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L'erede di Kirk. L'ascesa di Erika, la vedova più famosa del mondo, ora anche ceo di Turning Point

Giulio Silvano

Da madre di famiglia a volto rassicurante della nuova destra americana. Erika come una nuova Didone, che giura fedeltà alle ceneri del marito e poi s’innamora di Enea. Che, per le malelingue, sarebbe JD Vance

Perdono l’assassino di mio marito”, aveva detto salendo sul palco, Erika Kirk, la vedova dell’attivista di destra Charlie Kirk. Il memoriale per Kirk, ucciso undici giorni prima, si era trasformato in un evento chiave del nuovo conservatorismo ormai colonizzato dal mondo Maga. Numeri da paura e Vip della Casa Bianca. Poco dopo che la vedova aveva parlato con le lacrime agli occhi, citando Cristo – “è quello che avrebbe fatto lui, perdonare” – era salito sul palco Donald Trump, che aveva detto che lui invece nel perdono non ci crede, perché odia i suoi oppositori. “Poi magari Erika può riuscire a convincermi che non è giusto, ma io i miei oppositori non li sopporto”, aveva continuato il presidente, per poi passare a criticare il comico Jimmy Kimmel o il suo predecessore, “sleepy Joe” Biden. Allora, a settembre, dopo l’omicidio che ha trasformato l’attivista americano in un martire della causa Alt-right in chiave cristiana – nelle discussioni nei campus regalava cappellini con scritto “Make America Great Again” e invitava a pregare – Erika era solo la vedova, bionda, che piange. E’ stata per un po’ solo la testimone ferita che ricorda il messaggio a cui il marito ha dedicato la vita. Solo tre mesi dopo, Erika è diventata una dei protagonisti dell’universo della nuova destra americana. Non solo è la vedova più famosa del mondo, ma ha preso in mano la gestione di Turning Point Usa, l’associazione fondata dal marito per promuovere l’ideologia conservatrice nelle scuole (in dodici anni ha raccolto quasi 400 milioni di dollari di donazioni), come ceo. Come ha scritto il Washington Post, “le giovani conservatrici hanno trovato una casa in Turning Point Usa” da quando lei è “al timone”. Erika ha iniziato a usare l’organizzazione come una powerhouse elettorale, ad esempio incoronando il vicepresidente JD Vance, amico di famiglia, come il prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca, anche se nemmeno lui ha mai accennato a una sua candidatura. Erika sarà senza dubbio un personaggio chiave per la prossima stagione elettorale. 

  
Ma facciamo un passo indietro: chi è Erika Kirk? Nata col cognome Frantzve nel 1988 in una devota famiglia cattolica a Scottsdale, cittadina dell’Arizona - diventata sobborgo della movida di Phoenix - è stata un’ottima studentessa. Un po’ di sangue italiano nel mix, da parte di mamma. Prima di diplomarsi alla Notre Dame Preparatory High School, fonda un’organizzazione benefica per spingere le persone a fare filantropia. Un po’ di basket, scienze politiche all’università statale e poi, nel 2012 ha ricevuto sui suoi boccoli dorati la coroncina di Miss Arizona. Ha anche provato (fallendo) a ottenere la fascia di Miss America. Nel provino racconta di come tutti da bambina la prendessero per un ragazzo – “ero un maschiaccio, coi jeans e le Jordan” – ma poi si è resa conto che poteva “mettersi il mascara e i vestitini”. Nel video ringrazia i genitori “per l’ottima genetica” – nelle foto di famiglia si vedono tutte queste donne biondissime con sorrisi giganti e immobili da pubblicità della Mentadent. A un certo punto Erika è diventata imprenditrice, lanciando una linea di vestiti a tema cristiano, orgogliosamente Made in Usa, dove trovi felpette mimetiche con scritto “esercito del Signore”, t-shirt con la frase “il paradiso è la mia casa”, o scritte con un umorismo molto millennial, del tipo: “Dicevano che Noè fosse un cospirazionista”. Ci sono anche copertine per bebè con frasi della Bibbia. Quando si sposerà con Charlie, i due faranno insieme da modelli per i capi in vendita online, abbracciati, col bomberino nero con le citazioni della prima lettera ai Corinzi. Nel 2019 Erika ci prova con i reality e partecipa a Summer House, dove alcuni single si riuniscono in una villona nelle Hamptons. Compare solo in una puntata, dove va a fare un date con uno dei protagonisti che, avvertito del fatto che lei è “molto religiosa”, si fa il segno della croce prima di incontrarla. Ma l’incontro con Charlie e poi il matrimonio, nel 2021, le fanno mettere in pausa la carriera. Diventa una madre di famiglia e sui social, pur nascondendo il volto dei due bimbi, inizia a dare consigli sulla maternità e sul matrimonio. Il marito più volte ha detto che le mogli dovrebbero prima fare figli e poi, semmai, tornare a lavorare.

  

Lei, dopo l’elezione del musulmano socialista Zohran Mamdani, ha detto che non vuole che le giovani donne di New York “guardino al governo come soluzione per dover mettere da parte il matrimonio o il mettere su famiglia”. Dopo la morte di Charlie, Erika ricorderà che lui spegneva il telefono – la fonte del suo successo, con i social – per passare del “quality time” con la prole. Al momento Erika risulta iscritta a un dottorato di ricerca in studi biblici. Ora, oltre che madre e donna e cristiana – e imprenditrice – è anche la ceo, l’erede, l’ambasciatrice. Bari Weiss, da poco a capo di Cbs News, ha invitato Erika per una delle sue seguitissime interviste tv da prima serata. Erika ha pianto, con un livello di percepita autenticità che piace tanto agli americani, relazionandosi col pubblico in modo antitetico alla spocchia senile e vanitosa del presidente. Erika è riuscita anche a tirare dentro la rapper Niki Minaj in una chiacchierata sul palco organizzata da Turning Point per parlare male delle policy pro-trans (dove però la superstar ha chiamato per sbaglio Vance “assassino”). Erika torna a lavorare, appunto, dopo la morte del marito. Molti dicono che Turning Point non sia davvero una no-profit, perché se ti iscrivi al sito ti bombardano con centinaia di sms, destinati agli adolescenti, dove chiedono donazioni. Secondo ProPublica non poteva esser considerata tale per via dei profitti e dei conflitti d’interesse, ma per ora lo statuto resiste. Nel 2024 hanno raccolto 85 milioni di dollari. Molti soldi vengono usati per le convention, per aprire nuove “sezioni” nelle scuole, per condividere il verbo di Charlie: no all’aborto, no alle restrizioni sulle armi, no ai diritti lgbtq+. Ma oggi, con Erika diventata così ricercata in tv, c’è chi pensa che la macchina di Turning Point possa diventare quasi un partito-fantasma, uno strumento per raccogliere fondi da usare in possibili campagne elettorali, una nuova casa per chi è stanco della fiele trumpiana e vuole tornare a una forma di ottimismo reaganiano condito dal verbo evangelico.

  

Al DealBook Summit a New York, a dicembre, Erika ha detto che il dolore per la perdita del marito “si è trasformato in una forma di scopo” che sopravvivrà all’assassinio. “Conoscevo i suoi obiettivi, conoscevo la sua visione, e quindi tutto questo non è fuori dalla mia portata. Non lo è, perché sto prendendo le redini di qualcosa che capisco”. Non è più solo la vedova piangente, non è più solo un’Andromaca che ha perso il suo Ettore nella guerra contro il wokismo. Per i meme, anonima fonte di humor e crudeltà, Erika sembra tendere alla figura della regina Didone, che nell’Eneide prima giura fedeltà alle ceneri del marito e poi si innamora, travolta dal fato, di Enea. E qui, per i meme e le malelingue, Enea sarebbe proprio il vicepresidente JD Vance. C’è chi dice che tra i due sia scoppiato l’amore, sostenuto dai gossippari che vedono la poco esuberante second lady, Usha Vance, apparire senza fede al dito nei corridoi di Pennsylvania Avenue. Quando Charlie è morto, Vance è stato il primo a muoversi. Ha messo l’Air Force Two a disposizione per recuperare la salma. C’era lui a portare il feretro sulla spalla. C’era lui a prendere le redini del celebre podcast di Charlie, il “Charlie Kirk Show”. E c’era lui, in una foto diventata virale, ad abbracciare calorosamente Erika sul palco, tanto che riviste e siti si sono lanciati a definire il gesto inappropriato e a chiamare “esperti di body language” per analizzare il loro rapporto. Perché Charlie e JD erano molto amici. Tutto era cominciato poco dopo che Vance aveva pubblicato il suo memoir bestseller nel 2017 con i tossici hillbilly. Lo scrittore era appena stato ospite dell’allora superconduttore complottista della Fox Tucker Carlson e subito dopo ricevette un messaggio privato su Twitter, da Kirk. Al tempo Kirk non era ancora molto conosciuto. Quando Vance decise di candidarsi a senatore nel suo stato, l’Ohio, chiese consigli proprio a Kirk, che nel frattempo aveva ormai una discreta fama nel circuito grazie ai suoi video in cui discuteva apertamente nei campus con studenti progressisti. Vance era indeciso se buttarsi o meno in politica, anche perché da poco aveva detto che Trump era come Hitler, definendolo anche “eroina culturale”. Kirk lo convinse, si dice, insieme ovviamente ai milioni che buttò nella campagna il guru del tech Peter Thiel, che organizzò anche una famosa visita a Mar-a-Lago per far fare la pace tra JD e Trump. “Se Trump è oggi presidente, e io sono vicepresidente, è anche grazie a Charlie”, ha detto Vance quando l’amico è morto. “Era un gioioso guerriero del nostro paese.Amava l’America e si è instancabilmente dedicato a renderla un posto migliore”.

   
Donald Trump pensa di essere immortale. Da tempo gioca con l’idea di ricandidarsi nel 2028. Ma, per motivi costituzionali o biologici, il mondo della destra sa che a breve tutti dovranno fare i conti con il post-trumpismo. La guerra civile nell’universo Maga di cui si parla in queste settimane parte da questa questione, cioè da come non perdere l’eredità numerica ottenuta con il populismo televisivo e il culto della personalità del tycoon-messia - uniti al cash della Silicon Valley dark. La promessa età d’oro americana non si è ancora realizzata, e dentro al Trumpworld è vivida ormai la frattura tra il globalismo – che va da Elon Musk che vuole i visti per i dipendenti di Space-X all’influenza in America latina che si sta ritagliando il segretario di stato / viceré del venezuela Marco Rubio – e l’America first di Steve Bannon e di Marjorie Taylor Greene, deputata che da ultra-fedele ha appena criticato il capo che pensa troppo “ai paesi esteri” e fa affari con gli sceicchi. Caricare Maduro su un aereo, minacciare Messico, Cuba e Colombia e minacciare con insistenza la Groenlandia, creano due candidati ideali: Rubio da una parte, una sorta di neo-neocon macchiato dal rosso Maga che vuole liberare la terra d’origine dei genitori, e dall’altra il vicepresidente americanissimo con gli occhi blu – se l’imperialismo va male può tornare a diventare bandiera isolazionista, caricando l’esportazione di democrazia sui falchi. Vance poi, affiancato da Erika Kirk, ha contro di lui quella frangia più radicale anti-immigrazione, i simpatizzanti dell’influencer antisemita Nick Fuentes, critico anche del matrimonio misto del vicepresidente (Usha Vance è figlia di immigrati indiani) e del suo legame col big tech. In questo contesto vanno anche considerati gli Epstein files. Può un movimento in gran parte costruito sull’idea che i democratici del deep state siano parte di una setta di satanisti pedofili vedere il proprio leader nelle foto insieme al pedofilo potente per eccellenza? Da questo Vance, ed Erika, sono immuni. Anche solo per questioni generazionali, oltre al fatto che rappresentano la gente del midwest, cresciuta lontana dai giri newyorkesi e dalle mansion dell’Upper East side dove vengono ospitati i reali inglesi.

   

Mentre Clinton rischiava di cadere per una fellatio, loro erano alle elementari. Charlie Kirk è nato nel ‘93 e JD Vance nell’84, i due estremi della generazione Millennial. E in mezzo lei: Erika, che ha 37 anni, e il trampolino doloroso e perfetto per guidare una frangia: un passato recente ma glorioso da portare avanti, quello del marito martire e guerriero, e nessun legame diretto con i traffici trumpiani, né con la vecchia guardia trafficona né con i vichinghi del 6 gennaio. Una madonna bionda, pulita, perfetta per l’immaginario a stelle e strisce cristiano e alla ricerca di un conservatorismo meno aggressivo di quello di Trump. Un conservatorismo che perdona anche gli assassini. Dopo l’attentato in Pennsylvania Trump ha urlato “Fight! Fight! Fight!”, diventato slogan elettorale, Erika ha voluto dare un ultimo bacio a suo marito, a terra, e ha detto che il suo amato Charlie è morto felice con addosso “un mezzo sorriso da Monna Lisa”. L’ex repubblicano David French, sul New York Times, ha scritto che ha avuto le lacrime agli occhi ascoltando Erika parlare. Perché lei oggi “è la personificazione di cosa vuol dire per un cristiano imitare Cristo, e l’ha fatto in un momento di massimo stress e dolore”. Erika incarna oggi una delle possibili strade che potrebbe prendere l’eredità di questa stagione iniziata su una scala mobile della Trump Tower, una strada di ritorno a valori da melodramma di Douglas Sirk, da Mulino Bianco, senza QAnon, senza svastichelle, senza “paesi di merda” a cui imporre tariffe, senza regimi chavisti a cui staccare la spina. 

  
“Erika Kirk è il futuro Maga?”, si è chiesto Matthew Continetti su The Free Press, il sito di Bari Weiss, sottolineando che il suo messaggio è quello che vuole l’America: “Chiarezza morale, fede persistente”, chiedendo “unità” e proiettando un’immagine di forza “che viene dall’attraversare una tragedia con la fede in Dio”. Tutto molto diverso dalla “tipica postura cospirazionista e polarizzata piena di narcisismo” che vediamo di solito nel nuovo GoP. Ha “talento”, ha scritto Continetti su Erika. “Ma alcuni la chiamano provvidenza”. 

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