Foto Epa, via Ansa

aspettando novembre

Midterm, le elezioni che possono cambiare tutto e che preoccupano Trump

Marco Bardazzi

Il potere esecutivo in America non è mai stato così vasto come in quest’anno trumpiano. Al via le primarie per il test di novembre

Il futuro dell’occidente non si deciderà in Groenlandia, ma molto più probabilmente in Maine e in Alaska, o nei sobborghi di Philadelphia e Detroit. In tutte quelle località americane, cioè, da dove a novembre potrebbero arrivare risultati elettorali capaci di cambiare l’esito delle elezioni di midterm, mutando completamente il destino della seconda presidenza di Donald Trump e forse il percorso futuro degli Stati Uniti. Il voto per il rinnovo del Congresso è sempre una sfida per l’amministrazione in carica, che quasi sempre perde seggi, ma raramente è apparso così importante come nel caso del voto di quest’anno. Perché il potere esecutivo in America non è mai stato così vasto e senza contrappesi come da un anno a questa parte: l’appuntamento elettorale di metà mandato è l’occasione per riequilibrare lo scenario e far tornare la politica al ruolo che le spetta.

 
Non c’è niente che Trump tema di più di quello che può succedere nell’Election Day del 3 novembre prossimo. Lo ripete da settimane ai propri colleghi nel Partito repubblicano, esortandoli a fare di tutto perché la Camera o il Senato non finiscano sotto il controllo dei democratici. “Sapete bene che se vincono mi faranno subito un impeachment”, ha detto il presidente. Trump si è spinto al punto, con apparente tono scherzoso, di chiedersi più volte se davvero sia necessario andare a votare per il midterm: “Non dovremmo avere elezioni, visti i grandi risultati della mia amministrazione”, ha detto per esempio in un’intervista alla Reuters. La portavoce della Casa Bianca ha ribadito che era una battuta, ma è già scattato l’allarme tra governatori e funzionari degli stati: in Arizona l’hanno preso talmente sul serio da aver cominciato a fare simulazioni di crisi per studiare le opzioni giudiziarie a disposizione, nel caso ci sia qualche tentativo di bloccare il meccanismo elettorale.

 

A meno di dieci mesi dall’appuntamento con le urne, lo scenario è di grande incertezza e giustifica le ansie di Trump. Ogni due anni gli Stati Uniti rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Quest’anno, oltre ai 435 seggi della Camera, verranno eletti 35 dei 100 senatori (33 per scadenza ordinaria, due per elezioni speciali), oltre a trentasei governatori e una miriade di altre cariche statali e nei territori controllati dagli Stati Uniti. I repubblicani al momento controllano entrambe le camere del Congresso, permettendo così a Trump quella libertà di manovra che ha ampiamente utilizzato nel primo anno della sua seconda presidenza. Perdere una camera, o addirittura entrambe, significherebbe per il presidente trascorrere gli ultimi due anni alla Casa Bianca a difendersi da probabili inchieste congressuali e senza più la maggioranza necessaria per far approvare a piacere leggi e riforme.
Il 119° Congresso, quello attualmente in carica, vede i repubblicani controllare la Camera con una maggioranza di 218 a 213 (quattro seggi sono vacanti) e il Senato 53-47. Dopo mesi di battaglia per ridisegnare i distretti elettorali, cercando di trovare vantaggi con la vecchia e controversa pratica del gerrymandering, in questi giorni stanno prendendo il via le primarie per scegliere i candidati dei due partiti e le notizie e i sondaggi che arrivano dai cinquanta stati hanno messo in allarme la Casa Bianca. Gli analisti al momento prevedono che i repubblicani dovrebbero riuscire a mantenere il Senato con una maggioranza risicata di 51 seggi, mentre la Camera è un’incognita. Per ora il partito di Trump sembra in grado di confermare 206 seggi, ai democratici ne vengono attribuiti 210, ma ci sono diciannove seggi dove regna l’incertezza e tutto può accadere.

 

Il primo campanello d’allarme è stato la mini tornata elettorale dello scorso novembre, quando i democratici hanno riconquistato i governatori di New Jersey e Virginia e una miriade di seggi nei parlamenti statali. Adesso però arrivano nuovi segnali che oltre a far immaginare una battaglia all’ultimo voto per la Camera, potrebbero addirittura rimettere in gioco il Senato. Il leader dei senatori democratici, Charlie Schumer, in un’intervista a Semafor ha messo da parte la consueta prudenza e si è detto convinto di poter vincere in Alaska, Maine, Ohio e North Carolina, quattro battaglie che sembravano proibitive. A fare la differenza sono quattro candidati di cui occorrerà tenere a mente i nomi nei prossimi mesi.

 

L’ex deputata Mary Peltola sembra avere i numeri per tentare di conquistare il seggio in Alaska, uno stato che non manda un democratico in Senato dal 2015 e dove i democratici non vincono alle presidenziali dal 1964. Peltola è molto popolare nello stato dell’estremo nord e può mettere in difficoltà il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan.

In Maine, la senatrice repubblicana moderata Susan Collins, una critica di Trump, viene vista come la candidata più vulnerabile del suo partito, non avrà l’appoggio della Casa Bianca e si muove in uno stato che alle ultime presidenziali ha scelto Kamala Harris: condizioni ideali per Janet Mills, governatrice democratica dello stato, che è pronta a sfilarle il seggio se vincerà le primarie.

Sherrod Brown tenterà invece il colpaccio in Ohio, dove si voterà in un’elezione speciale per assegnare il seggio lasciato libero dal vicepresidente J.D. Vance, mentre Roy Cooper, ex governatore della North Carolina, è la speranza dei democratici per strappare il seggio ai repubblicani in quello stato.

 

Se a Schumer riuscirà la scommessa su Alaska, Maine, Ohio e North Carolina, e se i democratici riusciranno a difendersi in stati difficili come Michigan, Minnesota e Georgia, si aprirà per loro una strada per la conquista del Senato. E potrebbero non mancare ulteriori sorprese in luoghi in apparenza proibitivi per i democratici, come il Texas, dove il senatore in carica John Cornyn è molto debole e sfidato dal suo stesso partito. Qui tutti i riflettori saranno sul trentaseienne James Talarico, astro nascente del Partito democratico, portabandiera di una nuova “sinistra religiosa” che prova a sfidare i Maga sul terreno dei valori e delle battaglie culturali.

 

Ma è la sfida per la Camera il vero terreno di scontro politico dei prossimi mesi. In questo caso la differenza dovrebbero farla i sobborghi delle grandi città, da Chicago a Philadelphia, da Detroit a Los Angeles. I diciannove seggi per ora considerati incerti dai sondaggisti sono in buona parte nelle periferie metropolitane residenziali, dove i voti possono spostarsi con rapidità da un partito all’altro soprattutto in base alla situazione economica. E’ qui che si combatterà la battaglia sulla narrazione dello stato di salute del paese. Qui conta quella parola che da mesi fa irritare Trump, “affordability”, che dominerà la campagna elettorale: gli americani ce la fanno o no a fare i conti con le spese ordinarie, i prezzi al dettaglio, i mutui da pagare, le rate delle assicurazioni mediche, il costo del carburante? E’ questo, non il Venezuela o la Groenlandia, che farà la differenza elettoralmente nel 2026. La politica dei dazi di Trump e la sua sfida alla Fed sull’inflazione porteranno o no benefici alle famiglie dei grandi sobborghi urbani? Gli elettori il 3 novembre penseranno a questo ed è il tema su cui si concentrano le campagne elettorali degli aspiranti deputati.

   

Un’incognita è costituita dagli scontri politici ancora in corso sul tema della definizione dei confini dei distretti elettorali. Per qualche mese continueranno a esserci alcuni stati che cercheranno di creare distretti più favorevoli – in base alla popolazione – a uno o all’altro partito, creando incertezza su almeno quattro o cinque seggi della Camera: un numero sufficiente a cambiarne il controllo, visto l’equilibrio tra i due partiti.

 

Lo stato dove probabilmente vedremo più spesso i leader nazionali in campo, impegnati ad aiutare i candidati locali, è la Pennsylvania, che ancora una volta è un po’ il barometro degli umori del paese. Ci sono almeno quattro seggi nello stato attualmente controllati dai repubblicani che appaiono conquistabili dai democratici. Situazione opposta in Texas e California, dove diversi seggi ora controllati dal partito di minoranza sono vulnerabili e attaccabili dai repubblicani.

 

Su tutto però domina lo stato di continua trasformazione in cui vive la politica americana, che rende complesso prevedere come si muoveranno gli elettori. Il mondo Maga che sostiene Trump non è più monolitico come nelle elezioni del 2024 ed è alle prese con una guerra tra fazioni che influenzerà senz’altro il midterm: molti candidati repubblicani potrebbero venir boicottati se hanno posizioni ritenute non in linea con la Casa Bianca. I democratici, d’altro canto, sono ancora alla ricerca di un’identità e di nuovi leader, tentati dalle derive socialiste newyorchesi in stile Zohran Mamdani o dalla strategia di proporsi come “Maga di sinistra”, come stanno facendo per esempio il governatore della California Gavin Newsom (a caccia di populisti) o l’ex seminarista battista Talarico in Texas (a caccia dell’elettorato religioso).

 

La vera novità la esprimono però gli elettori, che sembrano stufi di entrambi i partiti. Un sondaggio della Gallup ha appena svelato che il 45 per cento degli americani adulti si identificano oggi come indipendenti, pronti a spostarsi da una parte all’altra con pragmatismo secondo la convenienza del momento. Vent’anni fa erano solo il 30 per cento, segno che la fiducia nei due partiti è crollata in modo significativo in quest’ultimo decennio segnato dalle due presidenze Trump. I giovani, in particolare, sono un’enorme incognita. Più della metà dei potenziali elettori Millennials e della Generazione Z si identificano come politicamente indipendenti e in gran parte rappresentano la fetta degli indecisi nei sondaggi: conquistare il loro voto potrebbe cambiare le sorti delle elezioni di midterm e forse anche delle presidenziali del 2028.

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