Marian Turski ripeteva: “Auschwitz non cadde dal cielo”
L'ultima apparizione del giornalista e storico sopravvissuto all'Olocausto. Lo scorso anno fece di tutto per andare alle commemorazioni, morì poco dopo. La vita come testimonianza e resistenza della memoria
Il 27 gennaio dello scorso anno, il giornalista polacco Marian Turski si trascinò sul palco allestito dentro a una tenda nel campo di sterminio di Birkenau. Aveva 98 anni, faceva fatica a parlare, rifiutò l’aiuto di chi si offriva di accompagnarlo fino al microfono. La sua apparizione fu una dimostrazione di forza e di resistenza. Tutto, in Turski, quel giorno diceva: io devo essere qui. Morì meno di un mese dopo, il 18 febbraio e la vicinanza della data della morte a quella del suo ultimo discorso è un’altra dimostrazione del fatto che per il giornalista nato Mosze Turbowicz, la necessità di parlare era più forte del dolore fisico. Dopo essere stato internato nel ghetto della città di Lodz, venne deportato a diciott’anni ad Auschwitz. Della sua famiglia sopravvissero allo sterminio soltanto quattro persone, e lui dedicò la vita a tenere accesa la memoria, concentrandosi sul fatto che la verità più profonda dell’Olocausto non avrebbero mai potuto raccontarla i vivi, ma i morti. I sopravvissuti sono una minoranza, gli uccisi invece sono la maggioranza e la storia più profonda dello sterminio la racconta il loro silenzio. Oggi i sopravvissuti sono la minoranza della minoranza, Turski era uno di loro, sapeva che a breve non ci sarebbe più stato. Quando da giovane gli venne offerto di emigrare negli Stati Uniti, rifiutò, voleva partecipare alla creazione di una nuova Polonia, che lui immaginava socialista. La sua presenza lo scorso anno fu un grido, la chiusura di una vita trascorsa a ripetere: “Auschwitz non cadde dal cielo”.