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L'opossum americano

Le voci sulla successione a Trump lo stanno bruciando e così ora Vance si finge morto

Andrea Venanzoni

Il vice presidente si è trovato catapultato suo malgrado sotto i riflettori dell’opinione pubblica, indicato quale erede alla Casa Bianca. Ma il peggior peccato agli occhi di Trump è che qualcuno lo metta in ombra

Nel 1909, durante un banchetto alla Camera di commercio di Atlanta e organizzato per portare avanti la riconciliazione tra Sud e Nord, all’allora presidente degli Stati Uniti William Howard Taft venne servita carne arrosto di opossum. Animale sgraziato ma resistentissimo, divenuto un simbolo folklorico e persino politico degli stati meridionali. L’opossum ha una caratteristica che deve esser parsa  brillante agli occhi del vicepresidente J.D. Vance: quando minacciato e in pericolo, l’animale si finge morto. È quanto ha strategicamente fatto il vice di Trump.

Solitamente bulimico e aggressivo nella comunicazione, durante  l’operazione anti-Maduro è rimasto  silente. Nessun post, nessuna sua foto, mentre Trump, Pete Hegseth e Marco Rubio venivano immortalati, intervistati e si trasformavano, soprattutto Rubio, in meme. Quando poi Vance è riemerso alla luce, tra influencer e opinionisti Maga che inondavano i social e i podcast di reazioni giubilanti, l’ha fatto con un post su X decisamente lontano dai suoi standard: ha trasformato l’operazione in Venezuela in una sorta di retata della polizia americana nei sobborghi di Detroit, parlando per ben tre volte di fentanyl e cocaina, e solo in chiusura di petrolio. Nessun richiamo al dominio nell’emisfero occidentale, alla Cina, alla Russia o alla strategia di sicurezza nazionale. Ma non c’è stato in questa scelta solo pudore dettato dall’idiosincrasia nutrita dall’ala nazional-populista Maga,  constituency di riferimento di Vance, per qualunque intervento di sapore neocon

Vance è in forte difficoltà, da settimane: esattamente da quando si è trovato catapultato suo malgrado sotto i riflettori dell’opinione pubblica, indicato quale erede dell’attuale presidente. Non una condizione invidiabile, considerando come per Trump l’unico erede possibile sia lo stesso Trump. Lo ha ben compreso Marco Rubio, compassato e determinatissimo Segretario di stato, che negli scorsi giorni ha incoronato metaforicamente Vance e, proprio con ciò, ha contribuito a esporlo ancora di più alle ire trumpiane. Non per caso, una volta portato Maduro negli Usa, il presidente americano è stato assai generoso di elogi nei confronti di Rubio. A conferma di quanto lo standing del Segretario di stato sia stato potenziato dal blitz in Venezuela, ecco apparire sulle pagine di The Free Press, prestigioso giornale conservatore, l’articolo “How Rubio won”, di Eli Lake: come Rubio ha vinto. La vittoria potrebbe trascendere il mero successo militare e diplomatico, e divenire così viatico perfetto per la corsa presidenziale del 2028

Vance sa che l’essere presentato come ipotetico successore di Trump rischia di bruciarlo sul nascere: il peggior peccato agli occhi del presidente è che qualcuno lo metta in ombra. Lo ricorda bene Steve Bannon, liquidato senza tanti complimenti dalla Casa Bianca, nel 2017, dove era stato assunto come Chief strategist. A condannarlo, la sua incontinenza esternativa e le rivelazioni emerse nella biografia di Bannon scritta da Joshua Green e soprattutto le interviste che Michael Wolff ha raccolto nel volume “Fire and Fury”. Bannon si era atteggiato a deus ex machina e autentico architetto del successo di Trump, trasformando l’ex tycoon in una sorta di estensione meccanica del suo fiuto politico. Vance non può essere liquidato nello stesso modo e di certo non si è spinto fin dove era arrivato Bannon, ma Trump, a dispetto del XXII emendamento, è davvero convinto di poter aspirare a un terzo mandato presidenziale: avere accanto qualcuno descritto come prossimo candidato repubblicano è per lui un intollerabile oltraggio. Tanto più che ai suoi occhi Vance non ha mai cessato di essere il personaggio che aveva osato definirlo un “Hitler americano”: pesante insulto lenito solo dai milioni di Peter Thiel, vero architetto del ticket elettorale Trump-Vance e che oggi cerca di correre ai ripari, assieme a Chris Buskirk, potenziando le attività del Rockbridge Network, struttura di sostegno politico-finanziario a Vance. 

Cosa farà quindi ora il figlio degli Appalachi? Il tono revisionistico sul passato assalto a Capitol Hill, il sostegno all’Ice dopo i drammatici fatti di Minneapolis, con copertura morale offerta agli agenti, i rinnovati attacchi all’Europa in tema di Groenlandia, segnalano un Vance sempre più pasdaran dell’ortodossia trumpiana, vero “poliziotto cattivo” e, assieme a Stephen Miller, volto feroce del trumpismo. Ma sul versante interno alla destra, nel cuore della guerra civile culturale” e su materie potenzialmente divisive come l’Iran e Israele, continuerà a non prendere reale posizione e a fingersi morto. Come l’opossum.

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