Ansa

Peggio di quanto sembri

Per l'ente dell'Onu che si occupa dei diritti delle donne, le iraniane non esistono. Khamenei ringrazia

Giulio Meotti

UN Women deve ancora esprimersi sul bagno di sangue in corso nella Repubblica islamica. Le Nazioni Unite silenti su quanto sta accadendo in Iran sembrano proprio complici del regime

Non solo il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite si rifiuta di convocare una sessione d’emergenza sull’Iran. E’ anche peggio di così. Solo tre mesi fa, l’8 ottobre, hanno eletto il rappresentante del regime islamico nel loro comitato esecutivo, Afsaneh Nadipour. Tace sull’Iran anche la Commissione sulla detenzione arbitraria del Palazzo di vetro. Israele ieri ha annunciato l’uscita da diverse agenzie delle Nazioni Unite, fra cui quella per l’Uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile (UN Women), dopo che “ha deliberatamente ignorato tutti i casi di violenza sessuale commessi contro donne israeliane il 7 ottobre 2023”. Stupri documentati, torture sessuali, mutilazioni, corpi esibiti come trofei, prove raccolte da testimoni, medici, confessioni degli stessi carnefici.

 

Eppure, per mesi, silenzio assordante da UN Women. Solo tardive, timide dichiarazioni, quando ormai il danno era fatto e la credibilità compromessa. Ora si ripetono contro le donne iraniane. UN Women deve ancora esprimersi sul bagno di sangue in corso nella Repubblica islamica. L’anno di UN Women inizia così: “A tutte le donne a cui è stato detto che sono troppo forti, troppo emotive, troppo ambiziose, troppo autoritarie, vi ascoltiamo, crediamo in voi, siamo al vostro fianco e combattiamo insieme gli stereotipi”. Le donne iraniane effettivamente sono forti e ambiziose, ma UN Women non è al loro fianco. L’anno prosegue con l’annuncio che “l’istruzione femminile non è un privilegio” (in Iran se vai a scuola a capo scoperto effettivamente quel privilegio te lo tolgono). Il 4 gennaio, UN Women elogia il metodo di lettura braille: effettivamente potrebbe essere utile alle donne iraniane accecate dagli sgherri della Guida suprema, Ali Khamenei. Ragazze, madri e studentesse accecate da proiettili di gomma e pallini di metallo sparati a bruciapelo negli occhi durante le proteste. Centinaia di casi documentati di cecità intenzionale, di mutilazioni oculari, di aggressioni con proiettili di piombo camuffati da strumenti di contenimento. E ancora: acidi, arresti di massa, torture nelle prigioni, impiccagioni.

 

Da Pechino, alleato dell’Iran, UN Women ci fa poi sapere che “l’uguaglianza di genere deve diventare realtà”. Poi l’immancabile e sempre buono annuncio sull’insicurezza alimentare. Si passa agli auguri di buon compleanno a Rigoberta Menchú. Si prosegue con la denuncia che nel mondo il 75 per cento dei posti in parlamento è ricoperto da uomini: effettivamente in Iran esiste un problema di rappresentanza politica femminile. UN Women il 12 gennaio conclude con l’immagine di alcune donne in hijab, quello che in Iran è legge di stato, per spiegarci che “l’obiettivo è abbattere tutte le barriere”. Congratulazioni intanto all’ambasciatore ugandese Adonia Ayebare per la vittoria alla presidenza del Consiglio esecutivo di UN Women: in Uganda, le donne non hanno alcuna tutela legale contro lo stupro coniugale, le molestie sessuali sono dilaganti e il 95 per cento delle donne ha subito violenza fisica o sessuale. Eppure, è proprio da lì che dovrebbe arrivare la leadership morale sulla parità di genere globale.

 

Le donne israeliane violentate da jihadisti non contano, perché Israele è il nemico designato. Le donne iraniane accecate, stuprate, impiccate non contano, perché l’Iran è alleato di Cina e Russia, pilastri del nuovo ordine multipolare che molti nel Palazzo di Vetro vogliono corteggiare e costruire. Le Nazioni Unite hanno tenuto riunioni di emergenza del Consiglio di Sicurezza per condannare l’arresto del dittatore venezuelano Maduro e il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele. Eppure, le Nazioni Unite si rifiutano di tenere qualsiasi riunione di emergenza per le migliaia di manifestanti massacrati in Iran. Non è che sono silenti sulla Repubblica islamica, è che sembrano proprio complici. Israele esce da quelle stanze e fa bene. Ma il vero dramma è l’espulsione delle vittime vere dall’agenda di chi dovrebbe difenderle.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.