Ansa

Editoriali

Viva il soldato iraniano condannato a morte dal regime per non aver sparato sui manifestanti disarmati

Redazione

Javid Khalas come il soldato di Berlino, Hans Conrad Schumann, che nel 1961 scavalcò il Muro. Ma il quello iraniano è un confine invisibile, fatto di fatwe, di polizia morale, di esecuzioni pubbliche e di sparizioni

   

Gli attivisti per i diritti umani affermano che sono oltre cinquemila per ora le vittime accertate durante la repressione delle proteste in Iran, mentre la Repubblica islamica continua a mentenere un blocco totale di Internet, rendendo difficile una verifica indipendente del bilancio delle vittime. Mai Sato, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, a Bloomberg parla di ventimila vittime. E in questo abisso spicca un nome: Javid Khalas, il soldato iraniano che, con un gesto di audacia e di integrità incrollabile, ha rifiutato di sparare sui manifestanti disarmati. Un rifiuto del macabro balletto della repressione, come il soldato di Berlino, Hans Conrad Schumann, che nel 1961 scavalcò il Muro. Le strade iraniane brulicano di corpi che invocano giustizia, donne e uomini che sfidano il regime con la nuda forza della disperazione. Davanti a loro, file di soldati armati, ingranaggi di una macchina totalitaria che macina il dissenso come grano sotto la mola. Khalas riceve l’ordine da Khamenei: “Fuoco”. E come Schumann, Khalas non spara. 

 

Ma se Schumann fuggì verso l’ovest, Khalas, invece, deve ora affrontare la sentenza di morte, un verdetto che il regime degli ayatollah ha emesso con la crudeltà che lo distingue dal 1979. Un atto di sabotaggio interno, un virus morale inoculato nel cuore stesso della bestia khomeinista. La sua condanna a morte, denunciata dal Dipartimento di Stato americano come un abominio, non fa che amplificare la sua statura. “Il suo rifiuto non era solo giustificato, ma l’unica scelta morale”, ha dichiarato Washington, in un raro momento di chiarezza etica nella diplomazia americana. I despoti temono le armi, ma anche gli esempi. Il Muro di Berlino era un simbolo fisico di divisione; il muro iraniano è invisibile, fatto di fatwe, di polizia morale, di esecuzioni pubbliche e di sparizioni. Buttarlo giù avrebbe un significato e conseguenze non meno dirompenti della liberazione dei popoli mitteleuropei.

Di più su questi argomenti: