Foto Ap, via LaPresse

da Camberra a Parigi

La Francia segue il modello australiano e prova a vietare i social network ai ragazzi

L'Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge che vieta l'accesso a TikTok, Instagram, Facebook e simili. Se avrà il via libera anche dal Senato, sarebbe il primo paese europeo a imporre un limite d'età

Era il 10 dicembre 2025 quando l'Australia vietò l'utilizzo dei principali social media (tra cui TikTok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e Threads) agli under 16, divieto iniziato formalmente il 23 gennaio 2026. Ora è la Francia che prova a portare il Social ban in Europa. Nelle prime ore del 27 gennaio 2025 infatti, l'Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge che vieta l'accesso ai social media ai minori di 15 anni per tutelare la loro salute. A votare a favore sono stati 130 deputati, 21 i contrari. Il ddl ora passerà all'esame del Senato.

 

Se il Senato approverà la legge, la Francia sarebbe il primo paese europeo a imporre un limite di età per l'accesso ai social. Questa misura è una priorità per il presidente Emmanuel Macron, che ha definito il voto di stanotte come un "passo importante".

  

Imporre un'età minima per l'accesso ai social è giusto o sbagliato?

Nei mesi scorsi abbiamo a lungo affrontato l'argomento su questo giornale. Il direttore Claudio Cerasa, in un suo editoriale, si chiedeva: "Se il problema dei social è legato al rimbambimento dei ragazzi o al rischio di esposizione a contenuti nocivi per il cervello (a proposito: chi decide quali lo sono?), oltre a vietare i social si dovrebbe anche evitare di far stare i ragazzi per ore davanti alla tv (davvero vogliamo aprire quel file?), o verificare se passano troppo tempo in discoteca (attiviamo le ronde di stato?) o se ascoltano musica spazzatura in eccesso (facciamo intervenire gli artificieri se ascoltano troppo Papa V?). Se il problema dei social è legato al numero di ore elevato passato sui dispositivi elettronici, allora il problema non è la libertà che può offrire un social, ma la mancanza di regole chiare in famiglia, di fronte alla quale c’entra poco l’assenza o la presenza di un divieto imposto dallo stato". Per poi concludere: "Premere il pulsante del panico per vietare tutto può essere un placebo piacevole che per un istante dà l’illusione di aver affrontato il problema. Ma se si vuole davvero aiutare i minori a non cadere nelle trappole degli algoritmi, più che pensare a vietare occorrerebbe rendersi conto di quanto sia pericoloso sollevare gli adulti dal dover risolvere problemi che riguardano la responsabilità educativa dei genitori, non quella dello stato. E dunque, sì: vietare i social, come ha fatto l’Australia, rischia di non essere altro che un diversivo comodo, per non volere dire una fantozziana boiata pazzesca".

 

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