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forti e deboli

Il risveglio della forza. Trump come trionfo del nichilismo occidentale

Michele Silenzi

Finisce l’illusione che bastino mercati e regole. Trump incarna una politica senza freni valoriali, mentre l’Europa, paralizzata da burocrazia e paura della decisione, sembra quasi volere difendere la propria impotenza. Tra nichilismo diffuso e paralisi istituzionale, la regola sostituisce la scelta

Uno dei capitoli della lunghissima saga di Guerre stellari s’intitola “Il risveglio della forza” ed è uno slogan che ben sintetizza ciò a cui stiamo assistendo. Non che la forza se ne sia mai andata dal mondo, ma in buona parte dell’Occidente pensavamo che ormai fosse una componente tangenziale, episodica, della nostra vicenda storico-politica, qualcosa per risolvere una controversia qui, un piccolo conflitto di là. Non avremmo probabilmente mai pensato che sarebbe ritornata il centro nevralgico dell’attività politica.

La questione appare insieme molto semplice e molto profonda. In Europa, in particolare, abbiamo pensato che il mondo fosse diventato il luogo in cui vincevano “i miti e i buoni”. Abbiamo ritenuto che in un sistema di evoluzione politica, in cui sopravvive il più adeguato, non il più forte, il più adeguato fosse “il più corretto”. Pensavamo che questa idea, adottata dai paesi più avanzati e più dominanti si sarebbe naturalmente dipanata, sotto la nostra egida, al mondo intero.

Tuttavia, l’idea di una tensione verso una sorta di pace universale sotto il segno della liberal-democrazia e del rispetto dei diritti tanto degli individui quanto dei singoli stati in una pacificazione generata dalla circolazione libera delle merci, appare tramontata. Questo non significa, ovviamente, che la libera circolazione delle merci non sia il meglio che ci sia dal punto di vista economico, vuole dire, invece, che un tale bene e benessere non è in grado di mantenere e sostenere sé stesso. Che altri bisogni si riaffacciano con nuove richieste politiche che vanno oltre quelle del puro benessere. La forza ritorna perché lo splendido pacifico ordine economico-commerciale su cui si è retto il mondo dal secondo dopoguerra non basta più a sé stesso. Non è più abbastanza forte!

Se osservato con le lenti non tanto della geopolitica, quanto con quelle della filosofia si potrebbe dire che questo momento politico si presenta come la maturazione, nei fatti, di quello che nel concetto possiamo definire il grande nichilismo occidentale.

Il nichilismo è stato, in passato, un’idea “nobile” che, in un certo senso, spiegava con chiarezza la forza dissolvente della ragione occidentale che tutto voleva sottoporre al proprio scrutinio, facendo via via a pezzi ogni forma di sovrastruttura e di credenza che si schiantava contro l’implacabile analisi dell’intelletto liberando così l’uomo di ogni valore pre-ordinato da qualche autorità costituita. Tuttavia, nel momento in cui il nichilismo (o, meglio, la sua volgarizzazione) è diventato, nella società di massa (chiamiamola così), il credo dominante, secondo cui tutto è uguale a tutto e quindi posso fare sostanzialmente quello che voglio, ovviamente ogni tipo di “valore” più alto è andata via via scomparendo. Se questo ha portato straordinari frutti da un punto di vista di organizzazione sociale ed economica, ne conosciamo la catastrofe da un punto di vista “spirituale”. Ma questa condizione spirituale, questa disarticolazione dei valori, oggi si è impadronita, inevitabilmente, anche della politica. I politici sono sempre degli specchi dell’epoca e non i suoi condottieri. Questo significa, a livello politico, che nel momento in cui non esistono “valori frenanti”, linee invalicabili, ecco che tutto ciò che è possibile fare diviene anche legittimo fare.

La politica trumpiana è, in questo senso, il culmine di questo nichilismo (un culmine che ha sia effetti positivi sia negativi, ma con cui è necessario confrontarsi). O meglio, più che il culmine, è la sua manifestazione più evidente attraverso la prassi politica che riguarda tutti.

L’Europa, in questa situazione, appare fuori tempo e incapace di adattarsi e reagire ai tempi. Per via di una struttura burocratico-sclerotizzata, per via di una epocale crisi politico-spirituale, per via della sua tensione a mettersi a riparo dai venti della storia cercando di schermarsi attraverso il trionfo della regola: che appare come niente altro che una forma di timorosa auto-tutela leguleia.

Il problema appare quindi duplice qui in Europa: prima culturale, poi politico. In Europa, dopo l’immane tragedia della Seconda guerra mondiale si è deciso, culturalmente, di disprezzare tutto ciò che aveva a che fare con un qualche apprezzamento della forza, con tutto ciò che aveva a che fare con qualcosa di solido, di deciso e di decisivo. Con tutto ciò che aveva a che fare con “valori forti” visti come responsabili di potenziali scontri e violenze. Un atteggiamento, questo, talmente aggressivo e paradossale da cancellare forzosamente buona parte della nostra eredità culturale. E tutto ciò ha contribuito in maniera decisiva alla maturazione del “nichilismo generalizzato”.

Una tale cancellazione della possibilità di esercitare la forza è stata poi portata avanti a livello politico attraverso una parossistica proliferazione di pesi e contrappesi prima all’interno degli stati e poi anche all’interno dell’Unione, tale da rendere impossibile ogni forma reale di decisione. E come sappiamo la decisione è la politica, non esiste politica se non vi è decisione. Da qui, come conseguenza diretta, deriva l’inettitudine politica del nostro continente che, in questo momento, si traduce nella totale mancanza di qualsiasi primato: né accademico, né economico, né militare, né tecnologico, né strategico. Solo nel risparmio siamo i primi, ossia in una forma estrema di resistenza che si rinchiude in sé stessa sperando che passi la tempesta. L’Europa appare, oggi, a livello politico e culturale, soltanto come un luogo che cerca disperatamente di difendere la propria impotenza. E in una tale situazione non si può che, tristemente, richiamare le celeberrime parole di Tucidide: “I forti fanno ciò che possono. I deboli soffrono ciò che devono”.

 

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