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in America

I video e i nostri occhi giudici dello strazio di Minneapolis

Stefano Pistolini

Le immagini, non solo quelle dell'omicidio di Alex Pretti, che ci portano dentro le proteste americane dove la violenza dell'Ice viene vista per quella che è, sempre più distante dalla versione ufficiale della Casa Bianca

Nello strazio di Minneapolis – città-quarzo della metamorfosi americana nella sua migrazione dalla democrazia per come la conoscevamo – c’è un fattore che ridefinisce il concetto di partecipazione: il semplice atto del guardare. Il gesto che ci si siamo abituati a fare per aggiornarci sullo stato delle cose oltreoceano: prima di tutto visionare una raffica di video di giornata, scaricati sui social dai grandi media, dai gruppi di attivisti, ma per lo più da privati cittadini. Poi fare il confronto coi discorsi che offrono la versione ufficiale, quella governativa, dei fatti, interpretati dal solito cast: la portavoce Karoline Leavitt, l’imperturbabile segretario della Sicurezza interna Kristi Noem, il vicepresidente JD Vance e il capocomico Donald Trump. Partecipiamo con gli occhi. Non è una novità se solo si ripensa alla guerra da salotto nel Golfo, che già nel ‘91, tutte le sere, si poteva seguire dalle telecamere della Cnn sul terrazzo dell’Al Rashid. Ma qui il video è diventato un linguaggio nativo e primario, privo di mediazioni, che surclassa la trasmissione giornalistica e rende quasi superfluo leggere i resoconti, perché abbiamo già visto coi nostri occhi, ci siamo formati un’opinione, siamo attrezzati per misurarla, ad esempio, rispetto all’interpretazione proposta dalla Casa Bianca e dai suoi affiliati. Non che questo renda inutile il lavoro dei reporter, ma in formati diversi come quello, certosino e inoppugnabile, col quale il NYT presenta le sue “visual timeline” con cui smentisce ogni mendace ricostruzione, attraverso il montaggio multiplo e sincrono di tutti i video registrati da chi è stato presente sul luogo dei fatti col suo telefonino. 

Bisogna riflettere su cosa comporti questa liturgia con cui ci caliamo negli eventi – venire a conoscenza di una notizia attraverso la diffusione di un video che viaggia più veloce di qualsiasi cronaca, ampliare la ricerca ad altre clip, condividerle, attendere le parole di chi ha un ruolo nella vicenda, un sindaco, un governatore, i mandanti dell’operazione – provocando un consumo così statico ma al tempo stesso così emotivo, così intenso da disinnescare la volontà di mettere in atto un seguito pubblico a ciò che abbiamo visto spiando, nemmeno fossimo stati sul posto, nascosti dietro un cespuglio.

Insomma, come la costernazione e lo scandalo provocato da ciò che abbiamo guardato acquistino una fatalità conclusiva, la presa di coscienza di un’ingiustizia in corso di svolgimento, eppure perpetrata sotto l’egida di giustificazioni difficili da disinnescare. E che, tanto più per noi che siamo qui, lontani, il desiderio di reagire a posteriori,  dopo aver visto, ci renda impotenti, magari rimandandoci a soavi ragionamenti universali sulla malvagità dell’essere umano o sulla bellezza delle parole di Mark Carney a Davos, scollandoci dall’azione, dal desiderio di partecipare al cambiamento in atto. Osserviamo Greg Bovino alla guida dei suoi manipoli, leggiamo i commenti, aggiungiamo i nostri, ne parliamo con qualche conoscente e, appena possiamo, ci rimettiamo a caccia di altre immagini, che ci riportino sui luoghi, in qualche anonima periferia metropolitana, per esempio sui marciapiedi gelati dove Alex Pretti viene massacrato da una banda della sicurezza federale. Venendo a conoscenza di un’informazione straniante: 48 secondi prima di morire ammazzato, anche Pretti era una persona che, a margine delle proteste, filmava col suo iPhone quel che stava accadendo, prima di trasformarsi da narratore in vittima.

Questo doloroso spettacolo voyeuristico, queste differite senza regia, imprevedibili negli sviluppi e dunque ancora più atterrenti, la vista di scorcio di altri di passaggio che alzano lo smartphone per riprendere (a momenti conosceremo anche il loro di punto di vista), ci spinge a interiorizzare, a masticare l’accaduto – riguardando, seguendo le reazioni, vivisezionando. Finiamo per diventare tutti testimoni oculari, di certo ciascuno col suo bagaglio di preconcetti, ma con la convinzione d’aver visto coi nostri occhi e che non ci sarà descrizione che possa convincerci di qualcosa di diverso. Statici nel nostro blow up, oberati dalle ossessioni che ne scaturiscono, scossi al punto da faticare a collocare quei frammenti in un quadro più grande. La piazza, la mobilitazione assumono dimensioni remote. Perché la realtà è là, è locale, in scena in una città – in tante città – dov’è in atto una procedura di purificazione razziale. Ben protetti, nel 2026, noi abbiamo l’opportunità di assistere dal telefono al suo dipanarsi. Ma proprio l’istantaneità di questa partecipazione, paradossalmente, ci fa sentire più soli che mai.

Post scriptum: in questi violenti scenari, c’è un fattore di disturbo che ne indirizza i futuri sviluppi. Sia la poetessa Renee Good che l’infermiere Pretti sono cittadini americani bianchi. Dunque la minaccia di destabilizzazione è già penetrata assai in profondità nella radice formativa del paese, indicando che anche le garanzie razziali stanno saltando. Nell’ambito delle premesse costituzionali, in effetti nessuno è più al sicuro. Un pensiero questo, che traverserà la mente di tutti gli americani, davanti alla vista di quel Suv rosso e di quell’eskimo verde, identici a quelli che anche hanno nell’armadio e giù nel garage. 
 

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