le parole

Il silenzio sull'Iran uccide: il discorso di Masih Alinejad all'Onu contro Guterres

Masih Alinejad

Il regime degli ayatollah è come lo Stato islamico, dice l'attivista iraniana, e va trattato allo stesso modo. Ma il segretario generale non ha difeso pubblicamente gli iraniani che protestano

Mi chiamo Masih Alinejad. Sono una donna iraniana. Signor presidente, membri del Consiglio, sono onorata di essere stata invitata dagli Stati Uniti a testimoniare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Sono qui oggi per avvertirvi a nome di milioni di iraniani. Ciò che serve ora per portare davanti alla giustizia coloro che hanno ordinato il massacro in Iran è un’azione reale e concreta contro un regime che non comprende il linguaggio della diplomazia. Le Nazioni Unite non sono riuscite a rispondere con l’urgenza che questo momento richiede. Il Consiglio di sicurezza stesso, il segretario generale stesso non hanno parlato pubblicamente contro il massacro in corso in Iran, hanno fatto soltanto una dichiarazione scritta attraverso il portavoce. Il silenzio in questo momento invia un segnale, invia un messaggio agli assassini dei giovani manifestanti e dei loro familiari: sono certa che il regime iraniano abbia sentito questo messaggio chiaro del segretario generale. Penso che i membri di questo organismo abbiano dimenticato il privilegio e la responsabilità di sedere in questa stanza. Segretario generale, so che mi sente, mi rivolgo a lei direttamente: perché ha paura della Repubblica islamica? Milioni di iraniani disarmati, manifestanti innocenti e disarmati, sono stati messi a tacere con proiettili, arresti di massa, prigioni e un totale blackout delle comunicazioni. Niente internet, niente cellulari e niente telefoni fissi. Hanno messo l’Iran in un’oscurità totale. Sono qui per portare le loro voci in questa stanza. Sono qui per dirvi che un massacro brutale ha avuto luogo nella mia amata patria, l’Iran. E peggiorerà molto se il mondo non farà azioni serie.

 

 

L’Iran sta affrontando una rivolta nazionale che attraversa il paese e attraversa la società con una chiara richiesta di porre fine alla Repubblica islamica. Allo stesso tempo, c’è una campagna nazionale da parte della Repubblica islamica per cancellarla, per mettere a tacere gli iraniani. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre, scatenate dal crollo della valuta iraniana, ma si sono immediatamente trasformate in quella che gli iraniani chiamano una rivoluzione – il rifiuto totale di 47 anni di tirannia e oppressione. Le proteste si sono diffuse in più di cento città e hanno coinvolto ogni parte della società: negozianti, lavoratori, insegnanti, infermieri, e coloro che sventolano la storica bandiera del leone e del sole e quelle minoranze etniche tra cui curdi, beluci, tutte le altre minoranze, uomini e donne, spalla a spalla nelle strade. Quando si tratta di liberare l’Iran, devo dire forte e chiaro che tutti gli iraniani sono uniti. Da Teheran a Tabriz, a Rasht, ad Ahvaz, dalle grandi città ai piccoli paesi e villaggi di cui abbiamo appena sentito i nomi nei media. Sono tutti per le strade. Milioni di iraniani sono scesi in piazza chiedendo che i loro soldi smettano di essere rubati e inviati a Hamas, a Hezbollah, agli houthi, i soldi di chi lavora, i soldi di persone innocenti che ora non possono nemmeno comprare il pane. L’intera nazione punta alla libertà in questo momento. Cosa è successo dopo? E’ successo che il regime ha usato armi militari, gli Ak-47, contro persone innocenti. Secondo Iran International, ci sono più di 12 mila morti. Il giorno successivo, la Cbs ha riferito che i morti sono più di 20 mila. E non sono numeri. Non sono statistiche. Non conosciamo i numeri reali. Giornalisti e cittadini da dentro l’Iran hanno inviato video che mostrano pile e pile di sacchi neri per i cadaveri uno sopra l’altro. Gli iraniani in esilio, a causa del blocco di internet, zoomano le immagini per capire se i loro parenti e i loro cari siano nei sacchi o no. Io stessa ho ricevuto telefonate urgenti e messaggi da iraniani che, grazie a Starlink, chiedono al mondo esterno un aiuto urgente.

 

 

Hanno accolto con favore l’offerta del presidente Trump di salvare persone disarmate che vengono colpite al cuore, al petto, dalle forze di sicurezza all’interno dell’Iran. Un attivista che non può essere nominato per la sua sicurezza mi ha detto: “Le strade sono piene di cadaveri. Stanno finendo i feriti per strada”. Mi hanno detto che le forze di sicurezza hanno preso d’assalto gli ospedali e stanno portando via i feriti. Ho anche ricevuto molteplici messaggi da famiglie di vittime che dicono che le forze di sicurezza li hanno costretti a pagare denaro per prendere il cadavere del loro caro per seppellirlo. L’8 gennaio 2026, la Repubblica islamica ha spento internet e ha imposto un blackout tecnico delle comunicazioni non per fermare le proteste, perché la gente è esausta ed è per strada ovunque, ma per nascondere i loro crimini, la loro brutalità. Questo non è stato un errore tecnico o un guasto: è un atto deliberato. Quando un regime spegne internet durante uccisioni di massa e allo stesso tempo i leader dello stesso regime usano il privilegio della libertà di parola sui social media per fuorviare il resto del mondo, non si tratta di ripristinare l’ordine. Si tratta di distruggere le prove. Se non fosse stato per Starlink all’interno dell’Iran, non avremmo potuto avere nemmeno queste poche informazioni. La Repubblica islamica non limita i suoi crimini entro i propri confini. Uccidono i loro oppositori in patria e prendono di mira coloro che denunciano la loro brutalità all’estero, qui, persino qui sul suolo statunitense e in ogni angolo del mondo, in Europa, in Canada, in Australia, ovunque. E non sono soli. Questa si chiama repressione transnazionale, e il governo cinese li aiuta. I dittatori venezuelani li aiutano. Mafiosi russi vengono assoldati dalla Repubblica islamica per colpire i loro dissidenti e oppositori oltre i propri confini. Mi rivolgo ora direttamente al rappresentante della Repubblica islamica: avete cercato di uccidermi tre volte. Ho visto il mio potenziale assassino con i miei occhi davanti al mio giardino, a casa mia, a Brooklyn. Negli Stati Uniti d’America, in tribunale, ho visto il mio potenziale assassino confessare di essere stato assoldato dalle Guardie rivoluzionarie per porre fine alla mia vita. Il mio crimine è semplicemente quello di dare voce a persone innocenti che voi avete ucciso. Il vostro leader ha ordinato la mia uccisione, ha detto che “l’agente americana” che ha paragonato l’hijab obbligatorio al muro di Berlino deve essere uccisa. Sono io quella donna e non sono un’agente dell’America. Ho la mia autonomia, ma sono grata al governo americano e alle forze dell’ordine per aver protetto la mia vita. E se non fosse stato per la protezione delle forze dell’ordine, non sarei potuta essere qui a testimoniare per milioni di persone che affrontano gli stessi assassini, che affrontano lo stesso regime terrorista nel mio paese. Sì, la protezione conta.

 

 

Purtroppo vivo con il senso di colpa del sopravvissuto, perché molti iraniani non hanno la mia stessa protezione. Proprio le Guardie della Rivoluzione con proprio gli Ak-47 li hanno uccisi davanti agli occhi dei loro familiari. Due potenziali assassini hanno ricevuto 25 anni di prigione qui a New York. E dovrò affrontare altri due assassini assoldati dalla Repubblica islamica a marzo – sono quelli che sono stati incaricati dallo stesso membro delle Guardie della Rivoluzione di assassinare il presidente Trump. La Repubblica islamica governa attraverso la paura. Fa sparire le persone dalla vita pubblica, dalla memoria, dalla storia. Quindi oggi voglio registrare i nomi di coloro che si sono rifiutati di avere paura e di essere cancellati. Stousha Shafi, 20 anni, prima che internet fosse staccato, ha scritto sui suoi social: “Stanno tagliando la mia linea di internet, ma vi amo tutti”. E’ stata uccisa dalle Guardie della Rivoluzione della Repubblica islamica. Farabian Moradi, 17 anni, colpito alla schiena, un giovane calciatore. E’ stato ucciso dalle Guardie della Rivoluzione. Mehdi Parvar, un atleta popolare. Ha scritto su Instagram prima di scendere in strada: “So che potrei essere ucciso, ma non ho paura. Voglio i miei diritti”. E’ stato ucciso dalle Guardie della Rivoluzione. Siavash Shirzad, 30 anni. La sua famiglia lo ha implorato di non andare per strada per la sua sicurezza. Ha detto: “Vado in strada per celebrare la vittoria della nostra rivoluzione perché il presidente Trump ha promesso di salvare le nostre vite”. E’ stato ucciso dalle Guardie della Rivoluzione. Negin Khademi, 20 anni, è morta tra le braccia di suo padre dopo essere stata colpita da un membro delle Guardie della Rivoluzione.

 

 

Mi sento in colpa perché non nomino gli altri: la lista dei nomi continua all’infinito. Sapevano che avrebbero affrontato armi e proiettili, ma volevano giustizia. Quindi ora lasciatemi nominare i loro assassini: Ali Khamenei, che ha dichiarato che i manifestanti sarebbero stati messi al loro posto. Il capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, e i comandanti delle Guardie della Rivoluzione che pubblicamente hanno promesso che la punizione sarebbe stata massima. Ali Larijani che ha promesso nessuna pietà per coloro che mettono in discussione il regime, mentre sua figlia, la sua stessa famiglia vive qui negli Stati Uniti d’America. Non meritano di godere del privilegio della libertà in America come gli altri figli e parenti dell’ayatollah che dicono “morte all’America” mentre i loro parenti vivono qui in America. Tre anni fa, un altro difensore iraniano dei diritti umani è stato qui in questa stanza per avvertirvi di un’altra protesta nazionale, “Donna, Vita, Libertà”, dopo l’omicidio di Mahsa Amini il cui crimine è stato quello di aver semplicemente mostrato un po’ dei suoi capelli. Quante donne sono sedute qui? Potreste facilmente essere uccise semplicemente per aver mostrato i vostri capelli. Mahsa è stata uccisa. Questo ha scatenato una rivoluzione, e donne e uomini spalla a spalla sono scesi in strada. Più di 700 persone sono state uccise.

 

 

Ci siamo già passati. Abbiamo sempre più nomi da ricordare. Nel 2009, Neda Agha Soltan, simbolo di più di cento persone che sono state uccise: avevano chiesto al presidente Obama di proteggerli. Il presidente Obama stava cercando di aprire le porte della diplomazia a un regime il cui linguaggio di negoziazione con il proprio popolo è fatto di armi e proiettili. Abbiamo visto questo nel 2019 con Pouya Bakhtiari che è stato ucciso davanti agli occhi di sua madre. Ma il presidente Biden ha cercato di mantenere aperte le porte della diplomazia, consegnando miliardi di dollari al regime che costringeva i familiari delle vittime a dare denaro al regime per riprendersi il cadavere del loro caro. Di fronte a un regime che usa armi militari contro i civili, il popolo iraniano sta chiedendo al mondo di aiutare attraverso azioni, non riunioni e condanne vuote. Non abbiamo bisogno di parole vuote. Il popolo dell’Iran sta dicendo che la Repubblica islamica non può più essere riformata e vi sta chiedendo che la Repubblica islamica non sia più trattata come un governo legittimo. Oggi il numero di uccisi è molto più alto di quanto vi ho detto. Questo regime non può essere riformato. Lasciatemi essere molto chiara: la Repubblica islamica si comporta come lo Stato islamico e la Repubblica islamica deve essere trattata come lo Stato islamico. E’ così che potete salvare vite umane.

Grazie mille.

 

 

Masih Alinejad è una giornalista, scrittrice e attivista iraniana naturalizzata statunitense. Il regime iraniano ha cercato di ucciderla tre volte. Ha fatto questa testimonianza giovedì 14 gennaio, invitata dagli Stati Uniti a parlare al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dopo aver citato i nomi di alcuni dei giovani uccisi dal regime iraniano in questi giorni, si è commossa mentre diceva: “Mi sento in colpa a non nominare tutti”.

Di più su questi argomenti: