Manifestazione a sostegno dell’Ucraina a Roma, lo scorso novembre (foto LaPresse)
L'Italia e la difesa di Kyiv. I numeri del sostegno del governo Meloni, il suo peso in Europa e alcune ambiguità
Si sta chiudendo il quarto anno della guerra di Putin contro l’Ucraina e il ruolo degli alleati si è trasformato. Alcuni contributi italiani sono rilevanti, come i Samp/T e l’addestramento. L’impatto sul pil è molto ridotto. E accanto a una coerenza diplomatica e politica, molte nostre aziende continuano a operare in Russia
La guerra russa contro l’Ucraina, giunta ormai al termine del suo quarto anno e avviata a entrare nel quinto, ha superato per durata la cosiddetta Grande guerra patriottica, durante la quale l’Unione sovietica sconfisse la Germania nazista. Eppure, nonostante il protrarsi del conflitto, Mosca non è riuscita né a piegare l’Ucraina né a conseguire alcuno degli obiettivi strategici annunciati da Vladimir Putin il 24 febbraio del 2022.
Nel 2025, Kyiv, assieme ai partner occidentali, era impegnata nella preparazione di un possibile accordo di pace. I negoziati sono ancora in corso e riguardano in particolare la definizione delle garanzie di sicurezza che l’Ucraina dovrebbe ottenere in seguito a un eventuale cessate il fuoco. Il problema centrale, tuttavia, è che il Cremlino non mostra alcun reale interesse a fermare la guerra, costringendo così l’occidente a continuare a sostenere l’Ucraina nella sua resistenza.
Se molto è stato detto sul ruolo e sulle responsabilità dell’occidente nel sostegno a Kyiv in questi anni, forse è arrivato il momento di fare il punto su un caso specifico: quale è stata, nel corso del conflitto, la politica italiana nei confronti dell’Ucraina? E, più nello specifico, quale posizione ha assunto il governo guidato da Giorgia Meloni, tra elementi di continuità, ambiguità e nuovi equilibri?
Fin dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, nel febbraio 2022, l’Italia ha collocato il proprio ruolo all’interno di un quadro chiaramente euro-atlantico, interpretando il conflitto come una sfida diretta alla sicurezza europea, al diritto internazionale e alla tenuta delle alleanze occidentali. Sotto la guida di Giorgia Meloni, questa impostazione non è stata ridefinita, ma piuttosto confermata negli anni successivi, attraverso una linea di sostegno politico netto a Kyiv, mantenuta tuttavia entro un equilibrio fragile tipico di una coalizione di governo eterogenea, stretta tra impegni internazionali, interessi economici nazionali e un’opinione pubblica profondamente divisa.
A delineare una cornice istituzionale coerente è intervenuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha affermato come “l’Europa e l’Italia restino saldamente al fianco dell’Ucraina… con l’obiettivo di una pace equa, giusta e duratura, fondata sul rispetto del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale ucraine”, contribuendo a collocare la posizione italiana all’interno di un più ampio consenso istituzionale.
Sul piano concreto, tuttavia, il contributo italiano alla difesa della resistenza ucraina in questi anni di guerra è rimasto relativamente contenuto rispetto a quello di altri partner occidentali. Secondo l’ultimo aggiornamento dello Ukraine Support Tracker del Kiel Institut, che registra le allocazioni di aiuti fino alla fine dell’ottobre del 2025, il ruolo dell’Italia appare particolarmente marginale se confrontato con quello dei principali partner europei. Nel periodo compreso tra il 24 gennaio 2022 e il 31 ottobre 2025, l’Italia ha stanziato complessivamente 2,68 miliardi di euro in aiuti bilaterali a favore dell’Ucraina.
Nel dettaglio, gli aiuti militari allocati dall’Italia ammontano a 1,70 miliardi di euro (0,09 per cento del pil), mentre il sostegno finanziario si ferma a 0,41 miliardi e quello umanitario a 0,57 miliardi. Considerati nel loro complesso, questi contributi rappresentano appena lo 0,14 per cento del pil italiano, una quota contenuta nel confronto europeo. La parte di aiuti veicolata attraverso strumenti dell’Unione europea – inclusi l’assistenza macrofinanziaria e gli interventi della Banca europea per gli investimenti – porta la quota italiana complessiva a circa 10,37 miliardi di euro, pari allo 0,56 per cento del pil.
Ancora più limitato risulta il sostegno di bilancio effettivamente erogato: l’Italia ha infatti versato soltanto 0,32 miliardi di euro in supporto diretto al bilancio ucraino. Questi dati confermano come, nonostante una retorica politica improntata alla solidarietà con Kyiv e all’allineamento con gli alleati euro-atlantici, l’impegno materiale italiano resti relativamente contenuto, soprattutto sul piano militare.
Inoltre, l’Italia non ha formalmente aderito al programma Purl (Prioritised Ukraine Requirements List – un’iniziativa promossa dalla Nato dopo la sospensione dell’aiuto diretto statunitense alle forniture di armi all’Ucraina nell’estate del 2025, attraverso la quale gli alleati mettono in comune fondi per acquistare armi di fabbricazione statunitense) e figura tra i pochi paesi europei che non hanno ancora confermato la partecipazione, nonostante il sostegno politico generale a Kyiv. Questa esitazione riflette sia un approccio più cauto del governo italiano nell’investire ulteriori fondi nell’acquisizione di armi per l’Ucraina, sia preoccupazioni interne legate all’impatto politico ed economico di un impegno di questa natura.
Restano tuttavia alcuni contributi rilevanti: la partecipazione al sistema di difesa aerea Samp/T in cooperazione con la Francia, il coinvolgimento nei programmi europei di addestramento delle forze ucraine e il sostegno ai sistemi di difesa aerea. Sul piano economico, va inoltre menzionato il prestito agevolato da 100 milioni di euro a Ukrhydroenergo; sul piano politico, il voto del Parlamento a favore della proroga dell’invio dei cosiddetti “pacchetti di aiuto”, però con un limite politico chiaro: le armi fornite dall’Italia devono essere utilizzate esclusivamente sul territorio ucraino, senza colpire obiettivi in Russia.
Parallelamente, l’Italia ha sostenuto tutti i diciannove pacchetti di sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ha partecipato alle iniziative multilaterali per l’accertamento dei crimini di guerra, anche attraverso il sostegno alla Corte penale internazionale. Roma si è inoltre allineata all’ultima decisione dell’Ue di destinare circa 90 miliardi di euro a Kyiv per il biennio 2026-2027, sostenendo il ricorso a nuove risorse comuni piuttosto che spingere per lo scongelamento degli asset russi. Una scelta che appare dettata più dalla cautela politica e dal timore di contenziosi legali che da una visione strategica di lungo periodo.
Questa prudenza interna si inserisce in un contesto internazionale complesso: il 2025 ha infatti posto Roma davanti a sfide politiche e strategiche significative, a partire dal ritorno di Donald Trump a Casa Bianca. Le indiscrezioni su un possibile piano statunitense per un cessate il fuoco basato sul congelamento del conflitto, sul dispiegamento di peacekeeper europei e su nuove garanzie di sicurezza, che ricadrebbero anche sui paesi europei, hanno costretto l’Italia, come altri stati membri, a confrontarsi con scelte politicamente delicate. In questo quadro, Roma ha escluso la partecipazione a un’eventuale missione di peacekeeping in Ucraina, pur sottolineando la necessità di un mandato chiaro e di garanzie di sicurezza credibili per Kyiv.
In questo scenario, il rischio di uno slittamento della posizione italiana verso la linea trumpiana è apparso immediato, considerando un approccio statunitense sempre più orientato a esercitare pressioni su Kyiv piuttosto che su Mosca. Tale slittamento, tuttavia, non si è concretizzato. Meloni è riuscita a mantenere il sostegno all’Ucraina e l’allineamento europeo, evitando allo stesso tempo una rottura con Washington. Emblematico è stato il suo ruolo nell’accompagnare Volodymyr Zelensky agli incontri con Trump assieme ad altri leader europei, nel tentativo di contrastare la narrazione secondo cui sarebbe Kyiv a sabotare la pace, riportando l’attenzione sulle responsabilità del Cremlino. Parallelamente, la presidente del Consiglio ha adottato una cautela comunicativa, dichiarando di sostenere gli sforzi degli Stati Uniti per porre fine alla guerra: una formula che ha evitato uno scontro diretto con Trump, ma che espone l’Italia a un equilibrio sempre più fragile.
Accanto a questa linea politica ufficiale, permangono tuttavia ambiguità significative sul piano economico. Nonostante l’adesione formale al regime sanzionatorio occidentale, numerose aziende italiane continuano a operare in Russia. Dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022, le imprese italiane hanno versato oltre un miliardo di euro in tasse alle autorità russe, circa la metà delle quali sarebbe confluita nella spesa militare, contribuendo indirettamente allo sforzo bellico. Contemporaneamente, il governo italiano ha attivato tavoli istituzionali e interventi operativi per sostenere le aziende italiane ancora attive nel paese, creando una dinamica che, pur formalmente coerente con il regime sanzionatorio, consente il mantenimento di canali economici con la Russia.
Nel complesso, la politica italiana sulla guerra in Ucraina sotto il governo Meloni si caratterizza per una coerenza di fondo sul piano politico e diplomatico, accompagnata però da tensioni irrisolte tra principi dichiarati e pratiche economiche. Queste tensioni si riflettono anche all’interno della maggioranza di governo. Le posizioni critiche sul sostegno militare a Kyiv, in particolare da parte della Lega, stanno diventando sempre più esplicite e sono destinate a intensificarsi con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2027, anche perché l’elettorato della destra risulta complessivamente tra i più contrari agli aiuti militari all’Ucraina.
Il contesto internazionale, segnato dal ruolo degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Trump, accentua ulteriormente le tensioni, evidenziando come la linea italiana sia il risultato di compromessi tra pressioni esterne, interessi nazionali e opinione pubblica, destinata a rimanere al centro del dibattito politico e diplomatico nei prossimi anni. Al tempo stesso, la scarsa incidenza dell’impegno materiale italiano – che colloca l’Italia tra i paesi europei con la quota di aiuti militari più ridotta rispetto al pil – consente al governo di preservare formalmente l’allineamento con Bruxelles, contenendo i costi politici ed economici e rinviando le scelte più divisive a fasi successive.
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