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nuove rotte
No, sul gas Trump non potrà ricattare l'Europa come Putin
Il panorama delle forniture è notevolmente cambiato: abbiamo sostituito la Russia con altri fornitori e accresciuto il rapporto con quelli tradizionali. Inoltre, se prima importavamo gran parte del gas via tubo, oggi è molto più rilevante il gas naturale liquefatto
Dopo Putin, l’Europa dovrà preoccuparsi, per la sua sicurezza energetica, di Trump? Gli Stati Uniti sono diventati il secondo fornitore di gas dell’Ue, con circa il 26 per cento delle importazioni nel 2025 (dopo la Norvegia, attorno al 31 per cento). E’ un livello lontano dal 40 per cento della Russia pre-guerra, ma è comunque molto alto. Cosa succederebbe se l’inquilino della Casa Bianca decidesse di chiudere i rubinetti? La domanda è legittima. Fortunatamente i rubinetti non sono di Trump, sono più difficili da chiudere e sono meno importanti rispetto a quelli metaforicamente manovrati dal Cremlino. Intanto, i consumi e le importazioni sono calati, per un mix di ragioni virtuose (sostituzione del gas con le rinnovabili, soprattutto nella generazione elettrica, e maggiore efficienza energetica), esogene (inverni più miti) e in alcuni casi preoccupanti (debole performance dell’industria europea). Inoltre, il panorama delle forniture è più diversificato. Da un lato, abbiamo sostituito la Russia con una pluralità di paesi, di cui gli Usa sono il principale ma non l’unico. Abbiamo accresciuto i nostri legami sia con altri fornitori tradizionali (Norvegia, Algeria, Qatar) sia con nuovi partner (Azerbaigian, grazie al gasdotto Tap da fine 2020). Dall’altro, abbiamo trasformato le modalità di approvvigionamento: mentre prima della crisi ucraina importavamo gran parte del gas via tubo – incluso la quasi totalità del russo – oggi è molto più rilevante il gas naturale liquefatto (Gnl), che incide per oltre la metà del totale e, secondo varie proiezioni, potrebbe arrivare attorno al 60 per cento nel prossimo triennio. Mentre le pipeline vincolano le parti, il Gnl offre flessibilità perché i carichi possono essere trasportati da qualunque provenienza a qualunque destinazione (purché vi siano le necessarie infrastrutture di liquefazione e rigassificazione). Entro il 2030 è previsto l’avvio delle operazioni di nuovi treni di liquefazione per 130 miliardi di metri cubi di gas l’anno, che renderà il mercato più lungo e favorevole ai compratori.
C’è poi un aspetto giuridico: le esportazioni russe erano interamente controllate da Putin sia attraverso la società produttrice del gas (Gazprom) sia attraverso i gasdotti (la cui gestione era sotto la sua piena disponibilità, almeno per il tratto russo). Al contrario, le vendite di Gnl americano non sono intermediate dell’Amministrazione: a meno che non voglia imporre sanzioni contro l’Ue, Trump non può impedire a un produttore americano di vendere il gas a un acquirente europeo. Questo è vero soprattutto per i volumi contrattualizzati con accordi di lungo termine, che prevedono forti penali in caso di mancata consegna e che potrebbero essere impugnati dagli europei. Ma c’è un’altra e ancora più cogente ragione per cui l’Europa può, questa volta, stare relativamente tranquilla: lo sganciamento dal gas russo è una straordinaria storia di successo. Pochi – forse nessuno – si aspettavano che saremmo stati in grado di fare a meno della Russia in così poco tempo e con contraccolpi tutto sommato limitati. Addirittura, oggi possiamo permetterci il lusso, dopo aver dichiarato il 1 gennaio 2025 lo stop a qualunque importazione via tubo, di bandire anche il Gnl russo a partire dal 2027. Tale risultato è la conseguenza di un sistema di approvvigionamento più forte e ramificato di quanto forse ci si rendesse conto. Certo, hanno contribuito anche alcuni elementi fortuiti, come le temperature invernali relativamente calde e il conseguente fabbisogno al di sotto delle attese. Inoltre non è stato indolore, come ben sanno le imprese messe alle strette dai prezzi record del 2022. Anche le politiche pubbliche hanno contribuito ad attenuare l’impatto, riversando decine di miliardi di euro di sussidi (non tutti necessari), prevedendo misure straordinarie per il riempimento degli stoccaggi, accelerando la transizione ad altre fonti di energia e consentendo la realizzazione in tempi record di nuovi di rigassificatori. D’altro canto, abbiamo dovuto fronteggiare problemi che hanno aggravato la situazione, come la crisi del nucleare francese, la chiusura del nucleare tedesco e la siccità che ha messo in ginocchio l’idroelettrico per molti mesi. Eppure, i mercati hanno reagito rapidamente consentendo di liberarsi, in appena tre anni, di quello che era stato per due decenni e di gran lunga il nostro principale fornitore. La lezione della crisi del 2022 è che, grazie al Gnl che ha reso flessibili le forniture e alle produzioni non convenzionali che hanno moltiplicato l’offerta, il mercato del gas si è globalizzato. Non è vero che siamo passati da una dipendenza a un’altra: siamo energeticamente più liberi e forti.