Foto ANSA
l'editoriale dell'elefantino
Lo zampino di Putin nel ritardo (o rinvio) dell'intervento in Iran
Gli aiuti di Trump agli iraniani sono condizionati dalle circostanze e dalla collusione con l’amico russo. La vecchiaia di Bush fulminata da una strana verità
Può importare petrolio, e rivenderlo, esportando, ma non può esportare la democrazia, che almeno in apparenza non ha un enorme valore commerciale o immobiliare. Nel ritardo o nel rinvio a data da destinarsi dell’intervento in Iran, impiccato provvisoriamente alle impiccagioni dilazionate dei restanti eroi del dissenso contro gli ayatollah, secondo me, che non so niente, c’è lo zampino di Putin più che di Netanyahu, c’è qualche promessa sghemba di quelle che rivelano poi gli archivi, se ci saranno archivi a testimoniare l’infamia (Help is on its way!). Ma sono congetture ineffettuali, che seguono un mio tweet forse ingenuo, un Forza Trump scappato dalle emozioni forti del massacro degli occidentali di Teheran e Mashhad, gente un po’ di là e un po’ di qua dalla famosa linea del colore, che è il confine della Cmc, o Coscienza Morale Collettiva. Se ci vuoi distruggere, manifestiamo per te e contro il genocidio neocoloniale, se ci vuoi raggiungere, ucraino o iraniano che tu sia, ti diamo quella che a Roma si dice “una rincalcata”.
George W. Bush, unico superstite del trio, con Cheney e Rumsfeld, che rispose all’attentato più feroce della storia dell’umanità, l’11 settembre del 2001, deve vivere nel suo ranch in Texas una vecchiaia fulminata da una strana verità. Ho chiesto e ottenuto un voto del Congresso. Ho indetto una crociata per la libertà dei popoli in nome della moral clarity. Ho fatto tutto, compreso Guantánamo e le operazioni segrete nel mondo contro i binladenisti, secondo stretti criteri legali e imperiali stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi americane, perfino con un elemento di multipolarismo willing. Ho dato a un immenso e disgraziato paese che ha conosciuto venti secoli di tribalismo, e in nome del tribalismo aveva ospitato il capo di al Qaida e le sue truppe, venti anni di libertà civili per le donne e i bambini.
Con l’aiuto finale decisivo del generale Petraeus ho contribuito all’edificazione di un paese, l’Iraq, che oggi ancora vota e costruisce infrastrutture e si barcamena con decenza nel casino mediorientale, senza che me ne stillasse una sola goccia del famoso petrolio. In patria ho difeso come doveroso le strutture legali della democrazia politica, consolidato un establishment democratico bipartisan, ho condotto battaglie moralmente appropriate ma non rumorose in difesa della vita umana. Ci ho guadagnato la reputazione di illuso esportatore di democrazia impossibile, una specie di spauracchio imperialistico dell’occidente benpensante, e il bollo di quattro secondini sadici della Pennsylvania che torturavano i detenuti a Abu Ghraib, regolarmente processati e condannati ma attribuiti a me da quel fesso di Ted Kennedy. Questi di adesso, che ho combattuto come potevo con Dick Cheney e sua figlia Liz, risparmiano l’Iran, invadono Minneapolis, sparacchiano a destra e a manca per il consenso, con morti e feriti tra immigrati illegali e cittadini Usa, si arricchiscono, buttano a mare se possono l’Europa e la Nato per la Groenlandia, e vogliono il Nobel per la Pace. Qualcosa è andato storto, nel mondo.
Ora anche il New York Times, il grande giornale che ospitò un encomio postumo di Stalin paragonabile a quello del giornale di Togliatti e di mio padre, l’Unità, esige da Trump e J. D. un minimo di esportazione della democrazia, senza ricordarsi di quanto scrisse di W. Se non in Iran, almeno a Minneapolis. Sì, qualcosa è andato storto, nel mondo e nella sua rappresentazione attraverso i giornali. E nessuno aveva informato con un tanto di anticipo il bazar e i giovani e le giovani di Teheran e delle province iraniane che gli aiuti occidentali, quando ci si batte per le libertà civili e contro la spoliazione di un paese potenzialmente ricco, ridotto alla miseria dall’antisemitismo dei suoi pretacci (leggetevi il capolavoro di Bret Stephens, sempre sul New York Times), sono ampiamente condizionati dalle circostanze e dalla collusione, forse, con l’amico russo.