Ansa

Zitti sugli ayatollah

La lunga triste storia della benevolenza d'occidente con l'Iran. “Pourquoi?”, chiede BHL

Maurizio Crippa

Il tema principale che guida la freddezza italiana nel sostegno all’opposizione iraniana è che far cadere gli ayatollah equivale a indebolire l’asse che da Mosca via Teheran ha armato e foraggiato Hezbollah, Hamas, gli houti e altri tunnel sotterranei della guerra al “Piccolo Satana”

La fotografia Associated Press del 1° febbraio 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini che scende la scaletta del Boing 747 di Air France all’aeroporto di Teheran, cortesemente aiutato da un membro dell’equipaggio, è tornata a circolare qua e là sui social nei giorni scorsi, “a moment that changed the country’s history for decades to come”, come un atto d’accusa inesorabile. E non solo per la Francia che lo ospitò e venerò. Era rimasta nei cassetti “for decades”, con tante altre che ritraggono intellò osannanti, come un verdetto d’infamia da cancellare. Non bastano però quelle foto per rispondere a un post di Bernard-Henri Lévy, ieri: “In Iran, la più grande rivoluzione democratica dalla caduta del Muro di Berlino. E, per il momento, l’opinione pubblica guarda dall’altra parte. Perché?”.

 

E’ ben vero che tra gli storici bersagli di BHL ci sono famosi infatuati come Michel Foucault, che parlò di “insurrezione di uomini a mani nude che vogliono sollevare l’enorme peso che grava su ognuno di noi… la forma più moderna della rivolta e la più folle” e per Khomeini di “spiritualità politica”, assieme a molti altri “venerati fiancheggiatori” anche nostrani, come li ha chiamati sul Foglio Pigi Battista. Ma la benevolenza con cui è stato guardato il regime degli ayatollah ha mutato di segno nel tempo. Se infatti la fascinazione antioccidentale permane, anzi s’è fatta più marcata – a farla da padrone è sempre stato quel binomio tanto amato dal terzomondismo, il “Grande Satana” e il “Piccolo Satana”, roba che non si è schiodata nemmeno con la fatwa a Salman Rushdie messa in pratica decenni dopo in America – altre se ne sono aggiunte. E la domanda di Bernard-Henri Lévy ha lo stesso sapore anche in Italia, dove da sempre si registra la più bassa temperatura emotiva, come direbbero i tecnici di sondaggi, per la causa della libertà del popolo iraniano. E persino per la causa delle sue giovani donne, se è vero che le manifestazioni a sostegno di Donna Vita e Libertà si sono molto afflosciate a partire dal 2023. Anche le parole di Majidreza Rahnavard, ucciso il 12 dicembre 2022 per aver preso parte alle manifestazioni seguite alla morte di Mahsa Amini, “Non piangete sulla mia tomba, non leggete il Corano. Mettete una canzone allegra”, hanno smesso di commuovere. Uno dei pochi risultati tangibili a livello internazionale è stato avere escluso la Repubblica islamica dalla commissione dell’Onu per lo status delle donne. Perché fino al 2022 ne faceva parte, nel disinteresse mondiale.

 

“Pourquoi?” In tutto questo c’è, ovvio, l’interesse del petrolio. Ma l’oro più sporco che nero, accusato di ogni nefandezza geopolitica – ora per il blitz venezuelano di Trump – raramente viene additato come causa di male nel caso dell’Iran. Il mantra di governi e anche di osservatori è sempre stato – esattamente come per la Russia – “ma non vorrete davvero privarvi del petrolio iraniano?”. Un significativo titolo del Sole 24 Ore, giorni fa: “Ecco perché gli interventi esterni rafforzano il regime”. Poi c’è la retorica giustificazionista: non esisterebbero le prove del programma nucleare, né prove di coinvolgimento in attività terroristiche, anzi in tanti si sono strappati le vesti per i “sabotaggi” (violazione del diritto internazionale!) subiti dall’Iran per mano israeliana o americana. E poi, che diamine, l’Iran non è soltanto ayatollah e repressione: guardate che bei film. I film sono molto belli, ma usati come foglia di fico per non sostenere l’opposizione interna o in esilio, è un po’ poco. Ma il tema principale che guida la freddezza nel sostegno all’opposizione iraniana – e lo si è visto dal cipiglio cupo con cui è stato accolto il blitz contro Maduro, il caro amico di Teheran – è che far cadere gli ayatollah equivale a indebolire l’asse che da Mosca via Teheran ha armato e foraggiato Hezbollah, Hamas, gli houti e altri tunnel sotterranei della guerra al “Piccolo Satana”.

 

Le ragazze coi capelli al vento vanno bene, le ragazze imprigionate meritano una lacrimuccia – manifestazioni di massa come per Gaza non se ne sono proprio viste – ma perché far cadere un regime sanguinario, se è il bancomat sanguinario dell’antisemitismo-antioccidentalismo? Luca Casarini, già advisor di Papa Francesco per i migranti, ha scritto sull’Unità: “Non sfregiamo la rivolta iraniana: giù le mani degli imperialismi dal sogno di libertà, il pericolo dell’effetto Venezuela anche a Teheran”. E per farsi meglio intendere: “Se diventa l’operazione del Mossad o di Trump o di Netanyahu, perché questi con i loro bombardieri e con i loro regime change si prendono la scena e la situazione, non è più il sogno degli iraniani”. E’ solo Casarini, si dirà. Ma il silenzio di questi giorni delle piazze già piene di bandiere palestinesi e slogan contro i due Satana è eloquente. E lo sono anche le prima pagine dei giornali, e dei telegiornali, così vuote e distratte su quanto sta avvenendo in quel paese. Che potrà non finire il gloria, ma meriterebbe il supporto dell’occidente. Foucault almeno, a un certo punto, si fece venire qualche dubbio, e riconobbe di essersi “ingannato su Khomeini”. Si attendono gli altri, “for decades”.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"