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Mentre nelle strade scorre il sangue, nei palazzi di Teheran iniziano le lotte di potere

Tatiana Boutourline

Anche se al momento non si evidenziano fratture evidenti tra i pretoriani del regime, è lecito supporre che nel cuore del potere non tutti gli uomini del leader supremo siano disposti a cadere insieme a lui

Le voci che dall’Iran bucano il buio parlano di morte. Tutte, indistintamente. Spari, accoltellamenti, fughe e ancora morte. Morte nelle strade, negli obitori, nei cimiteri e nelle case dove i genitori vegliano i corpi dei figli per non consegnarli a una fossa comune. Ogni voce aggiunge un tassello di orrore, un nome ed un volto al mosaico di immagini che filtrano oltre il blackout. Nessuno parla di numeri, i numeri – sussurrano al Foglio dodici, ventimila –  non li conosce nessuno, ma sono peggiori delle ipotesi più nere. Secondo gli analisti in due settimane sono state ammazzate più persone che nei tredici mesi della rivoluzione del 78-79. Le voci sono sempre stanche, in alcune prevale la paura, in altre la rabbia, ma la domanda è sempre la stessa, cosa dice il mondo e cosa farà Trump. Fuori le strade restituiscono uno scenario di guerra,  in alcuni quartieri gli idranti cercano di lavare via il sangue dai marciapiedi.

 

Sugli schermi della televisione di stato scorrono le confessioni forzate dei manifestanti, le minacce del capo della polizia alle famiglie e gli avvertimenti fin troppo stentorei al presidente americano Donald Trump. Ma quello che accade in queste ore, dietro alla cortina di ferro della propaganda è più incerto. Nei corpi rivoluzionari si rincorrono gli appelli alla coesione e alla responsabilità, ma il quadro è complicato e forse l’insistenza con cui si ricorre a queste parole potrebbe essere un sintomo della loro precarietà.

 

Esistono testimonianze di manifestanti che descrivono episodi in cui le Forze di sicurezza vengono sopraffatte o scelgono di non intervenire, ma si tratta di casi sporadici che il blackout rende ancora più difficili da verificare. Ma se al momento non si evidenziano fratture evidenti tra i pretoriani del regime e persino figure di spicco del defunto “campo riformista” come Hassan Khomeini  (non incidentalmente nipote del fondatore della Repubblica islamica) rinserrano le fila invocando senza mezzi termini la condanna “degli atti terroristici”, è lecito supporre che nel cuore del potere non tutti gli uomini del leader supremo siano disposti a cadere insieme a lui. Il punto è che un tempo, a tenere a banco, era sempre il tema ciclico della successione ad Alì Khamenei, uno scenario in cui i pasdaran avrebbero ricoperto il ruolo di kingmaker e che da ultimo, invece, c’è chi evoca apertamente uno schema in cui della Guida suprema si fa bellamente a meno, uno schema in cui un uomo della provvidenza formato-pasdaran non solo entra nella stanza dei bottoni (cosa che già accade), ma ne diventa il volto.

 

Di opzione bonapartista ha parlato per esempio l’economista Said Leilaz in un’intervista ad Euronews. “La Repubblica islamica è in un vicolo cieco”, ha detto suggerendo che molti dei mali che affliggono il sistema khomeinista potrebbero essere affrontati da una figura che si ispiri al criterio dell’efficienza. Già consigliere dei due fratelli Khatami e di Mir Hossein Moussavi (l’uomo in nome del quale un’altra generazione di manifestanti, era il 2009, alzava cartelli con su scritto “Where is my vote?”) Leilaz è l’ennesimo riformista che, abdicati i vecchi  sogni di ingentilire la Repubblica islamica, punta tutto, mutatis mutandis, sulla conservazione. “Non credo alla democrazia”, ha chiarito una volta per tutte, spiegando che quello che occorre all’Iran è un uomo di polso che riporti, ordine e disciplina, arginando le ruberie degli aghazadeh (i figli dell’élite). Si tratta dell’approdo che gela il sangue a chi in queste due settimane ha rischiato la vita per gridare “morte al dittatore” e tema che l’aiuto strombazzato da Trump si riduca a un accordo gattopardesco con un pezzo di establishment khameneista. 

 

Ed è l’approdo che d’altro canto realizzerebbe tutti i sogni di due generazioni di pasdaran. In questa luce, dal bisogno di annoverarsi come i Bonaparte del momento, potrebbe essere interpretato l’attivismo di alcuni arrembanti pezzi grossi del regime. Uomini per tutte le stagioni, come il capo del Consiglio di sicurezza nazionale Ali Larijani, solida figura d’apparato, sopravvissuta a infiniti giochi di palazzo e Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento, un altro sopravvissuto ambizioso, con un passato da picchiatore e un altro, in cui dismessa l’uniforme veste una giacca di pelle, davanti a un elicottero, per riciclarsi come pasdaran nuova maniera. In questi giorni hanno alzato il volume entrambi. Larijani per minacciare Trump e Ghalibaf per intimidire i manifestanti e  scaldare la piazza del regime al posto dello scialbo presidente Masoud Pezeshkian.

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