Chi ha paura di un Iran senza il suo regime zombi
Minacce, esecuzioni, attesa. La Repubblica islamica ha smesso di essere una potenza regionale e c'è chi si è assestato sulla sua continua consunzione. Segnali chiari e movimenti inaspettati dall'Arabia Saudita
I momenti prima di un possibile attacco sono caratterizzati da segnali indecifrabili e da segnali che invece è molto semplice interpretare. Mentre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna evacuavano parte del personale dalle loro basi in Qatar e chiedevano ai loro cittadini di lasciare l’Iran, la Repubblica islamica annunciava i suoi piani per processi rapidi prima delle esecuzioni. Le evacuazioni non sempre sono segnali chiari, a volte fanno parte degli avvertimenti. La scelta di annunciare un iter più sbrigativo per uccidere i manifestanti è invece un segnale semplice da decifrare e indica che Teheran non vuole ascoltare la minaccia di Donald Trump: martedì sera, il presidente americano aveva di nuovo spostato la linea rossa dicendo che i piani per un attacco sarebbero andati avanti se il regime avesse impiccato i manifestanti. Alcune compagnie aeree stanno cancellando i voli sia per Israele sia per la Repubblica islamica. Si sommano le speculazioni, le fonti che rivelano piani d’attacco parlando a diverse testate, si svuotano i cieli e in questo rumore continuo è arrivato un altro segnale: l’Arabia Saudita ha fatto sapere direttamente all’Iran che non parteciperà a nessuna operazione militare contro il regime né concederà lo spazio aereo a paesi che vorranno usarlo per colpire. E’ un annuncio insolito da parte di un paese rivale, ancora più esplicito del silenzio dimostrato dalla maggior parte dei paesi della regione, a esclusione di Israele, che in parte potrebbero anche essere spaventati dalle ritorsioni iraniane: i funzionari del regime hanno minacciato di poter ampliare i loro attacchi in medio oriente, coinvolgendo anche per esempio il Bahrein, sede della Quinta Flotta americana. Alcuni paesi possono essersi coordinati in silenzio con gli Stati Uniti, o con Israele – ieri il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar era ad Abu Dhabi a incontrare il suo omologo emiratino. Possono anche aver tifato per un attacco che porti al cambio di regime, ma senza volersi esporre. Per l’Arabia Saudita è stato diverso, non è rimasta in silenzio, ha cercato il contatto diretto con gli iraniani mentre, dietro le quinte, ha spinto per evitare un attacco americano in grado di far crollare il regime. La paura del caos che potrebbe seguire al rovesciamento della Repubblica islamica spaventa tutti, anche gli israeliani. Il medio oriente ha affrontato l’instabilità dell’Iraq e della Siria e non ha voglia che si ripeta in Iran. L’Arabia Saudita e gli altri preferiscono un lento consumarsi del regime che ha condannato Teheran all’irrilevanza, tanto da non essere più percepito come un attore importante nella regione. Questo regime zombi fa comodo a molti e il cambiamento in Iran spaventa tutti. Per Riad i timori non riguardano soltanto il caos, ma anche l’ordine di un paese che invece potrebbe tornare prospero e competitivo. Riad ha impostato la sua strategia economica anche tenendo in considerazione l’irrilevanza della Repubblica islamica e la sua chiusura. Un Iran senza il suo apparato repressivo diventerebbe un concorrente nel turismo, nel commercio, nel mercato energetico. Il regime fallito ha garantito uno status quo nella regione e alcuni paesi si sono adattati e ne hanno trattato vantaggio. Per Riad, Teheran aveva smesso di contare da anni. Un medio oriente senza la Repubblica islamica è una rivoluzione a cui non tutti sono pronti.
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