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la rivolta e i proxy

Se cade il regime in Iran, anche gli houthi temono per la propria sorte

Luca Gambardella

Le proteste contro i pasdaran hanno avuto un'eco notevole anche in Yemen, dove regge l'ultimo alleato di Teheran in quello che un tempo fu l'Asse della resistenza

Le crepe nel regime degli ayatollah ne aprono di nuove in ciò che resta dell’Asse della resistenza, che ormai annovera solamente Sana’a, oltre a Teheran. Le proteste delle ultime settimane in Iran hanno avuto ampia eco  in Yemen, dove  gli houthi rivendicano il ruolo di principale alleato dei pasdaran. La settimana scorsa, il quotidiano saudita Asharq al Awsat ha rivelato come dalle parti del gruppo sciita, che controlla il nord dello Yemen, l’allarme per quanto avviene in Iran sia stato avvertito, eccome. Secondo le indiscrezioni raccolte dal giornale, gli houthi sarebbero preoccupati al punto da temere per la propria sopravvivenza, nel caso in cui il regime di Teheran dovesse cadere.  

I terroristi filoiraniani avrebbero  aumentato al massimo il proprio livello di allerta, compresa la sorveglianza sul territorio che controllano e che si estende dalla capitale Sana’a fino alle montagne del nord-ovest. “Non sorprende che nelle scorse settimane le emittenti vicine agli houthi abbiano espresso messaggi pieni di preoccupazione per le sorti del regime iraniano”, spiega al Foglio Mohammed al Basha, esperto di Yemen e fondatore della società di consulenza Basha Report, basata in Virginia. “Ogni volta che un membro del cosiddetto Asse della resistenza finisce sotto attacco, gli houthi si schierano in suo aiuto. Vedono se stessi come un attore con un ruolo centrale nell’alleanza, uno dei suoi membri più forti, se non il più forte al di fuori dell’Iran”. 

D’altra parte, gli houthi sono da sempre un’entità distinta e autonoma rispetto a Teheran. Sebbene esista una comunione di intenti, come per esempio la professione della distruzione di Israele come principale obiettivo strategico, i terroristi dello Yemen hanno preservato una propria autonomia, con un’agenda distinta e sviluppando una propria industria della Difesa, persino. Il legame tra Sana’a e Teheran, va oltre l’alleanza strategica e riguarda l’ideologia antisemita e distruttiva che invece si cela alla base dell’autorità degli houthi e dei pasdaran. Lo spiega Adnan al Gabarni, giornalista e analista yemenita. “Gli houthi sono ansiosi e preoccupati per il potenziale crollo del regime della Repubblica islamica in Iran, non perché non possano sopravvivere senza di esso, ma perché temono il crollo del modello su cui hanno costruito il loro regime, che ha portato , e continua a portare loro, grandi benefici”. 

La principale preoccupazione degli houthi è quella di restare soli, unici superstiti di un Asse della resistenza che mano a mano ha visto la sconfitta di Hezbollah in Libano, di Bashar el Assad in Siria e di Hamas nella Striscia di Gaza. “Se il regime di Teheran cadesse, gli houthi perderebbero il loro modello ispiratore, il loro sostegno politico regionale, la punta di diamante del progetto a cui appartengono, la roccaforte e il supporto militare e logistico di qualità – soprattutto, le competenze tecnologiche che fornivano gli specialisti iraniani. Rimarrebbero soli, il che faciliterebbe la loro caduta”, spiega al Gabarni.

Dopo il 7 ottobre, il gruppo terroristico sciita guidato da Abdul Malik al Houthi ha paralizzato i commerci tra l’Asia e l’occidente prendendo di mira le navi commerciali occidentali e israeliane con attacchi di missili e droni davanti allo stretto di Bab el Mandeb. I danni economici causati sono stati enormi, solo parzialmente attenuati dalla riapertura di una rotta alternativa, quella che ha costretto la gran parte delle compagnie di navigazione a circumnavigare l’Africa. Nonostante il cessate il fuoco siglato a maggio dello scorso anno con gli Stati Uniti, i danni al settore marittimo mondiale sono continuati, perché molte società non si sentono al sicuro nel fare attraversare il Mar Rosso alle proprie navi cargo. Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, i traffici al porto israeliano di Eilat sono crollati negli ultimi due anni a causa degli attacchi degli houthi, riducendo il giro d’affari da 76 milioni di dollari a quasi zero. 

Dopo un primo slancio iniziale, la perdita di intensità delle proteste per le strade dell’Iran ha portato i terroristi in Yemen a convincersi che la tempesta sia passata. “Se all’inizio i media locali avevano una lettura molto pessimistica degli eventi a Teheran, ora la narrativa sembra essere cambiata – dice al Basha. Adesso gli houthi ritengono che il regime iraniano abbia vinto, dopo avere soppresso le proteste. I loro canali di propaganda dipingono gli appelli di Trump e Netanyahu che esortano gli iraniani a sollevare il regime come la prova di interferenze esterne negli affari dell’Iran”. Il presente degli houthi insomma sembra più attratto dalla contesa fra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita nel sud dello Yemen, contesa che ha ridisegnato la mappa di influenza nel paese in favore di Riad. Le proteste dell’Iran restano relegate, per ora, a un rumore di fondo. “Se l’attuale regime di Teheran cadesse, gli houthi perderebbero molto – dice al Gabarni – ma sono in grado di sopravvivere perché hanno raggiunto una fase che consente loro di resistere, soprattutto all’interno del paese”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.