Foto Ap, via LaPresse

L'editoriale dell'Elefantino

Contro la repressione iraniana si può sperare solo nell'avventurismo

Giuliano Ferrara

Che fare con la dittatura islamista di Teheran? Perché siamo ridotti a sperare in Trump, ad augurarci che il petrolio iraniano, come e più di quello venezuelano, diventi il volano del rovesciamento umanitario del regime

Se vogliono passare alla storia, autocrati e aspiranti autocrati di Cina, Russia e America, sappiano che non è lineare. Per Putin ripetere la Beresina o Stalingrado non è impresa facile, malgrado gli Oreshnik. Per Xi l’immortale accoppiata di comunismo e capitalismo può rivelarsi imprevedibilmente insidiosa. Per Trump confermare l’impresa angloamericana che depose Mossadeq (1953) per questioni, guarda un po’, di petrolio, sventrò l’alleanza del laico educato in Francia e in Svizzera e del clero sciita a favore della dinastia dei Pahlavi, e alla lunga portò al trionfale ritorno di Khomeini, può rivelarsi un caso di scuola piuttosto obliquo. L’esportazione, tra il plauso degli occidentalisti, dell’autocrazia dinastica, con il figlio dello Scià a stabilizzare il disastro postkhomeinista, sempre in nome della geopolitica del petrolio, eterno paradigma al quale sono sfuggiti solo l’Afghanistan e l’Iraq, benedette imprese di un’amministrazione dei neoconservatori americani, quando gli Stati Uniti erano governati da un establishment democratico e non da un grande e spericolato avventurista e opportunista senz’altri disegni che la caricatura di sé stesso.  

            

Bisogna augurarsi che, come per Gaza e il post 7 ottobre, sia ancora una volta Netanyahu, capo di guerra spietato e capo democratico duro come la roccia, a guidare la mano del narcissist in chief. Lasciare che fermentino protesta e repressione, che 90 milioni di cittadini siano isolati dal resto del mondo da un apparato della forza selvaggio, e che l’Iran clericale e autocratico resti tale, sarebbe un errore più che un crimine. E’ durata troppo a lungo la storia del popolo iraniano bastonato e impiccato, immiserito e tradito dalle sue speranze e illusioni. Quel regime bestiale è stato ferito, ma i regimi feriti sono i più pericolosi. Hanno in mano l’economia e lo stato, il paramilitare e per ora l’esercito, polverizzato nei cieli da Tsahal e dai bombardieri antiatomici americani, il clero e la polizia morale, ma da anni dimostrano di aver perso il consenso sociale, e la Repubblica islamica, origine della metà almeno dei nostri guai strategici, è il nemico giurato dell’ottanta per cento dei suoi abitanti.

 

Foto Ap, via LaPresse  
           

Che fare? L’opinione occidentale, solerte nella protezione dell’antisionismo e in certi settori dell’antisemitismo di nuovo conio, considera islamofobo ogni appello al rovesciamento di Khamenei e soci. Ambasciate e consolati dei mullah in Europa sono al riparo ideologico dall’iniziativa, dalle dimostrazioni, dalla pressione politica della Coscienza Morale Collettiva, o Cmc. Siamo ridotti a sperare che il petrolio iraniano, come e più di quello venezuelano, diventi il volano del rovesciamento umanitario della tremenda dittatura islamista di Teheran. Direi che siamo ridotti male o maluccio. E intanto la rivolta è repressa nel sangue, l’aspirazione alla pace e alla libertà di immense masse di popolo in ambito islamico è considerata meno di zero dalle famose cancellerie. Siamo ridotti a sperare che la logica del realismo eurorassegnato sia sostituita dalle esigenze di riscrittura della mappa del medio oriente e più in grande della mappa mondiale dell’influenza politica dell’accoppiata di Trump e Bibi. C’è sempre quella questione del diritto internazionale, l’unica legge che non disponga di un’autorità per farla rispettare, dunque un’anarchia fatta di criteri astratti e di parole vuote, ma alla luce degli ultimi avvenimenti sembrerebbe superabile. Sequestrare le petroliere del contrabbando che finanzia la guerra in Ucraina e altrove, il terrorismo e altro, va bene. Ma neutralizzare l’origine del male assoluto dei nostri tempi, ecco, andrebbe assai meglio.

Di più su questi argomenti:
  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.