Perché Trump ha ormai preso la sua decisione contro il regime di Teheran
Mentre il massacro degli iraniani continua, Khamenei fa lo stesso errore di Maduro: non prende il presidente americano sul serio. Le minacce, i numeri, i precedenti
Il presidente americano Donald Trump ha mandato un messaggio ai manifestanti iraniani: “Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE – PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI!!! Annotate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti NON cesserà. GLI AIUTI STANNO ARRIVANDO. MIGA!!!”. Miga sta per “Make Iran great again”, lo slogan comparso sui cappellini e le magliette di alcuni funzionari americani che sostengono un intervento contro la Repubblica islamica. Sono giorni che Trump minaccia il regime, da circa una settimana assiste a riunioni per valutare come colpirlo. Continua a mandare messaggi ai manifestanti e ha preso la decisione di fermare ogni tentativo di dialogo: il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva contattato l’inviato americano Steve Witkoff per comunicare che Teheran era disposto a riaprire i colloqui sul nucleare. Trump ha scelto di chiudere la porta a ogni negoziato fino a quando il massacro nelle strade iraniane non cesserà. Il bilancio è altissimo, la maggior parte dei gruppi per i diritti umani riferisce che sono state uccise più di duemila persone; una fonte del governo ha riferito al New York Times che il numero è di tremila; secondo i servizi di intelligence israeliani supererebbe invece cinquemila. Poi è arrivato il numero, diffuso da alcune testate e organizzazioni, che fissa una cifra altissima di manifestanti colpiti a morte per le strade: dodicimila. Non ci sono conferme ufficiali, impossibile averne da un paese che il regime ha serrato, oscurato per poter reprimere con tutta la sua violenza. Trump è determinato, vuole agire. Mescola guerra psicologica con incontri serrati per farsi spiegare quali sono i mezzi migliori da usare: economici, militari, informatici. Ha escluso i negoziati sulla base del precedente del giugno scorso, quando gli iraniani continuavano a usare la diplomazia per temporeggiare, prendere tempo e non decisioni. Gli israeliani hanno definito l’offerta di colloqui che veniva da Teheran “una trappola” e sono sicuri che Trump ha deciso: attaccherà.
Il regime finora non ha preso sul serio le minacce di Trump. Ha reagito con prese in giro e avvertimenti, come fa sempre pensando in questo modo di nascondere la sua debolezza, ormai vicina allo sfinimento. Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, lunedì aveva raccomandato di non prendere sul serio il capo della Casa Bianca: “Parla troppo”. Ieri ha commentato le parole che il presidente americano aveva postato su Truth dicendo che gli assassini degli iraniani sono Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. L’ex comandante del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, oggi presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, lunedì aveva arringato una folla di manifestanti, chiamati dal regime a scendere in piazza a Teheran, rivolgendosi agli Stati Uniti: “Abbiamo sentito che avete minacciato l’Iran, i suoi difensori vi daranno una lezione indimenticabile. Venite a vedere come tutte le vostre capacità nella regione saranno distrutte. Trump, deliri, non credere alle bugie che ti vengono raccontate”.
Il 2 gennaio scorso, Trump ha ordinato l’attacco contro il Venezuela, che si è concluso con la cattura del dittatore Nicolás Maduro. Fino al giorno prima, nonostante gli avvertimenti, Maduro aveva continuato a mostrare di ritenere l’attacco contro il Venezuela poco probabile. Non soltanto si era burlato di Trump imitandone il modo di ballare – secondo alcune ricostruzioni la scena del dittatore che scopiazzava la goffaggine del ballo trumpiano ha convinto definitivamente il capo della Casa Bianca ad agire – ma non aveva nemmeno messo in allerta il paese. Negli anni il so esercito non è stato in grado di fare manutenzione e gestire i sistemi di contraerea forniti da Mosca, che quindi sono risultati inutili, e secondo una ricostruzione del New York Times, la notte dell’attacco, alcune componenti di difesa aerea non erano operative, erano in deposito. Maduro aveva lasciato il Venezuela esposto ai colpi americani, nonostante i mesi di avvertimenti e le pressioni sempre più intense. Gli iraniani hanno diffuso video di missili pronti a partire in caso di attacco americano, ma la Guerra dei dodici giorni ha mostrato che i cieli di Teheran sono penetrabili. E in sette mesi la situazione è cambiata poco.
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