Ansa
la linea rossa
Il massacro di stato in Iran dà la misura della ferocia con cui il regime vuole resistere all'“armada”
Le condizioni per la pace richieste da Donald Trump sono considerate irricevibili da Teheran e ora la linea rossa tracciata dal presidente americano per intervenire in aiuto del popolo iraniano è più vicina. Intanto secondo alcune stime, il regime avrebbe ucciso 30 mila persone tra l'8 e il 9 gennaio
Milano. L’Amministrazione Trump ha dettato le sue condizioni alla Repubblica islamica dell’Iran – irricevibili: rinunciare al nucleare, rinunciare al sistema di missili balistici, rinunciare ai gruppi terroristici affiliati all’estero – mentre una delegazione di Israele e una dell’Arabia Saudita sono a Washington anche per capire che intenzioni ci sono dal punto di vista militare, e scongiurarle, e la Turchia, che oggi gode di un favore particolare da parte del presidente americano, si è candidata come mediatrice per, di nuovo, scongiurare un’azione militare contro l’Iran.
La linea rossa che Donald Trump aveva inizialmente fissato, quando le proteste iraniane erano appena cominciate, all’inizio di gennaio, è scomparsa: se ci sarà eccessiva violenza, aveva detto, andremo in aiuto del popolo iraniano. Chissà dove si colloca il massacro che il regime di Teheran ha compiuto e compie contro gli iraniani nella personale scala umanitaria del presidente americano rispetto a “eccessivo”. Secondo le stime di due funzionari anonimi del ministero della Salute iraniano sarebbero state uccise 30 mila persone tra l’8 e il 9 gennaio, in 48 ore – ieri il regime ha inviato un sms a tutti i cittadini dicendo che sarebbe stata pubblicata una lista delle vittime “per fermare la disinformazione e in nome della trasparenza”: l’ultima beffa di un massacro di stato. Karim Sadjadpour scrive in un saggio sull’Atlantic che “se le stime sono corrette, il massacro del gennaio del 2026 voluto da Ali Khamenei, l’apice di un regno della repressione che dura da decenni – verrà ricordato come uno dei singoli episodi di violenza di stato più mortali della storia”. L’ex consigliere speciale sul genocidio presso la Corte penale internazionale, Payam Akhvan, qualche giorno fa ha detto al Consiglio per i diritti umani dell’Onu: “Ho partecipato alla scrittura delle accuse per il genocidio di Srebrenica durante il quale circa ottomila musulmani furono massacrati nel luglio del 1995. Almeno il doppio di persone sono state uccise in Iran, in metà del tempo”. Se si sentono le testimonianze di chi è scappato dall’Iran o di chi riesce a fornire frammenti di quel che stanno vivendo gli iraniani, si intuisce che il massacro più brutale è stato nei primi due giorni di blackout, quando il regime iraniano ha coperto con il buio delle comunicazioni – un muro che funziona grazie anche alla tecnologia e all’expertise, si fa per dire, di cinesi e russi, alleati del regime – la sua strage.
Il mandante è Ali Khamenei, la Guida suprema che, nella retorica trumpiana, è l’obiettivo numero uno. Molti esperti fanno il paragone con il Venezuela, si toglie di mezzo il leader, come è accaduto con l’ex presidente Nicolás Maduro, e si lavora a una stabilizzazione del paese: sarebbe questo il regime change à la Trump, completato con una pressione economica molto forte. Ma quando si ipotizza una “soluzione venezuelana”, si fanno anche le differenze: la prima risiede nella capacità di difesa dell’Iran, che sta nel sistema di missili balistici su cui il regime ha lavorato per decenni – pur con le sanzioni, pur con l’accordo sul nucleare – come la sua risorsa di sopravvivenza più preziosa. E’ un sistema debilitato dalle operazioni israeliane dell’estate scorsa, ma ancora esiste. E, come spiega l’esperto Saeid Golkar sul magazine francese l’Express, “l’architettura del regime privilegia la sopravvivenza più che il governo, il controllo più che la rappresentatività e la coercizione più che il consenso”: è un regime peculiare, quello iraniano, che ha messo la sicurezza (sicurezza per sé stesso soprattutto) al centro di tutto, cementandola con strutture finanziarie ricche al servizio della leadership, in modo da azzerare le possibilità di defezione. Non soltanto non c’è una Delcy Rodríguez in Iran, cioè qualcuno che sostituisca il capo del regime e che dialoghi con gli americani, ma il sistema di sicurezza è anche più capillare e ben più solido: è dall’inizio di questo secolo che ci sono ondate di proteste in Iran, ora sono diventate molto più frequenti, quest’ultima ha dimostrato che si è spezzato del tutto il cosiddetto patto sociale con il popolo (non è mai stato un patto, è sempre stato imposto, ma per alcune parti della popolazione è stato accettabile), ma allo stesso tempo il regime si è strutturato in modo da proteggersi. E la furia del massacro di gennaio mostra che non ha limiti, e che ha annullato con metodo e con ferocia tutte le possibili alternative. Questo non vuol dire che durerà per sempre, anzi, ma che il popolo iraniano ha bisogno di un aiuto molto corposo per la sua controrivoluzione.
Dalle prigioni algerine all'eternità
Boualem Sansal è stato eletto all'Académie française