La parabola di due banche iraniane racconta un sistema finanziario al collasso
Da Sepah a Ayandeh, da anni il regime stampa moneta per coprire i suoi fallimenti
Lungo la centralissima via Barberini, a cinque minuti a piedi dall’ambasciata americana in Italia, è ancora visibile su un palazzo d’epoca un’insegna blu: Bank Sepah – Iran filiale di Roma. Fino a tre mesi fa, infatti, al numero 50 aveva sede un istituto bancario considerato parte integrante dell’infrastruttura finanziaria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (l’Irgc). Poi, il 1° ottobre scorso, la Banca d’Italia ne ha disposto l’amministrazione straordinaria ai sensi del decreto legislativo 109/2007, che è quello che attua le misure restrittive dell’Onu e dell’Ue contro il terrorismo internazionale e la proliferazione di armi di distruzione di massa. Ma oggi si parla di Sepah soprattutto perché secondo alcune fonti sarebbe una delle cinque banche – forse la più importante per il regime iraniano, in quanto braccio finanziario anche dei suoi proxy – che sarebbero a un passo dal fallimento.
Della filiale romana di Bank Sepah si parla da almeno un decennio. Nel 2007, con l’inasprimento delle sanzioni internazionali contro il programma nucleare iraniano, la stessa sede era stata sottoposta da parte della Banca d’Italia a una prima amministrazione straordinaria, che si era conclusa nel novembre dell’anno successivo. Alla filiale romana era stato concesso di restare aperta, con una struttura minima e soprattutto senza la possibilità di riaprire al mercato e ai singoli clienti, esclusa dalla rete Swift e dalle operazioni con il sistema bancario europeo. Una decina di anni dopo era arrivato l’accordo sul nucleare iraniano e l’alleggerimento di alcune sanzioni, e Bank Sepah aveva riattivato alcune operazioni dedicate al business e all’interscambio Italia-Iran. Ma era durato pochissimo: con l’uscita di Washington dall’accordo, si è riaperta una stagione critica per le operazioni finanziarie internazionali, e quindi anche italiane, della banca. Che fino a tre mesi fa restava di fatto inattiva ma aperta: leggendo gli ultimi bilanci si capisce che anche la filiale romana era da anni iper-capitalizzata, vale a dire tenuta in piedi artificialmente da Teheran – e con 78 mila euro a disposizione dell’Aerospace international organization, entità statale che è sotto sanzioni dal 2007 perché considerata un attore chiave nello sviluppo e nella produzione dei missili iraniani. Ma c’è di più, perché a giugno dello scorso anno Predatory sparrow, un gruppo di hacker legato a Israele, è riuscito a entrare nei sistemi di Bank Sepah, paralizzando stipendi, pensioni, bancomat, servizi online e distruggendo un portafoglio di criptovalute riconducibili ai Guardiani della rivoluzione del valore di 90 milioni di dollari. E così la sempre più esposta vicinanza ai pasdaran, insieme con la guerra con Israele, costringe a ottobre la Banca d’Italia a disporre di fatto l’uscita dal mercato di Bank Sepah, insieme con la succursale di Milano della Persia International Bank. Un tempismo notevole, che si lega ai continui messaggi negativi sulla reputazione del regime iraniano ma anche a un potenziale collasso dell’intera struttura bancaria iraniana di cui si parla da tempo, e che secondo diverse fonti potrebbe essere molto vicino.
Poco dopo la delibera della Banca d’Italia falliva ufficialmente un’altra banca in Iran, la Ayandeh Bank, amministrata da uomini vicini al regime di Teheran e “gravata da quasi 5 miliardi di dollari di perdite attraverso una montagna di crediti deteriorati”. Secondo Jared Malsin, che segue il medio oriente per il Wall Street Journal, quello avrebbe potuto essere il segnale più chiaro di un collasso sistemico dell’economia iraniana, che ha portato alle enormi proteste degli scorsi giorni represse nel sangue. Come l’hackeraggio israeliano di Bank Sepah di pochi mesi prima, anche il fallimento della banca Ayandeh ha avuto un particolare valore simbolico, perché ha mostrato che il sistema finanziario iraniano, che per anni era stato pressato dalle sanzioni internazionali ma anche gestito in modo autoritario, con crediti concessi in base alle priorità politiche più che ai criteri di rischio, e una dipendenza dalla liquidità della Banca centrale, era arrivato al collasso. Ayandeh Bank ha reso visibile ciò che fino ad allora era noto per lo più agli addetti ai lavori, e cioè che molte banche iraniane sono tenute in piedi solo dall’intervento pubblico di Teheran e dalla sua Banca centrale, che stampa sempre più moneta, e che così facendo ha fatto raggiungere al paese livelli d’inflazione inediti, attorno al 40 per cento. Per mettere un freno alla confusione dovuta alla svalutazione del rial, che dal 2018 ha perso circa il 90 per cento del valore, a novembre il governo di Masoud Pezeshkian aveva avviato la riforma delle banconote, dove il “nuovo rial” dovrebbe sostituire i 10.000 rial attuali. Ma sono riforme cosmetiche. “I blackout, la carenza d’acqua e una valuta sempre più priva di valore hanno rafforzato la percezione diffusa che lo stato stesse iniziando a fallire”, ha scritto ieri Malsin. “Il governo ha tentato di placare le proteste con un sussidio mensile di 10 milioni di rial a persona, circa 7 dollari, e con la promessa di reprimere la speculazione. Il governatore della Banca centrale si è dimesso a fine dicembre. Non è bastato”.
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