la protesta
I piani di Trump contro Khamenei
L'Iran è senza rete, la rabbia della piazza cresce, la repressione massacra
Intervenire contro il regime per il capo della Casa Bianca non è questione di se ma di come. Le opzioni, due dubbi e le minacce
L’Iran è chiuso. Impossibile conoscere ogni dettaglio di quanto sta accadendo all’interno. Molto complicato lasciar trapelare parole, immagini, impressioni, speranze, disperazione verso l’esterno. Le proteste contro il regime di Teheran sono arrivate al sedicesimo giorno; crescono, diventando più mortali. Non si vede nulla, l’unica cosa certa è che la repressione ogni giorno è più crudele: secondo i numeri forniti dai servizi di intelligence israeliani, i manifestanti uccisi sono circa mille; altre ricerche indipendenti citano oltre seicento morti; media iraniani contrari al regime scrivono che le persone uccise potrebbero essere fino a duemila. Senza internet, l’Iran sprofonda in un buio che non sta spegnendo la rabbia e le rivendicazioni di una protesta che, secondo molti osservatori, ha ormai superato per partecipazione e repressione da parte del regime ogni ondata di manifestazioni precedenti: questa volta il movimento è vasto, coinvolge molte fasce della popolazione, diverse zone del paese, somma richieste e slogan. Qualche manifestante ha iniziato a invocare l’intervento straniero, a chiedere al presidente americano, Donald Trump, di fare qualcosa. A dispetto dell’America first con cui ha promesso di riportare gli Stati Uniti più lontani dai conflitti in giro per il mondo, Trump ha ormai la fama di interventista: in un anno della sua Amministrazione ha ordinato seicentoventisei bombardamenti; Biden, in quattro anni, ne aveva ordinati cinquecentocinquantacinque.
Con l’Iran, l’interventismo trumpiano ha mostrato il suo lato più determinato, nonostante il regime di Teheran si sia sempre vendicato per i colpi subiti dall’Amministrazione americana. La sfida agli ayatollah prosegue dal primo mandato del capo della Casa Bianca, da quando il 3 gennaio del 2020, Trump ordinò di colpire l’auto in cui viaggiava a Baghdad il capo delle Forze al Quds, il generale Qassem Suleimani, molto più di un militare, un ideologo in grado di tenere unite tutte le braccia del regime. La Guida suprema, Ali Khamenei, promise vendetta, ma si limitò a colpire le truppe americane di stanza in Iraq dopo aver avvisato il governo di Baghdad. A giugno dello scorso anno, il presidente americano è entrato nella Guerra dei dodici giorni, aiutando Israele a colpire i siti nucleari della Repubblica islamica. Khamenei minacciò forti ritorsioni ma, proprio come cinque anni prima, si limitò a colpire una base militare americana in Qatar, dopo aver avvisato i qatarini, che avvisarono gli americani. Oggi rimane il dubbio se, in caso di attacco, Khamenei si dimostrerebbe come le volte precedenti più iroso che violento nelle sue ritorsioni. A fine dicembre, Trump ha promesso di intervenire per fermare la repressione dei manifestanti. Il regime aveva risposto che, in caso di attacco, la ritorsione sarebbe stata pesante contro le truppe degli Stati Uniti in medio oriente. Sabato scorso, il presidente americano ha tirato di nuovo fuori la possibilità di un attacco contro il regime e, questa volta, la risposta di Teheran è stata che non soltanto potrebbero essere colpite le basi americane, ma anche le rotte di navigazione e Israele, che reagirebbe pesantemente.
Il regime ha imparato che quanto Trump promette, prima o poi interviene, “va preso seriamente, non alla lettera”, ripete spesso la giornalista americana Julia Ioffe, una delle migliori a interpretare le scelte dell’Amministrazione americana. E infatti il capo della Casa Bianca si è fatto illustrare tutte le possibili opzioni per agire contro Teheran, lasciando intendere che la domanda non è più se, ma come deciderà di intervenire. Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, diversi funzionari americani hanno ammesso che “tutte le opzioni sono sul tavolo” e “sarà Trump a scegliere”. La notizia è che la scorsa settimana gli incontri per illustrare al capo della Casa Bianca le modalità di intervento sono stati molti e la possibilità di un attacco militare diretto non è esclusa. La discussione a Washington verte su come danneggiare il regime senza colpire le proteste, l’Amministrazione americana vuole che un intervento si sommi all’azione dei manifestanti, per questo alcuni funzionari hanno suggerito che “un’azione cinetica su larga scala potrebbe indebolire le manifestazioni”. Sul tavolo ci sono bombardamenti a uomini o basi del regime; messaggi per aumentare la pressione e il panico; attacchi informatici.
Per Trump la lotta contro Khamenei e il suo sistema è sempre stata anche personale, vuole rimuovere dal medio oriente quello che considera il più grande ostacolo alla creazione di un nuovo assetto regionale. Intervenendo vuole anche mostrare di non essere come i suoi predecessori Barack Obama e Joe Biden, i cui nomi venivano ugualmente scanditi durante le manifestazioni represse dal regime.
L'editoriale dell'Elefantino