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Limiti e domande irrisolte

Quanto si è allargato il potere del presidente, tra azioni di guerra e i nuovi dazi

Ani Chkhikvadze

L'editorialista del Washington Post Jason Willick ci spiega che il terreno costituzionale sulla politica estera resta accidentato. E poi c'è il problema del rispetto delle sentenze da parte dell’Amministrazione

Washington. Al suo primo anno di mandato l’Amministrazione Trump, tra operazioni militari, minacce di annessione, dazi e ostilità varie, si trova ad affrontare parecchie domande sui confini costituzionali del potere esecutivo. Secondo Jason Willick, editorialista del Washington Post che ha scritto molto sul potere del presidente degli Stati Uniti, c’è stata una intensificazione di tensioni di lunga data tra il governo, il Congresso e i tribunali. Il test più recente è arrivato con l’arresto del leader venezuelano Nicolás Maduro, un’operazione che ha sollevato immediate domande: il presidente può ordinare unilateralmente un’azione militare contro il leader di un altro paese senza una dichiarazione di guerra da parte del Congresso? La giustificazione legale dell’Amministrazione si basa su un’interpretazione restrittiva: non si è trattato di un atto di guerra ma di un’operazione di applicazione della legge.

 

“I presidenti non cercano davvero l’approvazione del Congresso, perché credono che finché un’azione rimane al di sotto della soglia di una guerra su vasta scala, non ne hanno bisogno”, dice al Foglio Willick: “Se il Congresso vuole fermarlo, può provarci. Anche gli elettori possono fermarlo. Ma non è davvero una questione legale in senso stretto. Non ci sarà un processo sul fatto che Trump avesse o no il potere di fare questo blitz”. Il precedente risale all’invasione di Panama del 1989 da parte dell’Amministrazione di George H.W. Bush per arrestare il dittatore Manuel Noriega, accusato di traffico di droga. Willick nota che, semmai, l’operazione di Panama “fu una campagna militare più prolungata” rispetto all’incursione in Venezuela, eppure stabilì il quadro secondo cui i presidenti potevano condurre operazioni militari al di sotto della soglia della guerra su vasta scala senza l’approvazione del Congresso.

 

Ma il tutto ricade comunque in un’area costituzionale grigia. La Costituzione divide i poteri di guerra tra il Congresso, che ha l’autorità di dichiarare guerra e finanziare le operazioni militari, e il presidente, che funge da comandante in capo. Ma come sottolinea Willick, queste divisioni rimangono “oggetto di dibattito” nella pratica. La Corte Suprema, controllata da una maggioranza conservatrice, con sei giudici nominati da presidenti repubblicani e tre da presidenti democratici, è improbabile che intervenga. Le questioni di politica estera sono spesso considerate “questioni politiche non giusticiabili” in cui i tribunali preferiscono restare fuori dalle dispute tra il ramo esecutivo e quello legislativo. “Chi farà causa?”, chiede Willick. Il Congresso mantiene una certa leva attraverso il War Powers Act, approvato negli anni Settanta dopo la guerra in Vietnam, che richiede un voto congressuale dopo che le truppe sono dispiegate per 60 giorni: “Fu il tentativo del Congresso di limitare i poteri di guerra del presidente”, dice  Willick. Ma con i repubblicani che hanno la maggioranza al Congresso, questo controllo rimane in gran parte teorico.

 

Il 14 gennaio il Senato ha esaminato una risoluzione sui poteri di guerra che avrebbe limitato l’azione militare di Trump, che è fallita con il margine più stretto possibile: 51-50. Il vicepresidente J. D. Vance è andato al Campidoglio per esprimere il voto decisivo per respingere completamente la risoluzione. Tuttavia, tre repubblicani si sono uniti ai democratici nel tentativo di invocare le disposizioni della legge. Il Congresso potrebbe anche trattenere i finanziamenti o bloccare le nomine presidenziali, ma questi strumenti richiedono volontà politica, che potrebbe non esistere quando il partito del presidente controlla entrambe le camere: le supermaggioranze necessarie per annullare un veto presidenziale sono più difficili da raggiungere.

 

Mentre i poteri di guerra rimangono territorio costituzionale nebuloso, l’Amministrazione affronta un pericolo legale più chiaro su un altro fronte: i dazi. Willick, che ha scritto diffusamente su questo tema, crede che l’Amministrazione Trump potrebbe perdere questa battaglia. Il presidente ha invocato l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) degli anni Settanta per imporre un regime di dazi generale. La legge, tipicamente usata dai presidenti per emettere sanzioni mirate e congelare beni, è stata riutilizzata per creare quello che Willick descrive come “un regime di dazi mondiale”. Questo rappresenta un’interpretazione nuova ed espansiva di uno statuto che “è molto vago e generalmente non è stato usato in questo modo prima”. Trump ha tentato di inquadrare i dazi come una questione di politica estera, un’area in cui la Corte Suprema tradizionalmente si rimette all’autorità esecutiva. “L’Amministrazione Trump ha detto ai tribunali che devono al presidente molta deferenza perché si tratta di politica estera”, spiega Willick, che crede che questo approccio non funzionerà: “Sono le aziende americane a pagare le tasse, a pagare i dazi doganali sulle importazioni”, dice, aggiungendo che causa “un danno” a livello nazionale. “Le aziende statunitensi stanno facendo causa dicendo: ‘Ehi, mi state costringendo a pagare questi soldi. Voglio indietro i miei soldi’. Questo è un danno classico al quale i tribunali possono porre rimedio: il governo ha preso i tuoi soldi, non doveva farlo, non aveva l’autorità per farlo”. Ancora più importante, la Costituzione garantisce esplicitamente al Congresso, non al presidente, il potere di riscuotere dazi e imporre tasse, rendendo difficile per l’esecutivo rivendicare questa autorità attraverso uno statuto degli anni 70 formulato in modo ampio. “E’ un potere che appartiene al Congresso”, sottolinea Willick.

 

Questi scontri riflettono una tendenza più ampia verso il dominio presidenziale che trascende Trump, anche se l’attuale Amministrazione l’ha portata a nuovi livelli. “Trump ha combattuto con i tribunali più della maggior parte dei presidenti nella storia recente, specialmente con i tribunali inferiori. L’Amministrazione è partita in quarta fin dall’inizio con un enorme numero di ordini esecutivi”, dice Willick. Questi ordini innescano immediatamente cause legali da parte di querelanti che cercano la sede più favorevole, “sempre più spesso in Massachusetts”, secondo Willick, e il risultato è una lotta costante tra l’esecutivo e la magistratura federale. La Casa Bianca si è conformata? L’Amministrazione generalmente sì. Ha rimosso le truppe della Guardia nazionale da Chicago, Los Angeles e Portland dopo decisioni sfavorevoli, e ha riportato Kilmar Abrego Garcia negli Stati Uniti, nonostante la resistenza iniziale, dopo che i tribunali federali lo hanno ordinato. Ma Willick suggerisce che la minaccia della non conformità stessa serve come tattica negoziale. “Vogliono appositamente che la minaccia ci sia”, dice, “l’idea è: se decidete contro di noi, tenete presente che potremmo non conformarci alla sentenza, e questo vi farà apparire sotto una cattiva luce”. Per di più Trump “ama le negoziazioni coercitive”.

 

Per ora, il presidente può agire in modo decisivo, soprattutto quando domina il suo partito e quel partito controlla il Congresso, lasciando molte domande irrisolte sui limiti del potere esecutivo. La Corte Suprema può sondare i margini legali, ma il controllo politico ultimo è l’urna elettorale: “Questa dinamica cambierà molto – conclude Willick – dopo le elezioni di medio termine se i democratici prenderanno la Camera”.

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