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Le aziende in allarme
I ceo del Minnesota chiedono di abbassare la tensione. La cautela con Trump e i negozi chiusi
Mentre i cittadini erano in sciopero, sessanta aziende hanno reagito alle uccisioni a Minneapolis chiedendo a Trump una "de-escalation". Ma la loro posizione non è facile perché devono tenere insieme le richieste di dipendenti e consumatori senza incorrere nelle ire dell'Amministrazione
A seguito dell’omicidio di Alex Pretti da parte di un agente dell’Ice, la polizia di frontiera che l’Amministrazione Trump utilizza per catturare e deportare quanti più immigrati irregolari possibile, gli amministratori delegati di circa sessanta aziende con sede o interessi nel Minnesota, lo stato che sta subendo più di tutti le ronde degli agenti, hanno firmato una lettera aperta. In questa si legge che “le recenti sfide che il Minnesota ha dovuto affrontare hanno portato a una tragica morte” e si chiede “la de-escalation della tensione” e “una collaborazione tra agenti locali e federali per costruire un futuro luminoso”. Anche se Donald Trump non viene nominato, aziende come il colosso della vendita al dettaglio Target, la farmaceutica United Health e le squadre sportive professionistiche del Minnesota hanno chiesto un freno alle azioni dell’Ice. “Oltre ai risultati contraddittori per ciò che riguarda l’economia”, dice al Foglio Raffaella Baritono, professoressa di Storia degli Stati Uniti all’Università di Bologna, “c’è una crescente insoddisfazione delle aziende rispetto alle politiche sull’immigrazione, perché le ricadute colpiscono in maniera aggressiva persone che lavorano nell’ambito del commercio e dell’edilizia”.
Sarebbero stati proprio i lavoratori di aziende che fanno largo uso di lavoratori migranti a spingere i board ad agire. Target, infatti, era stata colpita da uno sciopero dei dipendenti dopo che sul posto di lavoro erano state arrestate due persone, e molti hanno iniziato a smettere di presentarsi per motivi di sicurezza. Inoltre, più di 450 lavoratori del settore tecnologico, inclusi impiegati di Google, Salesforce e Meta, hanno firmato una lettera che chiede ai propri amministratori delegati di chiedere che l’Ice lasci il Minnesota, e cancelli ogni contratto in essere con l’agenzia federale.
Nel frattempo, i cittadini del Minnesota hanno autonomamente organizzato uno sciopero, il “Giorno della verità e della libertà”, e hanno richiesto sia l’allontanamento dell’Ice sia che gli agenti che hanno ucciso i due cittadini siano processati, cosa che a oggi l’Amministrazione Trump non sembra intenzionata a fare. La situazione a Minneapolis è critica: molti negozi hanno chiuso temporaneamente e alcuni hotel hanno bloccato la prenotazione di camere agli agenti federali per paura di ritorsioni. Un’azienda di produzione di caffè, Caribou Coffee, ha mandato una lettera ai propri manager in cui indica come comportarsi in caso di visita di agenti dell’Ice: stare calmi e rispondere in maniera positiva, senza però permettere che si introducano senza un mandato in aree del negozio accessibili solo ai dipendenti.
Il modo in cui le grandi aziende hanno reagito alle uccisioni è molto diverso rispetto ai mesi seguenti all’uccisione di George Floyd, quando furono inaugurati programmi per combattere il razzismo sistemico. “Oggi per le aziende non è facile”, dice al Foglio Alison Taylor, professoressa alla Stern School of Business della New York University, “perché devono riuscire a tenere insieme la felicità di consumatori e dipendenti, senza incorrere nelle ire dell’Amministrazione. Essendo impossibile, si arriva a una lettera blanda, per non scontentare nessuno”. L’inizio del secondo mandato di Trump sembrava presupporre una luna di miele con il mondo delle imprese, anche per via della sua accessibilità: nel caso servisse, Trump era sempre contattabile telefonicamente dagli amministratori delegati delle grandi aziende. “Biden è stato percepito come un presidente contro il mondo del business”, continua Taylor, “e gli amministratori delegati si lamentavano di non riuscire a parlargli. Se a questo si aggiungono i nuovi regolamenti antitrust, si capisce come le reazioni alla seconda vittoria di Trump siano state tutto sommato positive”.
Pian piano, però, sono arrivate le prime crepe. Il ceo di JP Morgan Jamie Dimon lo ha criticato, affermando che non gli piaceva il trattamento che l’Amministrazione riservava ai migranti: per tutta risposta, Trump lo ha citato in giudizio per 5 miliardi di dollari, accusandolo di aver subìto un blocco dei conti da parte della sua banca per motivi politici dopo il fallito golpe del 6 gennaio. Anche il ceo dell’azienda petrolifera Exxon è andato contro alle posizioni di Trump, dicendo che è impossibile “investire in Venezuela”. Nonostante ciò, i democratici non sono riusciti a contrastare lo spostamento a destra delle grandi aziende. Uno dei motivi? Secondo Taylor, “per tante persone, nel partito ci sono molta disorganizzazione e incompetenza”.