Una manifestazione aTunisi contro Saied, con un manifesto che compara il presidente tunisino all'ex dittatore Ben Ali (foto Getty)
In Tunisia, l'Italia deve scegliere: gestire l'instabilità o investire nella stabilità
Il paradigma più sicurezza uguale meno migranti ha fallito, bisogna puntare sullo sviluppo. Un appello in occasione dell'anniversario della Primavera araba del fondatore del think tank Mediterranean Development Initiative
Ogni 14 gennaio la Tunisia non celebra soltanto una data storica. Si confronta con una domanda esistenziale: può ancora governare il proprio destino in un mondo attraversato da competizione strategica, instabilità e riallineamenti di potere? Quindici anni dopo la rivoluzione del 2011, il dibattito non riguarda più solo le promesse mancate o il declino democratico. La questione è più radicale: uno stato fragile può sopravvivere senza una visione strategica, senza istituzioni solide e senza un ancoraggio internazionale credibile?
La rivoluzione tunisina ha segnato una rottura irreversibile: la fine della paura come fondamento del potere. Ma questa liberazione non è stata accompagnata da una rifondazione dello stato. Alla confusione della transizione è seguito un populismo sterile, incapace di produrre stabilità, crescita o fiducia. Oggi questa fase è al termine non per una vittoria democratica, ma per esaurimento politico e fallimento strategico. Ridurre la Tunisia a una questione puramente interna è un errore. Fin dal 2011, essa ha rivelato una verità scomoda: gli Stati immobili, autoritari o rentier non sono più sostenibili in un mondo aperto e competitivo. La lezione non è il fallimento della libertà, né il ritorno salvifico dell’autoritarismo. È più esigente: senza uno stato strategico, nessuna rivoluzione sopravvive a sé stessa.
Oggi la Tunisia si trova davanti a una scelta chiara. Continuare lungo la strada di una sovranità proclamata ma non esercitata, fondata su accordi asimmetrici e cooperazioni difensive regionali senza una visione economica. Oppure assumere un ancoraggio strategico lucido, negoziato e orientato allo sviluppo, capace di restituire allo stato capacità di protezione, proiezione e influenza.
Presidente Meloni, la Tunisia non ha bisogno di essere contenuta, ma di essere ricostruita come stato funzionale. Una Tunisia che cresce, investe e integra i propri territori è una Tunisia che trattiene i suoi cittadini, riduce la pressione migratoria, stabilizza il Mediterraneo centrale e diventa un partner, non un problema. Il paradigma attuale - sicurezza senza sviluppo, cooperazione senza visione, stabilità senza prospettiva - è miope. Gli accordi puramente securitari non stabilizzano: congelano. E nel lungo periodo, producono esattamente ciò che pretendono di evitare.
Fare del 14 gennaio un atto fondativo del futuro significa riconciliare la Tunisia con i suoi territori dimenticati: il bacino minerario, il sud-est, le zone di confine. Significa affrontare senza ambiguità la catastrofe ambientale di Gabès, investire in sanità, infrastrutture, istruzione e filiere di valore locale. Non è carità. È strategia. La Tunisia dispone di capitale umano, competenze, prossimità geografica e profondità storica. Da Annibale a Ibn Khaldun, da Sant’Agostino alla sua società civile contemporanea, ha dimostrato di sapersi rialzare quando le condizioni sono giuste.
L’Italia può scegliere: gestire l’instabilità oppure investire nella stabilità reale. Sostenere lo status quo oppure accompagnare una transizione strategica che restituisca alla Tunisia la capacità di governarsi e di offrire futuro ai suoi cittadini. Il 14 gennaio non deve essere il ricordo di una rivolta fallita, ma il punto di partenza di una rifondazione lucida. La Tunisia può fare di più. E l’Italia, se guarda oltre l’emergenza, ha tutto da guadagnare a crederci.
Ghazi Ben Ahmed è il fondatore del think tank Mediterranean Development Initiative