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Negli stati uniti
L'indagine su Powell e il piano di Trump per le elezioni di midterm
Per il presidente della Fed l’iniziativa del dipartimento di giustizia “senza precedenti” deve essere valutata “in un più ampio contesto delle minacce e continue pressioni dell’Amministrazione”
E’ stato lo stesso Donald Trump a gettare acqua sul fuoco dell’incendio che si è innestato alla Federal Reserve dopo la notizia che il presidente, Jerome Powell, è sotto indagine federale per la ristrutturazione della sede della banca centrale americana. “Non so nulla di questo, ma certamente lui non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici”, ha detto il presidente americano. Un modo per evitare uno scontro diretto e in mondovisione con la principale banca centrale del mondo.
Questa volta Powell ha rotto il silenzio definendo l’iniziativa del dipartimento di giustizia “senza precedenti” e dicendo che deve essere valutata “in un più ampio contesto delle minacce e continue pressioni dell’Amministrazione”. Una reazione che ha suscitato la solidarietà degli ex banchieri centrali americani e di esponenti di spicco delle precedenti amministrazioni, che sono arrivati a paventare il rischio che gli Stati Uniti si trasformino in una sorta repubblica delle banane. Forse è stato troppo anche per Trump, che ieri mattina non avrà mancato di buttare un occhio allo scivolone del dollaro e ai mugugni dei mercati. Ma i nervi restano tesi. Il mandato di Powell scade a maggio. Per la legge statunitense, i past president della Fed hanno la possibilità di restare nel comitato monetario (il Fomc), continuando a esercitare la loro influenza sulle decisioni di politica monetaria. Ma, come spiega al Foglio l’economista Andrea Ferrero dell’Università di Oxford, “nella storia recente del paese non è mai accaduto che un presidente non confermato decidesse di restare. In questo campo fanno scuola i precedenti e Yellen, Bernanke e Greenspan, che hanno rinunciato. Powell non ha ancora comunicato la sua scelta e questo, forse, spiega le continue pressioni”.
Insomma, è come se Trump temesse di non riuscire a conquistare il controllo della leva dei tassi, una delle sue principali ambizioni, dopo che la Corte Suprema ha sospeso il licenziamento della governatrice afroamericana Lisa Cook (la decisione definitiva è attesa nelle prossime settimane) e dopo che, nell’ultima riunione, sui tassi il board è risultato spaccato e lontano da un allineamento alla volontà della Casa Bianca. “E’ opinione diffusa che quello a cui punta Trump è ottenere un taglio del costo del denaro nel breve periodo in vista delle elezioni midterm che ci saranno in autunno – prosegue Ferrero –. Non c’è dubbio che questa tesi abbia un fondamento, anche perché coerente con la sua richiesta di ribassare i costi delle carte di credito e dei mutui. Presentarsi davanti agli elettori con risultati economici che siano convincenti per l’americano medio rientra nella filosofia di Trump. Ma non escludo che l’inquilino della Casa Bianca stia accarezzando anche un’altra possibilità”. Quale? “Spingere Powell a un’apertura verso una politica monetaria più accomodante e a quel punto rinnovarne l’incarico. E’ una strada difficile ma Trump ci proverà per un semplice motivo: è perfettamente consapevole che imporre come presidente della Fed un suo fedelissimo potrebbe avere un costo che l’America non si può permettere. Gli investitori chiederebbero un maggior premio al rischio non fidandosi abbastanza della capacità della politica monetaria di tenere sotto controllo l’inflazione. E questo farebbe salire il costo dell’indebitamento. In Europa abbiamo vissuto tempi del genere, non ce lo dimentichiamo”.
L’economista di Oxford ricorda che fino a quando non c’è stato il “divorzio” tra banche centrali e governo, la Banca d’Italia interveniva per acquistare i titoli di stato che il Tesoro non riusciva a collocare sul mercato. “Non credo che negli Stati Uniti vogliano correre il rischio di trovarsi in una simile situazione. E perciò mi pare che Trump stia approcciando Powell con il metodo del bastone e della carota, come se volesse negoziare qualcosa”.
Intanto, tra gli esponenti che hanno manifestato sostegno a Powell figurano gli ex segretari al Tesoro, Timothy Geithner, Jack Law, Henry Paulson e Robert Rubin. “L’annunciata inchiesta penale sul presidente della Fed è un tentativo senza precedenti di utilizzare attacchi giudiziari per minare l’indipendenza della banca centrale americana”. In questo modo, hanno concluso, si attua “la politica monetaria dei mercati emergenti, con istituzioni deboli, con conseguenze altamente negative”. In Europa, si è schierato con Powell il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau. Esiste il rischio che anche in Europa si verifichi una situazione simile a quella americana? “Esiste – conclude Ferrero – nella misura in cui dovesse aumentare la spinta da parte di governi europei populisti, ma credo che anche in quel caso lo statuto della Bce, per come è stato scritto, sia in grado di garantire una politica monetaria pienamente indipendente. Sul piano economico, diciamo che se il dollaro continua a indebolirsi per le intemperanze di Trump, l’euro troverà una strada automatica per il suo rafforzamento come valuta globale”.