L'Iran diviso

A Teheran il fronte delle minoranze può essere decisivo contro il regime

Fiammetta Martegani

Gli Ayatollah si sono sempre posti come gli unici garanti dell'unità nazionale, in un paese grande e multietnico. Ma adesso qualcosa è cambiato. Anche per questo è possibile il regime change

Tel Aviv. A distanza di oltre due settimane le proteste contro il regime aumentano in tutto l’Iran, con i cittadini disposti a pagare un prezzo che si fa sempre più alto: sia in termini di inflazione – con la moneta locale che è scesa del 95 per cento del suo valore rispetto al dollaro – sia, soprattutto, con un costo drammatico in termini di vite umane. Alcune fonti riferiscono che il bilancio delle vittime avrebbe ormai superato le 12 mila persone. Gli ospedali sono al collasso, internet è stato spento e Starlink è costantemente disturbato da interferenze. Tutto questo, secondo il presidente americano Donald Trump, segnerebbe l’inizio della violazione della linea rossa da lui delineata, e starebbe portando ad un’iniziativa iraniana, trasmessa a Steve Witkoff attraverso il Qatar, per ricorrere alla via diplomatica. Tuttavia, potrebbe esistere una strada alternativa per condurre alla fine di Ayatollah.

 

Come osserva Shabnam Assadollahi, iraniana residente a Ottawa, attivista per i diritti umani in Iran, uno degli strumenti più efficaci utilizzati dalla Repubblica islamica per garantirsi la sopravvivenza è sempre stata la divisione etnica: “Per decenni, il regime ha cercato di sfruttare le linee di frattura etniche per presentarsi come l’unico custode dell’integrità territoriale. Ciò che distingue questa fase dalle precedenti insurrezioni non è solo la persistenza ma, soprattutto, la sua maturità strategica: poiché solo l’unità nazionale può portare ad un regime change”. In questo contesto, gli sviluppi recenti nel Kurdistan iraniano, con l’incontro tra Abdullah Mohtadi, segretario generale del Partito Komala, e il principe ereditario Reza Pahlavi, potrebbero aver segnato una svolta decisiva, mirando a un allineamento di portata nazionale. Il risultato immediato dell’incontro ha dimostrato come gli attori politici curdi si considerino oggi parte di un movimento nazionale più ampio: “Questa unità è precisamente ciò che la Repubblica teme di più”, spiega Assadollahi: “Il ruolo di Pahlavi non sembra essere stato imposto artificialmente, bensì emerso da un vuoto di leadership creato da un regime che ha sistematicamente distrutto la coesione nazionale. E questa spinta centripeta non riguarda solo il popolo curdo: se questo coordinamento si approfondirà tra azeri, arabi, baluci e altri gruppi etnici, la capacità del regime di contenere proteste localizzate si eroderà rapidamente”.

 

A confermare il ruolo cruciale delle minoranze è anche il Dr. Aref Al Kaabi, leader di Ahwaz, gruppo etnico arabo sciita, concentrato nella regione petrolifera al confine con l’Iraq: “Se osserviamo le componenti che costituiscono il popolo iraniano, il gruppo etnico persiano che risiede nelle grandi città come Teheran, Hamadan e Shiraz, rappresenta solo il 32 per cento della popolazione. Pertanto, il ruolo di tutte le altre minoranze rappresenta una maggioranza della società iraniana che non può essere ignorato e, anzi, andrebbe sostenuto da parte della comunità internazionale”. Mentre l’Amministrazione Trump sembra cercare di prendere tempo, secondo Al Kaabi la posizione di queste minoranze risulta fondamentale anche riguardo ai possibili sviluppi sull’accordo nucleare: “Il nucleare iraniano è un progetto strategico nazionale adottato da oltre cinquant’anni, prima ancora dell’ascesa del regime, in modo da ricostituire l’egemonia regionale dei tempi dell’antico impero persiano. Tuttavia, se il regime dovesse raggiungere l’implementazione dell’atomica, questo potrebbe costituire una catastrofe per l’umanità intera. Per questo la guerra al nucleare cominciata a giugno da Stati Uniti e Israele ci ha resi più consapevoli e determinati. Stiamo assistendo a un’operazione dalla portata globale: poiché lo smantellamento del progetto nucleare è di importanza vitale per l’intera comunità internazionale”. Quando chiediamo ad Al Kaabi quali altre nazioni potrebbero sostenere le minoranze iraniane ci spiega che l’Autorità esecutiva della regione di Ahwaz ha collocato, da oltre venticinque anni, il proprio quartier generale a Bruxelles: “Abbiamo rapporti costanti con altri paesi europei che sostengono la libertà del nostro popolo, con l’obiettivo di garantire stabilità e sicurezza nella regione e porre fine alla brutalità dell’islam radicale. Ora chiediamo azioni concrete, dichiarando il regime responsabile di crimini contro l’umanità: dobbiamo approfittare di questo momento storico per porre fine a questa dittatura su scala globale”.

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