Così l'Iran ha progettato il suo internet “halal”. L'aiuto di Pechino sulla censura

Priscilla Ruggiero

Dopo anni di tentativi (più o meno) falliti e sul modello del Great Firewall cinese, Teheran negli scorsi giorni ha attuato la versione più sofisticata della National information network: un sistema chiuso e controllato che sta lasciando gli iraniani al buio da più di una settimana

La Repubblica islamica dell’Iran lavora a una versione parallela e controllata di internet dal 2012, gli ha dato un nome, la National information network (Nin), e un’accezione, Internet-e Paak in persiano, la rete “pura”. Negli anni molti iraniani lo hanno soprannominato con ironia l’internet “halal”, cioè la connessione permessa dalla legge islamica. In questi anni il regime ha lavorato al progetto con costi altissimi e con l’aiuto di alleati come la Cina, che avrebbe contribuito alla creazione dell’algoritmo di sorveglianza ispirato dal suo modello di censura, il Great firewall, la Grande muraglia online voluta dal Partito comunista cinese. La censura iraniana è stata però architettata  al contrario  di quella cinese: mentre Pechino ha ideato un sistema “alternativo”, composto di app come WeChat, pensate per sostituire le app utilizzate fuori dai confini nazionali e dare l’impressione ai cinesi di non essere privati di alcuna connessione, Teheran ha progettato una censura completa, per silenziare completamente la popolazione, a eccezione di una “lista bianca” composta da alcuni servizi essenziali per  continuare a fornire “aggiornamenti” secondo le regole della propaganda.  

 

Ai dipendenti pubblici e agli uomini del regime vengono fornite delle “schede bianche”, cioè sim speciali che continuano a funzionare anche quando internet è spento –  il governo si riserva però la possibilità di oscurare anche quelle in  casi eccezionali. Tutte le volte che Teheran ha cercato di attuare il piano di censura ai massimi livelli, il risultato è stato deludente: quando scoppiarono le proteste per la morte di Mahsa Amini, gli iraniani riuscirono ad aggirare la censura organizzandosi sui social media e grazie al sistema satellitare Starlink, continuando a diffondere le testimonianze della repressione nelle strade, e lo stesso accadde durante la Guerra dei dodici giorni con Israele, lo scorso giugno.  

 

Fino all’8 gennaio, quando il regime, secondo gli analisti e gli esperti di cybersicurezza, ha attuato  la versione più sofisticata della chiusura di internet: persino chi era in possesso delle schede “bianche”  – compreso il ministero degli Esteri – è rimasto offline, per la prima volta le autorità hanno cercato di ostacolare la connessione tramite le parabole di Starlink, con tecniche militari di “jamming” o confiscando le parabole casa per casa – si stima che in tutto il paese siano almeno 50.000.  Nonostante il blackout di internet sia secondo l’organizzazione di monitoraggio NetBlocks “tra i più lunghi mai registrati”, dopo aver superato i sette giorni di permanenza e continuando “a isolare oltre novanta milioni di iraniani dal mondo esterno”, le foto e i video della brutale repressione delle manifestazioni e i cadaveri fuori dagli obitori sono riusciti a bucare la censura anche grazie al servizio di Elon Musk. Secondo alcune segnalazioni, dopo la telefonata fra il presidente americano Donald Trump e l’imprenditore, la società SpaceX da martedì avrebbe reso gratuito l’accesso a Starlink in Iran, consentendo agli utenti di facilitare la connessione senza pagare una quota di abbonamento. Ieri anche il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha annunciato di stare valutando di inviare i terminali satellitari Eutelsat nel paese.

 

Poco dopo la chiusura di internet degli scorsi giorni, l’agenzia di stampa Irib ha pubblicato su Telegram un elenco dei “siti essenziali accessibili tramite l’internet nazionale”: motori di ricerca, mappe e  app di messaggistica nazionali, proprio come il sistema di censura messo a punto dalla Cina. Anche se molti di questi siti “nazionali” continuano a risultare inaccessibili, il segnale del regime è che questa volta l’isolamento degli iraniani sia tutt’altro che temporaneo.

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