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una bussola

Un piccolo vademecum di esperti per orientarsi sull'Iran, sfrondando pregiudizi e disinformazione

Paola Peduzzi

Dalle cinque condizioni affinchè si verifichi una rivoluzione fino alle differenze con le proteste del passato. In mezzo ci sono i manifestanti di questi giorni, con le rivendicazioni economiche diventate un attacco al regime stesso

Il massacro del regime iraniano contro i manifestanti è iniziato, il blocco di internet deforma la tragedia, ma i sacchi neri impilati li abbiamo visti, le testimonianze drammatiche filtrano, le organizzazioni umanitarie registrano morti, feriti, arresti, la ferocia repressiva della Repubblica islamica la conosciamo. Sappiamo anche che: le manifestazioni sono diffuse in tutto l’Iran e non riguardano soltanto alcune parti della popolazione, perché la miccia è l’invivibilità del paese – la crisi economica che ha spolpato un popolo intero – e pure il regime non è quello che era soltanto due anni fa, soltanto la sua violenza è immutabile, tutto il resto parla di consunzione – consunzione degli alleati esterni, consunzione del potere nella regione, consunzione della fiducia tra gli esponenti dell’apparato, perché il paese è stato colpito, infiltrato e il regime ha dimostrato di non saper garantire la sicurezza non tanto degli iraniani, di cui poco gli importa, ma dei propri stessi uomini. Il punto di rottura è vicino? Quanto vicino? E che cosa succede se davvero la rottura arriva? Le risposte sono un bisticcio continuo, perché la diaspora antiregime è divisa al suo interno, principalmente tra monarchici e nazionalisti, ma non solo, e la frustrazione si è ammonticchiata in questi decenni di lotte e di speranze annichilite. 

 

Per orientarci, abbiamo costruito un piccolo vademecum di esperti che offrono quelle che, secondo noi, sono analisi solide e affidabili, sfrondando il più possibile disinformazione, pressioni dei vari gruppi di interesse e pregiudizi. 

 

Cominciamo con Karim Sadjadpour, senior fellow del Carnegie Endowment. Sadjadpour ha scritto sull’Atlantic un saggio assieme a Jack Goldstone, docente della George Mason University, un altro analista scrupoloso informato, che già nel titolo propone la domanda cruciale: il regime iraniano sta collassando? Scrivono che per avere una rivoluzione devono essere soddisfatte cinque condizioni: una crisi fiscale, le élite divise, un’opposizione variegata, una narrazione convincente della resistenza e un contesto internazionale favorevole. Secondo loro, nell’attuale crisi iraniana ci sono quasi tutte,  se dovessero iniziare le defezioni nelle forze di sicurezza sarebbe game over per un “regime zombie: la sua legittimazione, ideologia, economia e leadership sono morte o stanno morendo. Lo tiene vivo la forza letale, la brutalità può ritardare il funerale del regime, ma è poco probabile che possa ridargli il battito”.

  

A proposito di game over: il parlamentare conservatore britannico Tom Tugendhat, che segue l’Iran e i regimi (lavorava con Jo Fox, la parlamentare laburista uccisa per strada da un neonazista alla vigilia del referendum sulla Brexit, sull’interventismo umanitario e la necessità di sostenere i popoli che combattono contro i loro governanti autoritari), continua ad andare in televisione a unire i puntini tra l’Iran, il Venezuela, la Russia, la Corea del nord, ed è molto attento a segnalare  le possibili fratture nel regime iraniano. Tugendhat ha ripreso, citando l’attore iraniano-britannico Omid Djalili, che si sta spendendo molto per dare voce e raccontare le manifestazioni, un canto che si è sentito fuori da una stazione di polizia incendiata a Karaj: “Forze di sicurezza, arrendetevi, non abbiamo alcun problema con voi”.

  

Roya Hakakian, senior fellow di American Purpose, ha spiegato su Free Press perché queste proteste sono diverse da quelle del 2009, del 2017, del 2019 e del 2022: le manifestazioni sono iniziate nel vecchio mercato di Teheran, il Grand Bazaar, “una istituzione potente con una lunga tradizione di attivismo politico che rappresenta le classi più ricche e conservatrici del paese”; le mosse molto più convincenti del principe Reza Pahlavi, il cui nome risuona nelle strade; la “coalizione” della piazza è trasversale, coinvolge la borghesia e i poveri, i giovani e i vecchi, i curdi e gli azeri tutti insieme; l’umiliazione della Guerra dei dodici giorni, durante la quale le forze israeliane hanno eliminato esponenti importanti delle Guardie della rivoluzione, smantellato il sistema di difesa aereo iraniano e colpito con precisione i siti nucleari; la minaccia di Donald Trump, che ha detto di voler proteggere il popolo iraniano.   

  

Farzan Sabet, studioso del Global Governance Centre, e Suzanne Maloney, vicepresidente del centro Foreign Policy della Brookings Institution, stanno analizzando come sono cambiate le proteste, iniziate con rivendicazioni economiche (e Sabet ha ammesso che pensava che sarebbero finite presto) e diventate un attacco al regime stesso, indicando tre attori in particolare: il principe  Pahlavi, Trump  e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian che potrebbe decidere di prendere le distanze dalla violenza della repressione e aprire una interlocuzione con gli Stati Uniti (Pezeshkian aveva cercato una mediazione con i manifestanti all’inizio delle proteste).

  

Infine, altre bussole per avere informazioni e analisi accurate: Deepa Parent sul Guardian; Ali Hamedani, direttore di Persian Mix Radio; Holly Dagres del Washington Institute; Raz Zimmt dell’Institute for National Security Studies. 
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi