Ansa

l'editoriale del direttore

Dall'Iran a Maduro fino a Gaza e Kyiv. Il dramma di chi ha reso instagrammabili solo le rivolte contro l'occidente

Claudio Cerasa

L'autodeterminazione dei popoli non scalda più il cuore né gli animi di chi ha occupato scuole, università e piazze. Dal mutismo su Teheran fino alla scarsa vicinanza al popolo ucraino: ci si mobilita solo quando il nemico è il demonio occidentale e non quando vi sono popoli che lottano per assomigliare all'occidente

Improvvisamente, nonostante le molte ragioni per farlo, i cuori non si scaldano più, le coscienze non sussultano più, i manifestanti non si mobilitano più, le scuole non si occupano più, le università non si impegnano più, i collettivi studenteschi non si agitano più, gli scioperi non si convocano più e le attenzioni, fino a qualche settimana fa molto alte, rivolte a tutti gli aguzzini della libertà non fanno più notizia, non coinvolgono, non emozionano, non interessano, non eccitano l’indignato collettivo come poteva fare, fino a qualche giorno fa, una flotilla desiderosa di salpare in mare aperto per rompere il silenzio internazionale, per lavorare per la pace, per far tacere le armi, per proteggere i dimenticati da Dio, come erano i palestinesi in cerca di spiragli di futuro, il tutto naturalmente fino a quando il principale ostacolo per il futuro dei palestinesi non è diventato Hamas, e chissà perché oggi il futuro della Palestina, che è sempre incerto ma che non dipende più da Israele, è diventato poco interessante, poco notiziabile, poco instagrammabile. Improvvisamente, si diceva, quella fetta di paese che negli ultimi mesi ha mostrato una grande attenzione rivolta alla generazione degli oppressi è lì di fronte a noi senza più voce, senza più argomenti, senza più parole, senza più hashtag da usare per portare la propria vicinanza a una serie di popolazioni che purtroppo la meriterebbe. Della Palestina, abbiamo già detto, oggi che il futuro dei palestinesi dipende dalla rimozione di Hamas il silenzio dei pro Pal più che imbarazzato è un manifesto politico: criticare Israele è semplice, basta la ChatGPT dell’indignazione facile, criticare Hamas per non volersi far da parte e concedere così ai palestinesi l’opportunità di poter avere un futuro è più difficile, richiederebbe un’onestà intellettuale tale da dover riconoscere che i primi nemici dei diritti dei palestinesi non sono solo i presunti genocidari israeliani ma gli assai evidenti stragisti di Hamas. Ma lo stesso silenzio, negli ultimi tempi, rimbomba con la forza di un frastuono secco, cupo, su altri ambiti decisamente importanti. Pensate all’Ucraina, naturalmente, che preoccupa l’indignato collettivo più per ciò che l’occidente fa per proteggere Kyiv che per ciò che la Russia fa per minacciare l’Europa. Pensate al Venezuela di Maduro, la cui rimozione, pur avendo fatto esultare il popolo venezuelano, non è stata salutata con gioia da tutti coloro che lottano per l’emancipazione dei popoli e la libertà degli oppressi (e la gioia per la liberazione di Alberto Trentini, e degli altri incarcerati dal regime di Maduro, cozza con l’indignazione di chi aveva alzato molti sopraccigli per lamentarsi della violazione del Diritto internazionale, che ha portato alla festa di oggi per Trentini e gli altri).

 

Ma pensate, soprattutto, a quale sproporzione vi sia tra coloro che scendevano in piazza per il futuro della Palestina e coloro che oggi scelgono di non scendere in piazza per il futuro dell’Iran, pur essendo il regime iraniano lo specchio in purezza di tutto quello per cui dovrebbe combattere il progressista collettivo. Perché l’Iran questo è: un paese che nega ogni forma di libertà, che nega ogni forma di diritto, che umilia le donne, che impicca gli omosessuali e che alimenta ogni forma possibile di patriarcato. Ed è un paese che, nello specifico, negli ultimi dieci giorni ha reagito alle proteste con il suo repertorio più collaudato, con le forze di sicurezza che hanno sparato sui manifestanti, anche con munizioni vere, lasciando morti e feriti nelle piazze, con l’arresto di migliaia di persone, spesso di notte, prelevate da casa o fermate per strada. 

 

Con internet e telefonia oscurati per impedire video e contatti con l’estero, con i leader delle proteste accusati di essere “nemici di Dio”, con minacce esplicite di condanne capitali, con la repressione accompagnata da propaganda e intimidazioni alle famiglie, in un clima di paura sistematica (un medico di Teheran ha dichiarato alla rivista Time che, dopo le manifestazioni anti regime di giovedì sera, sono stati registrati 217 decessi tra i manifestanti in soli sei ospedali della città, “la maggior parte a causa di munizioni vere”). Il filo che unisce i pochi festeggiamenti per la cacciata di Maduro, la scarsa vicinanza all’eroismo ucraino, l’indifferenza verso il destino di Hamas e il mutismo rispetto agli orrori dell’Iran è purtroppo lì, è di fronte ai nostri occhi, e riguarda un fatto difficilmente contestabile. Gli antifa desiderosi di proteggere la cosiddetta autodeterminazione dei popoli in nome del Diritto internazionale si scaldano solo quando il nemico contro cui combattere ha il profilo ben delineato del demonio occidentale e non si scaldano se vi sono popoli che lottano per assomigliare di più all’occidente. Il gioco ormai è alla luce del sole, è scoperto. Se i simboli dell’occidente diventano l’immagine perfetta contro cui scaricare l’odio delle piazze mondiali, i cuori si scaldano, le coscienze si mobilitano, le università si occupano, i social si eccitano, i talk-show si interessano. Se a essere identificati come i nemici della libertà sono gli sponsor del terrorismo, gli alleati degli stati canaglia, l’internazionale delle dittature, per i movimenti pacifisti le cose si complicano, gli slogan si smontano, le occupazioni saltano, gli equilibri si sfaldano. Scendere in piazza contro l’Iran, contro il regime degli ayatollah, è impegnativo, è logorante, è devastante. Richiederebbe di stravolgere le proprie certezze, per esempio, e di riconoscere che i nemici del nostro nemico (ovvero i nemici dell’Iran) sono in fondo nostri amici, come Israele. Richiederebbe di stravolgere le proprie convinzioni, ancora, e di riconoscere che la violenza che nasce dall’islamismo ha una radice non casuale, ma sistemica, che andrebbe messa sotto processo e non sotto la sabbia come gli struzzi dell’occidente. Richiederebbe di rimettere in discussione i propri slogan e considerare chiunque riesca a dare un colpetto ai nemici dell’occidente come un alleato della libertà, non come un nemico del popolo, e richiederebbe in ultima analisi di chiedersi se nel recente passato vi sia stato qualche passaggio della storia in cui le proprie posizioni a favore della libertà, contro Israele, per la Palestina libera dal fiume al mare, non abbiano per caso coinciso con le posizioni dei paesi che uccidono i manifestanti in piazza, perseguitano i sindacalisti, reprimono le contestazioni nel sangue, uccidono gli omosessuali, finanziano il terrorismo nel mondo.

  

La difficoltà crescente di una parte dell’opinione pubblica occidentale a mobilitarsi quando il nemico della libertà non è l’occidente porta paradossalmente a vedere cuori che si scaldano, coscienze che si mobilitano, scuole che si occupano, università che si impegnano solo quando i nemici da portare in piazza sono coloro che difendono l’occidente dagli aguzzini della libertà. E il risultato è che le uniche forme di sostegno alla libertà instagrammabili, per così dire, sono quelle in cui le resistenze che vengono promosse, a colpi di kefiah indossate in piazza, a colpi di marce universitarie che celebrano i terroristi, sono quelle che fanno il gioco dei paesi, dei dittatori e delle canaglie il cui fine ultimo è proprio quello di combattere le democrazie, reprimendo nel sangue chiunque cerchi nei propri paesi uno spiraglio di libertà. Ci si potrebbe dunque indignare molto per l’indifferenza con cui in queste ore il popolo della pace, che aveva manifestato per la pace a Gaza fino a quando l’ostacolo per la pace si chiamava Israele e non Hamas, non lo ha fatto per gli iraniani. Ma nel farlo si rischierebbe di essere ingenui. E di far finta di aver visto negli ultimi anni un film diverso da quello proiettato in molte piazze del mondo, con tanti studenti in piazza contro Israele elogiati dagli ayatollah iraniani e con molti politici impegnati a denunciare le oscenità dell’occidente che protegge se stesso piuttosto che le vergogne dei nemici dell’occidente che usano le piazze dell’occidente per difendere il proprio diritto a combattere la libertà, in patria e nel mondo.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.