Ansa
l'editoriale del direttore
Quando vuole l'Europa riesce ancora a farci godere
Irrita Putin, risponde a Trump, difende la Groenlandia, schiva i dazi, protegge Kyiv. Unire le storie per vedere la ribellione non sempre sciocca del vecchio continente
L’articolo che segue non è adatto a chi cerca ogni giorno un pretesto buono per dire che l’Europa è un disastro, che l’Eurozona è immobile, che il movimento Maga sta mangiando la pappa in testa a tutti gli europei e che a ogni mossa virile del presidente americano ne segue una floscia del continente più odiato da Trump. L’articolo che segue si limita a mettere insieme alcuni puntini, per provare a spiegare perché, nonostante tutto, l’Europa di oggi offre ragioni niente male per sentirsi orgogliosi di quello che l’Unione sta iniziando a fare in risposta a Trump. Piccoli puntini, piccole storie, piccoli dettagli, che insieme aiutano a fotografare un sentimento più diffuso di quello che si crede: la ribellione lenta, progressiva, non sempre sciocca dell’Europa alle politiche antieuropeiste del presidente americano. L’ultima notizia, piccola come dimensioni, enorme come simbologia, ha a che fare con l’invio di un piccolo contingente di soldati europei in Groenlandia. Messaggio chiaro: siamo pochi, vero, ma i territori che fanno parte dell’Unione europea, e che sono protetti dalla Nato, non sono negoziabili, e se Trump volesse usare la forza contro la Groenlandia dovrebbe usarla anche contro il nostro esercito. Mica male. Così come non male è stato vedere la scorsa settimana alcuni paesi europei, tra i quali anche l’Italia degli amici di Trump, firmare un comunicato duro contro il tentativo americano di aggressione della Groenlandia. Così come non male, per riavvolgere ancora un po’ il nastro, è stato vedere il tentativo dell’Europa di fare un passo in avanti nella modernità trovando soluzioni creative per sostenere l’Ucraina con un’emissione di Eurobond, prima volta nella storia, anche senza il consenso di tutti i paesi dell’Ue, e scavalcando di fatto i capricciosi di Visegrád. Per dirlo con toni diplomatici, una goduria assoluta. Così come una goduria assoluta è stato osservare Trump scoraggiato dal modo in cui l’Unione europea ha contribuito a prolungare la resistenza dell’Ucraina, allontanando in questo modo, a detta di Trump, la pace, il cui raggiungimento nella visione del presidente americano è inversamente proporzionale a quanto Kyiv si difende e non a quanto Putin attacca: più Kyiv resiste, secondo Trump, più la pace si allontana.
La difesa dell’Ucraina, che ha portato Putin due giorni fa a lamentarsi per l’ostilità dei paesi europei, che evidentemente non riscontra nell’Amministrazione americana, non può che rendere orgogliosi tutti coloro che vedono coincidere i confini della democrazia con quelli dell’Ucraina. Ma tutto sommato ci si può rallegrare anche, guardando all’Europa, della prima vera risposta data ai dazi di Trump: l’apertura dei mercati, la scommessa sulla globalizzazione, la finalizzazione del patto di libero scambio con i paesi del Sudamerica, che ha fatto borbottare populisti europei e macronisti francesi. L’Europa, nonostante tutto, continua a offrire elementi per mettere allegria, e tutto sommato anche la varietà di posizioni tra i leader europei, rispetto a Trump, può essere alla lunga un’arma per provare a non farsi travolgere dal trumpismo. C’è il poliziotto buono, che è Giorgia Meloni. E c’è il poliziotto cattivo, che è Friedrich Merz. Poi c’è il poliziotto azzoppato, che è Emmanuel Macron, ma che non avendo più molto da perdere può permettersi azioni (dialoghiamo noi europei con Putin) e dichiarazioni (“per rimanere liberi, dobbiamo essere temuti. Per essere temuti, dobbiamo essere potenti. E per essere potenti in questo mondo così brutale, dobbiamo agire più velocemente e agire con più forza”, ha detto due giorni fa) che altri paesi non possono permettersi.
L’Europa, a poco a poco, sta trovando un suo equilibrio con Trump. Su alcuni punti sta persino beneficiando della furia del trumpismo (investire di più nella Nato, a causa di Trump, farà bene all’Europa). E se volessimo proprio osservare con malizia quel bicchiere mezzo pieno non potremmo non notare anche un altro fatto interessante: la presa del trumpismo in Europa è così scarsa, è così debole, che anche gli alleati potenziali di Trump, fra i partiti euroscettici, iniziano a prendere le distanze. Lo ha fatto da tempo il partito di Marine Le Pen, e il suo delfino Jordan Bardella pochi giorni fa ha criticato Trump sia per le sue azioni su Maduro sia per le sue minacce alla Groenlandia. Lo ha fatto ieri persino l’AfD, come riportato da Politico, che sugli stessi temi, Groenlandia e Venezuela, ha attaccato Trump con uno dei suoi leader, Tino Chrupalla (“i metodi del Far West sono da respingere qui, e il fine non sempre giustifica i mezzi”). Nonostante tutto, l’Europa resiste a Trump. Nella resistenza contro il lato oscuro del trumpismo l’Europa, che Trump sognava di vedere debole, a sorpresa è più forte che mai.