Da Cuba all'Ucraina. I fronti di Putin e le sue armi

Micol Flammini

Washington pensa di avere il dispositivo che tormentava le sue ambasciate (e non soltanto) causando la "sindrome dell'Avana". La storia si intreccia con l'aggressione della Russia contro gli ucraini e la necessità di Kyiv di trovare merce da scambiare per avere il denaro necessario per difendersi. Tracce e ipotesi

Nei primi mesi del 2016, alcuni funzionari della Cia di stanza all’Avana, a Cuba, iniziarono a lamentare sintomi che avrebbero fatto pensare a un trauma cranico: vomito, vertigini, dolore alla testa, perdita della vista, acufene, perdita dell’udito. Nessuno aveva subìto colpi in testa, per tutti i dolori erano iniziati dopo aver udito un ronzio forte che aveva portato a una devastante sensazione di pressione alle tempie. La notizia venne tenuta nascosta, uscì l’anno seguente e, dopo l’Avana, altri casi furono registrati a Tbilisi, Londra, Varsavia, Vienna, Taiwan, Australia, India, ma anche negli Stati Uniti. Tutte le vittime erano funzionari americani e le loro famiglie. Non si sapeva neppure che nome dare alla malattia.  I servizi segreti americani sembravano essere finiti di fronte a una storia fantascientifica su una fantomatica arma segreta sviluppata in qualche laboratorio dell’Unione sovietica. La ricostruzione sembrava troppo astrusa per essere vera. Troppo vaga per portare ad  accuse concrete. Troppo scomoda per poter ammettere che gli Stati Uniti ne sapevano troppo poco. Alla serie di eventi venne dato un nome, “sindrome dell’Avana”. Con gli anni si preferì parlare di “incidenti di salute anomali”, una dicitura che fece molto arrabbiare le vittime che vedevano gli attacchi subiti derubricati a incidenti di salute. Dopo dieci anni il governo degli Stati Uniti ha in mano l’arma che, secondo alcuni, potrebbe aver causato la malattia misteriosa. Lo strumento è in fase di studio, secondo la Cnn è stato acquistato ed è delle dimensioni di uno zaino: quindi un dispositivo non troppo grande, adattabile. Il sospetto, da dieci anni, è che  l’arma segreta utilizzata per colpire i funzionari americani fosse russa. Due anni fa un’inchiesta molto dettagliata di The Insider aveva ricostruito la storia dell’Unità 29155 dell’intelligence militare russa (Gru) legata alla sindrome dell’Avana, facendo compiere passi avanti all’ipotesi che si trattasse di un’operazione pensata a Mosca. Oggi che il dispositivo potrebbe essere in possesso  degli Stati Uniti, la domanda è come sia stato possibile sottrarlo  ai russi. 
  Tutto si intreccia, e la storia di un’arma segreta e impalpabile usata per la prima volta all’Avana potrebbe aver trovato la sua conclusione sotto l’occhio attento dell’intelligence dell’Ucraina. Il giornalista investigativo Christo Grozev, abilissimo a ricostruire le storie di spionaggio degli ultimi anni – inclusa quella dell’unità 29155 del Gru – e con fonti preziose, ha ottenuto informazioni importanti da parte dei servizi segreti di Kyiv. La Direzione principale dell’intelligence ucraina, il Hur guidato da Kyrylo Budanov, è entrata in possesso di un dispositivo, le cui caratteristiche hanno molto in comune con lo strumento che potrebbe essere in grado di causare la sindrome dell’Avana. Il Hur è stato in grado di compiere grandi missioni per rallentare l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina e un membro di alto rango dell’intelligence ha raccontato a Grozev che gli ucraini erano riusciti a comprare da un russo un’arma con caratteristiche simili a quelle del dispositivo che potrebbe aver causato la sindrome dell’Avana. Non ha specificato come, non è entrato nei dettagli, ma per anni  uomini di apparato russi, inclusi funzionari delle agenzie di intelligence, hanno venduto nel dark web dati segreti del governo non con l’intenzione di danneggiare il loro paese, ma soltanto per fare soldi, tanto che il Cremlino è dovuto intervenire per fermare il fenomeno che rivela una delle tante sfumature della corruzione nel regime di Mosca. 


Gli ucraini si erano resi conto di avere in mano qualcosa di importante e hanno cercato di farne l’uso più completo possibile e quindi scambiare il dispositivo per l’aiuto   finanziario necessario a  portare avanti la  difesa contro la Russia. Avevano il dubbio se consegnare lo strumento all’Amministrazione Biden  o se aspettare Donald Trump, in modo da soddisfare le sue continue richieste di baratto e saziare la sua volontà di dare aiuto soltanto ottenendo qualcosa in cambio.   


 Ci sono  coincidenze che portano a pensare che l’arma che gli  Stati Uniti stanno testando sia quella trovata dagli ucraini, ma soltanto quando l’investigazione sarà conclusa si potrà stabilire con certezza il percorso del dispositivo. Gli attacchi contro i funzionari americani riflettono una parte della storia della guerra che Mosca ha iniziato contro l’occidente e che ha il suo culmine con l’aggressione contro l’Ucraina. Kyiv non ha difficoltà a unire tutti fronti della guerra, ha però a che fare con un’Amministrazione che invece considera l’aggressione all’Ucraina un caso a parte, una questione regionale. A un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, questa visione ristretta ha regalato a Vladimir Putin una risorsa: il tempo. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)