se un’autorità americana lo consente, e si continua a produrre solo con una deroga, sempre americana. Quanto sta succedendo in Serbia segue la stessa logica. La Naftna industrija srbije (Nis) gestisce la raffineria di Pančevo e una rete che copre circa l’80 per cento del fabbisogno del paese, con stabilimenti in Bosnia e Romania. Ma la stessa Nis è finita sotto le sanzioni americane in quanto controllata per il 56,16 per cento dalle russe Gazprom Neft e Gazprom e solo per il 29,9 dello stato serbo. Così l’Ofac ha concesso una deroga fino al 20 febbraio, consentendo alla Nis di importare greggio ma chiedendo nel frattempo una riduzione della quota russa entro il 24 marzo. Il presidente serbo Aleksandar Vucicćin un suo intervento a Dubai il 19 gennaio si era detto preoccupato per la mancanza di alternative. Eppure, una soluzione Vucic l’ha trovata. Secondo Reuters il presidente serbo avrebbe negli ultimi giorni parlato di un’offerta di circa un 1 miliardo di euro da parte di Mol, la grande compagnia petrolifera e del gas ungherese, per acquisire la quota russa del 56,16 per cento di Nis. Ma anche qui servirà il via libera dell’Ofac, che è di fatto diventata “the mother of all (oil) deals”.

 

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