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in America

A Minneapolis si sta ridefinendo la geografia del potere federale negli Stati Uniti

Daniela Santus

Da Minneapolis a Los Angeles, le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement mostrano che la politica migratoria di Trump non mira a fermare gli ingressi, ma a riaffermare con la forza la sovranità federale nei territori della resistenza urbana

Nei giorni scorsi, a Minneapolis, un bambino di cinque anni è stato arrestato insieme al padre da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia ha fatto il giro del mondo scatenando indignazione, dibattito sui social, reciproche accuse tra democratici e repubblicani. Ma concentrarsi sul bambino significa perdere di vista quello che sta davvero accadendo. Perché quello che è successo a Minneapolis non è un incidente e nemmeno soltanto una questione di immigrazione. È qualcosa di più inquietante, ovvero la ridefinizione geografica del potere federale negli Stati Uniti.

D’altra parte, al giorno d’oggi, continuare a parlare di “crisi della frontiera sud” è un errore analitico. Non perché il confine con il Messico non conti più, ma perché ridurre la politica migratoria di Trump a una questione di barriere fisiche significa non capire la portata della trasformazione in atto.

La frontiera, nel linguaggio e nella pratica di questa amministrazione, non è più un luogo geografico preciso. È un concetto mobile, una condizione che può essere attivata ovunque il potere federale decida di proiettarsi. Quando Trump parla di “invasione”, non si riferisce solo ai migranti che attraversano il Rio Grande. Si riferisce a una presenza considerata illegittima che ha già penetrato il territorio nazionale, che si è insediata nelle città, che ha messo radici. E quindi la risposta non può più essere solo alla frontiera fisica. Deve essere interna, capillare, ubiqua. La logica è quella dell’occupazione più che del controllo dei confini: non si tratta più di impedire l’ingresso, ma di bonificare il territorio già occupato. Stiamo assistendo a una dottrina operativa che si traduce in geografia del potere. Le operazioni ICE degli ultimi giorni non colpiscono a caso: mirano a città democratiche, a comunità di migranti consolidate, a luoghi ad alto valore simbolico. Minneapolis, Chicago, New York, Los Angeles. Sono i territori della resistenza culturale e politica a Trump. Non siamo di fronte a una semplice politica di rimpatrio, siamo di fronte a una deportazione per mostrare chi comanda e quanto profondamente può penetrare nel tessuto urbano delle città che si oppongono. La stessa logica di proiezione della sovranità che Trump vorrebbe applicare all’estero si ripiega verso l’interno. Le città americane diventano zone contestate, spazi in cui la sovranità federale deve essere continuamente riaffermata contro autorità locali considerate ostili o complici. ICE non è solo un’agenzia di controllo dell’immigrazione: è lo strumento attraverso cui il governo federale occupa militarmente, perché di questo si tratta, il proprio stesso territorio.

Di fatto quello cui stiamo assistendo è la riconfigurazione della geografia del potere negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump non si limita a deportare più persone: ridisegna la mappa di dove e come il potere federale si manifesta, quali luoghi colpisce, quali comunità terrorizza, quali spazi sottrae al controllo locale. Tradizionalmente, il potere dell’ICE si esercitava in modo relativamente discreto: arresti individuali, retate mirate, detenzioni in centri lontani dai riflettori. Ora invece siamo tutti spettatori di uno show: la teatralizzazione del dominio. Gli arresti avvengono in pieno giorno, davanti alle telecamere, con dispiegamenti che sembrano operazioni militari più che di polizia. Non si nasconde più nulla: anzi, si esibisce. L’arresto del bambino di cinque anni non è un incidente imbarazzante da minimizzare. È parte integrante della strategia comunicativa: mostrare che nessuno è al sicuro, che l’appartenenza territoriale non garantisce protezione. Questo approccio trasforma radicalmente il rapporto tra cittadini e spazio pubblico. Intere comunità - non solo gli immigrati irregolari, ma chiunque possa “sembrare” straniero, chiunque viva in quartieri ad alta densità di migranti - cominciano a percepire la città come un territorio ostile, controllato da una forza che non viene riconosciuta come legittima ma che è indiscutibilmente potente. Si evitano certi luoghi, certi percorsi, certi orari. Si sviluppano reti informali di allerta, mappe mentali delle zone pericolose. La vita urbana si riorganizza intorno alla minaccia della deportazione. Il paradosso è evidente: l’amministrazione che proclama di voler “rendere l’America sicura di nuovo” produce insicurezza in intere aree metropolitane. Non l’insicurezza dovuta alla criminalità, ma l’insicurezza come impossibilità di abitare lo spazio pubblico senza paura. La scelta di colpire città come Minneapolis ha poi un significato federale nel senso più tecnico del termine. Gli Stati Uniti sono una confederazione: il rapporto tra potere centrale e poteri locali è sempre stato oggetto di negoziazione, conflitto, ridefinizione. Storicamente, le città sono state laboratori di politiche progressiste, spazi di autonomia rispetto a Washington. Le cosiddette sanctuary cities - città che limitano la collaborazione con le autorità federali in materia di immigrazione - rappresentano proprio questo: sovranità locale su questioni che il governo centrale vorrebbe centralizzare. La risposta di Trump è pertanto brutale: se le città non collaborano, verranno occupate. Il messaggio è chiaro: la sovranità locale esiste solo finché non contraddice la volontà del presidente. E quando la contraddice, può essere sospesa con la forza.

Dal punto di vista operativo, ci sono città con popolazioni di immigrati irregolari molto più numerose. Ad esempio Los Angeles, New York, Miami. Dunque perché Minneapolis? Perchè Minneapolis ha un peso simbolico specifico. È la città in cui il 25 maggio 2020 venne ucciso George Floyd. Dove a causa delle immagini del suo omicidio si scatenarono proteste in tutti e cinquanta gli stati americani. Minneapolis è diventata il “ground zero” del movimento Black Lives Matter, il simbolo di una frattura razziale che attraversava la società americana e che Trump ha sempre sfruttato politicamente. Scegliere Minneapolis è un modo per dire che la città delle proteste del 2020 non esiste più. O meglio, esiste ancora, ma è sotto controllo. Il potere federale può entrare, può arrestare chiunque, può mostrare la propria forza esattamente nei luoghi che si erano costituiti come spazi di opposizione. Ma Minneapolis è anche, storicamente, una città progressista del Minnesota, che è stato teatro di alcune delle battaglie elettorali più serrate degli ultimi anni. È una città con una forte tradizione di attivismo comunitario, con reti di solidarietà ben organizzate, con un’amministrazione locale tendenzialmente ostile alle politiche trumpiane. Colpire Minneapolis significa colpire un modello di governance urbana, dimostrare che nemmeno le città più organizzate possono resistere quando il governo federale decide di usare la forza. Quando ICE opera a Minneapolis, non arresta solo persone in situazione irregolare. Arresta un’idea di città multiculturale, pluralista, aperta e integrata.

C’è poi un modo di guardare all’Immigration and Customs Enforcement che va oltre la sua funzione amministrativa o di polizia. ICE non si limita a far rispettare le leggi sull’immigrazione: produce spazio. Crea geografie del terrore, ridefinisce il significato dei luoghi, trasforma il modo in cui le persone abitano la città.

Questa non è solo teoria accademica. È qualcosa che si vede concretamente nelle strade. Nelle settimane successive all’inizio dell’attività ICE, intere aree di Minneapolis hanno cambiato volto. I genitori hanno smesso di portare i figli a scuola. I lavoratori hanno smesso di prendere i mezzi pubblici. I negozi nei quartieri a maggioranza immigrata hanno visto crollare gli affari. Non perché tutti quelli che vivono in quelle aree siano irregolari - la stragrande maggioranza non lo è - ma perché la semplice presenza di ICE crea un clima di paura che contamina lo spazio circostante. ICE genera dunque nuove configurazioni spaziali attraverso la sua azione. Un marciapiede dove ieri si chiacchierava con i vicini oggi diventa un luogo da attraversare velocemente, a testa bassa. Un parco pubblico dove i bambini giocavano diventa un’area da evitare, un luogo dove si può essere fermati, identificati, arrestati. La trasformazione non riguarda solo la percezione soggettiva, ma la struttura materiale della vita urbana. Quando intere comunità si ritirano dallo spazio pubblico, le reti di mutuo aiuto si indeboliscono, i servizi sociali diventano inaccessibili, le attività commerciali chiudono, le scuole vedono aumentare le assenze. La città si frammenta e la paura della deportazione diventa il principio organizzativo fondamentale. Ma c’è di più. Se guardiamo ai centri di detenzione e ai tribunali per l’immigrazione, noteremo che non si tratta solo di luoghi funzionali, ma di nodi di una geografia carceraria che ridisegna il territorio americano. I detenuti vengono spesso trasferiti a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità, resi invisibili, tagliati fuori da qualsiasi rete di supporto. Le famiglie che cercano di visitarli devono attraversare stati interi, affrontare procedure burocratiche kafkiane, superare barriere fisiche e amministrative progettate per scoraggiare il contatto. Questa dispersione forzata non è un effetto collaterale: è una strategia deliberata. Rendere difficile, costoso, traumatico il mantenimento dei legami familiari serve a spezzare le comunità, a indebolire la resistenza, a dimostrare che lo stato può separare le persone non solo legalmente ma anche geograficamente. È una forma di esilio interno, dove la distanza fisica diventa strumento di controllo sociale. La differenza con le politiche del passato non sta nella durezza, ma nella loro visibilità e nella loro intenzionalità geografica. Sotto Obama, le deportazioni sono state numericamente superiori, ma si cercava di renderle il più discrete possibile, di minimizzare l’impatto sulle comunità, di distinguere tra “criminali” e “famiglie”. Sotto Trump, la strategia è l’opposto: massimizzare la visibilità, creare terrore diffuso, non fare distinzioni. Il messaggio non è “deportiamo i criminali”, è “possiamo deportare chiunque, ovunque, in qualsiasi momento”.

Siamo abituati a pensare alla frontiera come a una linea. Un confine geografico che separa il dentro dal fuori, il noi dal loro, il legale dall’illegale. Ma quello che sta accadendo negli Stati Uniti ci costringe a ripensare questo schema. La frontiera si è smaterializzata, si è moltiplicata, si è spostata all’interno del territorio nazionale. Oggi la frontiera è ovunque ci sia un agente ICE. È in un appartamento di Minneapolis, in una scuola di Chicago, in un tribunale di New York. La frontiera non separa più due territori distinti: attraversa il tessuto sociale. Non è un luogo, è una condizione. Non si trova alla periferia dello stato, ma nel suo cuore. Questa interiorizzazione ha conseguenze profonde. Significa che la logica dell’esclusione non opera più solo al margine ma permea l’intera società. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto confini interni: la segregazione razziale dei primi del Novecento, le riserve dei nativi americani tuttora esistenti. Ma la situazione attuale ha una pretesa di invisibilità: formalmente gli Stati Uniti sono un paese dove tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, dove la libertà di movimento è garantita. Eppure, nella pratica, milioni di persone vivono in uno stato di precarietà permanente, dove ogni interazione con lo spazio pubblico può trasformarsi in un rischio esistenziale. E questo non riguarda solo gli immigrati irregolari. Riguarda anche chi ha un permesso temporaneo, chi è in attesa di una decisione sul proprio status, chi tecnicamente ha i documenti a posto, ma vive con la paura che un cambiamento nelle politiche o un errore burocratico possa renderlo deportabile. Quello che Trump sta costruendo, in sostanza, è un sistema dove neppure la cittadinanza è una garanzia sufficiente. Basti pensare all’uccisione, sempre a Minneapolis, di Renee Good. Il 7 gennaio un agente ICE le ha sparato tre colpi al volto: eppure Renee era bianca e americana. È quasi come se si stesse costruendo una geografia dell’apartheid non dichiarata, ma operativa, che non distingue tra neri e bianchi, ma forse tra trumpiani e non.

Si tratta, peraltro, di una logica che non si limita ai confini nazionali. Il modo in cui Trump pensa allo spazio interno è speculare al modo in cui pensa allo spazio globale: la sovranità si prende con la forza, il territorio si controlla con la presenza fisica, i diritti si concedono o negano in base al rapporto di forza. Sono le stesse fantasie neoimperiali che abbiamo visto con le minacce alla Groenlandia e a Panama, lo stesso rifiuto di qualsiasi idea di sovranità condivisa o di negoziazione multilaterale. In questo Trump non è diverso da Putin: entrambi immaginano il mondo come un insieme di territori da conquistare e controllare. Semplicemente, Minneapolis ci mostra dove porta questa logica quando si rivolge verso l’interno. Per questo bisogna guardare a Minneapolis, perchè lì si sta decidendo che tipo di paese vogliono essere gli Stati Uniti. E, di conseguenza, che tipo di mondo ci troveremo ad abitare.