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l'editoriale del direttore

L'occidente è fragile, i suoi nemici di più. Il sogno del colpo all'Iran fa parte di una fotografia più grande

Claudio Cerasa

Mentre riflettiamo sui nostri limiti e debolezze, ecco che all'improvviso succede che sullo scacchiere mondiale risulti evidente una verità diversa: alcune dittature ritenute inattaccabili, oggi sono diventate vulnerabili. Una svolta globale in cui la difesa dei confini diventa difesa della libertà

Donald Trump dice che gli aiuti sono in arrivo, Friedrich Merz dice che il regime iraniano è a un passo dal tracollo, Israele osserva con interesse il rovesciamento improvviso del fronte mediorientale, un fronte dove fino a qualche mese fa a essere assediato sembrava lo stato ebraico e in cui oggi a essere assediato è il nemico giurato di Israele, ovvero l’Iran. E più passa il tempo e più gli scricchiolii profondi, necessari, formidabili del regime degli ayatollah sono lì di fronte a noi a testimoniare la presenza di una svolta che non riguarda solo l’Iran ma un pezzo di mondo che spesso ci rifiutiamo di vedere.

 

Sono mesi che l’occidente libero riflette sulle sue difficoltà, sulle sue divisioni, sulle sue fragilità. E sono mesi che i paesi che compongono con orgoglio quella che un tempo avremmo definito la società aperta sono lì che si leccano le ferite riflettendo sulla pace minacciata ogni giorno da qualche stato canaglia, sul dramma del doversi armare per proteggersi dalle dittature, su quanta sproporzione ci sia tra i paesi che difendono i regimi illiberali e che sanno fare squadra e quelli che difendono la democrazia liberale e che spesso invece non riescono a fare squadra. Sono mesi che l’occidente riflette sui suoi limiti, sulle sue debolezze, sui suoi tarli. Ma poi all’improvviso succede che sullo scacchiere mondiale risulti evidente una verità diversa, all’interno della quale i tasselli del domino più vulnerabili, quelli pronti a crollare l’uno dopo l’altro, hanno il profilo degli stessi stati che da tempo minacciano la nostra libertà e le nostre democrazie.

 

Ci si può girare attorno quanto si vuole ma la possibilità che l’Iran possa subire un duro colpo dalle forze occidentali, America in primis, è parte di un tassello più grande, è parte di un film più ampio, all’interno del quale le autocrazie che tendono a dimostrarsi spesso come forze invincibili da tempo non fanno che perdere pezzi. Hanno perso pezzi un anno fa la Russia e l’Iran, vedendo crollare la Siria di Assad. Hanno perso pezzi pochi giorni fa la Russia, la Cina, l’Iran con la cacciata di Maduro, e pur rispettando noi tutti il lutto di coloro che preferivano la presenza di Maduro al rispetto del diritto internazionale, facciamo notare che avere sottratto il Venezuela al controllo degli stati canaglia significa aver tolto all’asse delle grandi dittature canali di approvvigionamento mica male.

 

Hanno perso pezzi mesi fa gli alleati dell’Iran, assediati dalla potenza di fuoco dell’esercito israeliano, che nell’attesa di vedere distrutta ulteriormente la testa della piovra, ovvero il regime iraniano, già indebolito con colpi al programma nucleare e agli impianti missilistici, ha inferto danni mortali negli ultimi mesi a molti tentacoli iraniani, da Hezbollah agli houthi, passando per Hamas. E allo stesso modo, in fondo, continuano a perdere pezzi da mesi gli invincibili russi impegnati da quattro anni in una guerra in Ucraina che avrebbero dovuto vincere in quattro giorni e che oggi possono vincere solo in caso di aiuto di Trump il quale, mentre coccola la Russia in Ucraina, rincorre in giro per il mondo le petroliere ombra della Russia.

 

Non sappiamo se il colpo all’Iran arriverà, non sappiamo che limiti porrà Israele. Ma sappiamo che la caduta di alcuni regimi che apparivano incrollabili ha rivelato la fragilità insospettabile di regimi che apparivano inossidabili. E sappiamo che se oggi alcune dittature un tempo inattaccabili sono diventate vulnerabili, riducendo la propria proiezione in giro per il mondo, il merito è prima di tutto di due paesi che difendendo i propri confini hanno difeso i confini delle democrazie mondiali rendendo di conseguenza più fragili i nemici delle democrazie liberali: Israele da una parte, l’Ucraina dall’altra. E se Trump riuscirà a dare un colpo benedetto agli ayatollah, a festeggiare non dovrebbe essere solo il popolo iraniano ma tutti coloro che nel 2026 considerano una priorità far tornare virale una parola che terrorizza i dittatori di tutto il mondo: semplicemente, la difesa della nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.