Il regime iroso

Khamenei, Trump, Pahlavi e chi pensa a finanziare il post regime iraniano

Paola Peduzzi

Tra repressione interna, blackout informativo e minacce incrociate con Washington, la crisi iraniana entra in una nuova fase: Khamenei alza lo scontro, Trump resta imprevedibile e Reza Pahlavi prova a proporsi come unica alternativa credibile al regime

Dopo aver isolato gli iraniani con il blackout di internet, la Guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ha detto ieri, in un discorso trasmesso in tv, che il regime non farà nessun passo indietro perché deve combattere i rivoltosi che “distruggono le loro stesse strade” soltanto “per compiacere il presidente di un altro paese” e, rivolgendosi a questo presidente, cioè Donald Trump, ha detto che “dovrebbe sapere che di solito i despoti e le potenze arroganti, come i Faraoni, Nimrod, Reza Khan, Mohammad Reza e gli altri come loro, sono stati cacciati proprio quando erano al picco della loro superbia. Anche lui lo sarà”. 

Dal 28 dicembre, gli iraniani protestano per le condizioni invivibili in cui sono costretti da un regime che li ha spolpati e nelle piazze invocano anche l’aiuto di Trump. Da giovedì, quando le comunicazioni internet sono state bloccate – funzionano soltanto, sembra, i satelliti di Starlink – le notizie arrivano a singhiozzo, ma le immagini che filtrano mostrano una ribellione diffusa in tutto l’Iran, e se nei primi giorni c’erano state flebili e false aperture da parte del regime che tentava di prendere le misure alla protesta, poi è iniziata la repressione, morti, feriti, arresti di massa, e la Guida suprema, nel suo primo intervento dal 28 dicembre, ha ignorato gli iraniani e, trattandoli da pupazzi o mercenari, è andato dritto all’agente esterno, quel presidente americano che nel corso dello scorso anno ha fatto l’indicibile e ha bombardato i siti nucleari iraniani, uccidendo centinaia di persone, che ieri Khamenei ha citato per dire: Trump vuole la morte degli iraniani. 

Il presidente americano aveva detto la scorsa settimana che, se la pressione del regime fosse stata troppo dura, si sarebbe fatto sentire, poi si è distratto con il Venezuela e la Groenlandia, ma nel frattempo ha ripetuto che Teheran deve stare all’erta, mentre si fotografava assieme al senatore Lindsey Graham, falchissimo, con il cappellino nero con scritto “Make Iran Great Again”, che è lo stesso slogan che ha ripetuto nelle ultime ore per mettere di nuovo in guardia gli ayatollah: o vi calmate voi e lavorate per un Iran grande, o ci penso io.
 Nelle piazze non si invoca soltanto Trump ma anche Reza Pahlavi, il figlio del “Mohammad Reza” che Khamenei ha citato tra gli arroganti che sono stati travolti al picco della loro superbia. Il principe rilascia interviste, pubblica video, è attivissimo: dice di essere pronto ad andare ad aiutare gli iraniani per una transizione democratica, sta ben attento a precisare che sarà il popolo a decidere da chi vuole essere governato, ma una volta caduto questo regime feroce e inetto – che travolse suo padre – l’Iran dovrà essere dotato di istituzioni e di una stabilizzazione economica, ed è di questo che Pahlavi vuole farsi carico. Il regime detesta il principe e allo stesso tempo lo teme, perché soltanto con la sua presenza ricorda com’era l’Iran prima della Rivoluzione islamica: i sentimenti nei confronti della monarchia sono  per gli iraniani contrastanti, nostalgia e ricordi netti di allora si mescolano, offuscano e agitano, e per questo è difficile quantificare l’effettiva popolarità del principe, ma è innegabile che al momento sembra, con tutto il malumore che può portare l’idea del suo ritorno, l’unica alternativa presente al regime islamico. 

Pahlavi lo sa e per questo costruisce, questa volta con meno superficialità rispetto al passato, la sua offerta politica e tenta di catturare l’attenzione di Trump usando il metodo di tutti: l’adulazione. Pahlavi ha detto che “i pianeti sono allineati” per la caduta del regime iraniano perché c’è questo presidente americano (e non i suoi predecessori democratici che hanno abbandonato gli iraniani), sta tentando di incontrarlo, è circolata anche una data, il 13 gennaio, ma Trump giovedì, in una intervista su Fox News, ha detto che sì, Pahlavi gli sembra una brava persona, ma “non è appropriato” incontrarlo ora, lui vuole vedere che cosa fa il regime. C’è chi dice che il presidente americano sta adottando la stessa tattica usata con l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, ti offro la possibilità di andartene da solo, prendila, altrimenti ti levo di mezzo io: quando ieri Trump ha detto che Khamenei sta pianificando di lasciare l’Iran (il Times di Londra ha scritto che ha già un alloggio pronto a Mosca), che prima o poi dovrà andarsene, alcuni hanno preso le sue parole come una conferma di questa teoria.

L’imprevedibilità di Trump è cronica, fare i conti con lui è difficile, ma Pahlavi, che naturalmente è ben più prevedibile, sta cercando di mettere insieme non soltanto un piano di transizione e  l’appoggio del presidente, ma anche una coalizione di imprenditori e  aziende che potranno partecipare al dopo regime. Circola molto in queste ore una conversazione della primavera scorsa del ceo di Uber, Dara Khosrowshahi, che è iraniano, in cui diceva di voler “investire aggressivamente” in Iran nei primi cento giorni dopo la caduta del regime. E’ da queste aziende della Silicon Valley che potrebbe arrivare il sostegno al progetto di Pahlavi, con la consueta ambizione di questi manager: “Sky is the limit”, ha detto Khosrowshahi, immaginando l’Iran senza il regime.
 

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi