Anche a Pisa, sabato scorso, si è ripetuto il gesto divenuto simbolo delle manifestazioni contro il regime iraniano (Ansa)

con LE DONNE iraniane

Le donne coraggiose di Teheran e noi

Nicola Mirenzi

I diritti, la rivolta, la repressione. La solidarietà e i pregiudizi. “Quel che resta del femminismo è nelle piazze”, dice Paola Concia. La voce delle donne su quello che succede a Teheran e da noi. L’appello delle femministe. Un girotondo

Peccato che ancora in molti, nel mondo della sinistra, non solo non credono di avere commesso un errore, ma continuano a credere che le categorie con cui si è giudicato allora siano ancora valide per giudicare oggi”.

Basta vedere cosa è accaduto al Manifesto dopo aver preso posizione a favore dei manifestanti con la prima pagina di domenica 11 gennaio dove affermava chiaramente che “gli iraniani vogliono un altro paese”. Centinaia di lettori su Facebook hanno reagito parlando di “una rivoluzione telecomandata”, “montata per piegare un altro stato ai desiderata di Usa e Israele” e rammaricandosi del fatto che “persino voi ci siete cascati”, “servi dell’impero atlantico e del sionismo a volto coperto”. “Mentalità da Guerra fredda”, la chiama Cavarero. E significa che “nonostante il Muro sia caduto da più di trent’anni, è rimasto lo schema rassicurante del mondo diviso moralmente in due. L’America è il Grande Satana. Mentre l’altra parte, qualsiasi essa sia, non può che essere il bene”. I popoli lontani straziano i cuori solo quando le pallottole che li colpiscono a morte sono occidentali. Anche per questo le piazze non sono piene di fronte al massacro di un regime che spara con i kalashnikov sulla folla, insegue i feriti fin dentro gli ospedali dove sono ricoverati, dichiara “nemico di Dio” chiunque gli si opponga, chiude in sacchi neri i corpi dei morti ammazzati e li rovescia davanti agli obitori come immondizia e poi spegne Internet per insabbiare il più possibile le prove. Una repressione che il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha definito “sterminio”.

“Per me scendere in piazza sabato è stata la cosa più naturale del mondo”, dice Cavarero, “lo faccio da quando, nel 2022, la polizia morale iraniana uccise Mahsa Amini”, una ragazza di ventidue anni ammazzata per aver indossato male il velo, morte da cui prese avvio il movimento Donna, vita, libertà. Cavarero è una delle firmatarie dell’appello promosso da Monica Ricci Sargentini e Paola Tavella, Le femministe al fianco delle donne iraniane. Ha fatto notizia perché invitava le donne a partecipare al corteo convocato sabato a Roma dai radicali italiani, perché le donne non hanno “il diritto di assistere in silenzio” al massacro del regime e perché “ogni piazza vuota può essere occupata dall’oppressore”. Eppure le piazze, nonostante le iniziative promosse, non si sono riempite. Lo scandalo del massacro compiuto in nome di Allah non ha fatto occupare le scuole, le università, non ha spinto gli artisti a fare monologhi e interventi, nemmeno i social sono stati scossi più di tanto. “Perché pesa il pregiudizio antiamericano e antioccidentale di cui sono stata vittima anche io un tempo” dice Cavarero. “Sia chiaro: non penso che gli Stati Uniti siano una nazione perfetta, né che l’occidente sia il paradiso in terra. Anzi, se oggi vivessi in America, sarei in strada a protestare contro Trump. Ma non si può non vedere che c’è una differenza enorme con i paesi retti da dittature sanguinarie come l’Iran. E che i paesi democratici occidentali sono un baluardo contro di essi. Allora, certo, io lotto per rendere l’occidente migliore di quello che è, per estendere più capillarmente possibile le libertà. Ma allo stesso tempo il baluardo occidentale me lo tengo stretto contro gli ayatollah iraniani che massacrano le ragazze e i ragazzi senza alcun ritegno”.

Oggi le notizie che arrivano dall’Iran sono poche e anche i giornali e telegiornali le confinano tra le meno rilevanti. Le ultime dicono che il regime ce la sta facendo ad affogare nel sangue la rivolta, dopo che Trump ha promesso il suo aiuto, ma poi ha congelato l’intervento. E’ proprio impossibile fare un passo in più? Riuscire a promuovere un’azione armata americana, precisa, contro le strutture di comando della repressione iraniana? Adriana Cavarero risponde che in cuor suo “desidera fortemente che un intervento miracoloso  colpisca il potere del regime lì dove si trova, senza fare altri danni e dando alla rivolta la possibilità di vincere, costringendo gli ayatollah a fare le valigie”. E’ l’aggettivo “miracoloso” che colpisce: non crede che sia veramente possibile farlo? “Tecnicamente non so rispondere. Entriamo in un terreno che va oltre le mie competenze. Il terreno militare. Temo che Trump – se dovesse intervenire – intervenga più per i suoi interessi che per la libertà degli iraniani. Ma non posso non nutrire il desiderio che qualcosa accada, che il regime subisca una pressione decisiva, che sia costretto a fermare questa orribile repressione, che la dittatura finisca, che le ragazze iraniane siano finalmente libere”. C’è chi sospetta di colonialismo questo genere di desideri, come se noi fossimo capaci di immaginare la libertà solo se è a immagine e somiglianza della nostra. “Sarebbe colonialista se io dicessi che sogno un cambio di regime in Iran per obbligare le donne a togliersi finalmente il velo. Invece, credo che l’obiettivo di questa rivolta dovrebbe essere la liberazione delle donne (ma anche degli uomini) da qualsiasi obbligo. Se non vogliono indossare il velo, che siano libere di non farlo. Se vogliono farlo, che lo facciano. Facciano le pilote, le ballerine, le astronaute, le musiciste, le architette, le scrittrici. Che abbiano la libertà di fare quello che desiderano”.

In piazza scende anche Anna Paola Concia. In Germania, dove vive. Con Lucetta Scaraffia ha da poco curato "Quel che resta del femminismo" (LiberiLibri), un libro che rivendica la necessità di difendere e valorizzare l’universalismo proprio del movimento femminista, cioè l’idea che esista una specificità femminile, idea oggi sfidata da chi crede che, a ben vedere, non esistano le donne propriamente dette, ma esistono “persone con utero”. “Ho firmato anch’io l’appello delle femministe per le donne iraniane perché quel che resta del femminismo è in queste piazze”. Il generale Vannacci ha chiesto: “Dove sono le femministe?”. Ed eccole qui, in piazza. “Quelle che mancano sono le transfemministe antisioniste, le queer for Gaza, le Lgbtq+ pro-pal”. Il motivo è questo, secondo Paola Concia: “Le donne iraniane hanno la colpa di lottare per avere la stessa libertà che abbiamo noi donne occidentali. Questo pone un problema enorme per chi crede che nel mondo ci siano i colonizzati da una parte e i colonizzatori dall’altra. Tutti i loro schemi mentali saltano. Non riesco a spiegarmi altrimenti come mai giovani che si sono legittimamente mobilitati per la sorte dei palestinesi non si sentano oggi toccati allo stesso modo dalla sorte dei loro coetanei iraniani. Ragazze e ragazzi che rischiano la vita, che sono uccisi, arrestati, in attesa di esecuzione, per un gesto che loro hanno fatto tante volte: scendere in piazza perché non sono d’accordo con le scelte di chi li governa. Penso a Greta Thunberg: possibile che una giovane donna così sensibile al cambiamento climatico, alla causa palestinese, alle ingiustizie del mondo, non senta anche l’oscenità della repressione perpetrata nei confronti di ragazze e ragazzi che hanno la sua età?”.

Evidentemente, no. Almeno, non con tale urgenza. E per indagare le ragioni di questa differenza di trattamento chiamiamo un’altra testimonial della causa palestinese, Francesca Albanese, relatrice speciale alle Nazioni unite per i territori occupati. Risponde al Foglio con diffidenza. “Chiami la mia addetta stampa e prenda un appuntamento” dice all’inizio. Poi, però, si lascia andare. “Ha ragione Mattarella: quello del regime iraniano contro i manifestanti è uno sterminio, ed è inaccettabile”. Ma come mai non suscita la stessa reazione di piazza del presunto sterminio dei palestinesi da parte di Israele? Qui la risposta di Albanese si fa interessante. “Non credo che in Italia le persone siano scese in piazza per la Palestina perché avevano buoni sentimenti nei confronti delle donne e degli uomini palestinesi”. No? “No, credo che scendessero in piazza contro il governo italiano, responsabile di collaborare con Israele e di non mettere in atto tutte quelle misure che avrebbero potuto fermare l’azione israeliana”. E nel caso degli iraniani crede che il governo stia già facendo tutto il possibile? “Mi sembra che il governo italiano abbia già una posizione chiara contro gli ayatollah, non ha certo bisogno di una piazza che lo contesti su questo”. Ma lei personalmente ha manifestato per le donne iraniane? “Qui dove vivo, a Tunisi, nessuno ha indetto manifestazioni”. Se fosse stata a Roma, invece ci sarebbe andata? “Sa che nessun giornalista internazionale mi farebbe mai una domanda del genere?”. Può darsi, ma che importa? “Questo modo di fare giornalismo esiste solo da voi”. E dunque? “E’ pruriginoso”. Ma cosa ci sarebbe di pruriginoso nel chiederle se andrebbe a una manifestazione contro la repressione iraniana? “Che sembra proprio mi voglia far dire qualcosa contro i manifestanti iraniani”. Ma le basta dire quello che pensa. “E allora le dico che, se capitassi a Roma, proprio nel giorno in cui c’è una manifestazione per l’Iran, ci andrei”.

Invece per Dacia Maraini, scrittrice, è proprio una priorità prendere posizione: “Essere al fianco del popolo iraniano nella sua lotta contro il regime”. Anche lei ha firmato l’appello delle femministe per le donne iraniane e al Foglio dice: “La religione è un sentimento meraviglioso, ma quando è imposta dal potere con la forza produce una violenza ancora più temibile di quella imposta dalle semplici dittature, perché chiunque non la accetti è considerato un ribelle alle leggi di Dio, per cui ancora più inappellabile deve essere la punizione nei suoi confronti”. Funziona così, il “totalitarismo religioso” iraniano. Dove anche leggere un libro può essere considerato un insulto ad Allah. “L’ha raccontato splendidamente Azar Nafisi nel suo Leggere Lolita a Teheran. Il potere autoritario teme la parola degli scrittori perché è una parola che si rivolge alle coscienze. In ogni regime, gli scrittori sono stati perseguitati. L’Unione Sovietica di Stalin, la Russia di Putin. L’Iran non fa eccezione. Gli scrittori che ci hanno raccontato cosa succede in quel paese sono tutti scrittori costretti a scappare”.
Era prevedibile che la libertà delle donne iraniane sarebbe diventata anche un terreno di scontro politico. E infatti, al Senato, il Movimento 5 stelle non ha votato la mozione di sostegno  alle piazze iraniani (a causa del riferimento a un possibile intervento armato americano) e, più in generale, l’opinione pubblica di destra ha polemizzato sull’assenza di mobilitazione della sinistra. Dimenticando, tuttavia, che anche nel suo album di famiglia ci sono stati ammiratori dell’ayatollah Khomeini, in particolare per il risveglio della fede che avrebbe portato nel mondo. In ogni caso, venerdì, al Campidoglio, Giuseppe Conte si aggirava tra le persone accorse al sit-in pro Iran convocato da Amnesty International domandando: “Qualcuno ha visto esponenti del centrodestra?”. Non c’erano. Venerdì i Fratelli d’Italia sono andati sotto l’ambasciata iraniana e i giovani di Forza Italia e Gioventù nazionale alla manifestazione di sabato convocata dai radicali. “Mi sembra strumentale la polemica della destra contro la sinistra”, dice Ritanna Armeni, scrittrice e storica giornalista del mondo progressista. “Io in piazza per l’Iran sarei scesa volentieri, fossi stata a Roma. Ma in questa circostanza la destra al governo potrebbe fare immensamente di più di qualsiasi piazza della sinistra”. Rimane una differenza di temperatura emotiva con il moto pro Palestina. “Mi sembra fuorviante paragonare l’Iran e Gaza. In primis perché il movimento pro Pal non è stato un affare della sinistra: è stato un movimento globale contro la guerra di Netanyahu. Poi, perché le piazze pro Palestina si sono riempite dopo mesi di guerra. Io stessa dopo la brutalità del 7 ottobre ho avuto bisogno di parecchio tempo per realizzare la portata distruttiva della reazione israeliana. Ma il punto vero è politico”. E per spiegare quale sia Armeni torna indietro alla rivoluzione che ha istituito l’attuale regime. “Nemmeno io avevo capito nulla di che cosa sarebbe stato l’ayatollah Khomeini. Pensavo che l’essenziale per gli iraniani fosse liberarsi della dittatura terribile dello Scià. Ma ben presto ci siamo dovuti rendere conto che nella storia si può passare in poco tempo dal male al peggio”. E’ quello che rischia l’Iran oggi, di andare ancora più a fondo? “Al momento, siamo allo stallo: perché il regime non sembra avere alternative. Non c’è un programma per il dopo, né una personalità unificante dell’opposizione. È la carta più forte che ha il regime per rimanere al potere”. Potrebbe cambiare la situazione un intervento americano? “Non credo che si possa rovesciare il regime senza conseguenze imprevedibili. Gli esempi dell’Afghanistan e dell’Iraq dovrebbero aver insegnato qualcosa. Lo stesso Trump è stato costretto a riconoscerlo. Almeno, per ora”. Ma allora cosa si può fare? “Onestamente non lo so. La situazione mi appare disperata, senza vie d’uscita”. Ma nonostante ciò, seppur colpita, la rivolta continua. “E ciò non fa che aumentare l’ammirazione e l’angoscia che provo per queste ragazze e ragazzi così coraggiosi. Sogno anch’io che vincano”. 

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