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Roosevelt, il vero ispiratore del blitz trumpiano in Venezuela
Fu proprio il vecchio presidente americano a rilanciare la Dottrina Monroe nel 1903 provando a scacciare Cipriano Castro. Oggi Trump ripropone quel modello, col sogno di stare accanto a lui sul Monte Rushmore, magari con un Nobel accanto
C’era una volta un dittatore venezuelano che aveva mandato in rovina il proprio paese e non pagava i debiti ai finanziatori internazionali. Per tutta risposta, i suoi avversari inviarono una flotta a bloccare tutti i traffici navali del Venezuela e, per alzare la pressione sul dittatore, un giorno di gennaio iniziarono a bombardare le sue basi militari. Sembra il 2026, in realtà è il 1903. C’è sempre di mezzo il Venezuela, ma il dittatore non è Nicolas Maduro: si chiama Cipriano Castro ed è un personaggio controverso almeno quanto il presidente venezuelano finito in manette. A Castro andò un po’ meglio, fu cacciato da un’insurrezione popolare e a differenza di Maduro fece di tutto per provare a rifugiarsi a New York, ma lo respinsero a Ellis Island e morì da esule a Portorico. Epilogo a parte, la storia del 1903 aiuta a capire la cronaca di questi giorni. Perché il Castro venezuelano (nessuna parentela con Fidel e Raúl) fu la ragione per cui il presidente degli Stati Uniti di allora, Theodore Roosevelt, decise di rilanciare la Dottrina Monroe sulla supremazia yankee su tutto il continente americano. Dopo oltre un secolo, è a quel precedente storico che si rifà la nuova Strategia per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Ed è Teddy Roosevelt l’ispiratore dell’offensiva sudamericana di Donald Trump, che tiene nello Studio Ovale un grande ritratto di quello che, tra i quarantaquattro predecessori, è uno dei presidenti che più gli piacciono e a cui pensa di assomigliare. Il sogno segreto di Trump è di vedere un giorno scolpito il suo volto insieme a quello di Roosevelt (e di Washington, Jefferson e Lincoln) sul Monte Rushmore, la monumentale montagna scolpita in onore dei grandi presidenti degli Stati Uniti. Ma per finire ritratto nel granito del South Dakota il buon Teddy fece molte altre cose che lo fanno ancora oggi amare dagli americani e che non sembrano nelle corde dell’attuale presidente.
Sicuramente al Roosevelt di inizio Ventesimo secolo, lontano cugino del successivo presidente Franklin Delano dei tempi della Seconda guerra mondiale, va ricondotta una concezione imperialista del ruolo dell’America che sembra una chiara fonte di ispirazione per la nuova politica estera della seconda Amministrazione Trump. Il “corollario Roosevelt” alla Dottrina Monroe di cui si parla molto in questi giorni viene esplicitamente citato nella Strategia della Casa Bianca, come riferimento storico per giustificare quello che il team presidenziale aveva provato inizialmente a ribattezzare “corollario Trump”. Ma a The Donald l’idea di mettere il proprio brand solo su un corollario è sembrata riduttiva e ha pensato bene di ribattezzare l’intera strategia “Donroe Doctrine”, con un gioco di parole tra il suo nome e il cognome del quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che nel 1823 aveva sancito che la sua giovane Repubblica non avrebbe più tollerato alcuna intromissione coloniale nel continente americano da parte degli stati europei. Roosevelt si spinse oltre nel 1904, enunciando il suo corollario e dichiarando che gli Stati Uniti da allora in poi avrebbero svolto un ruolo attivo di “polizia internazionale” in America Latina per gestire le crisi che si aprivano nell’emisfero occidentale, vietando alle potenze europee di mettere più piede con forze navali o altre iniziative militari sull’altro lato dell’Atlantico. Fu un ruolo che gli Stati Uniti svolsero in modo capillare per qualche decennio, intervenendo militarmente almeno una decina di volte a sistemare crisi sudamericane, al punto che nel continente i Marines si guadagnarono il soprannome di “truppe del Dipartimento di Stato”. Curiosamente, fu proprio il secondo Roosevelt, FDR, a smontare anni dopo questa svolta imperialista del cugino, proclamando la politica del “buon vicinato” con l’America Latina. Una scelta di breve durata: la Guerra Fredda cambiò di nuovo lo scenario e per decenni gli Stati Uniti non si sono certo astenuti da interventi nelle vicende sudamericane, con le iniziative sotto copertura della Cia e talvolta anche con operazioni militari, come quella di Ronald Reagan a Grenada e di George Bush padre a Panama per catturare il dittatore Manuel Noriega.
A portare Theodore Roosevelt verso il passo formale della dichiarazione del suo “corollario” furono proprio le vicende del Venezuela. Cipriano Castro era un bizzarro personaggio, aveva conquistato nel 1899 il controllo del Venezuela alla guida di un esercito privato e si comportava da dittatore spietato contro qualsiasi opposizione. Nel giro di due anni aveva dissanguato le casse del paese e nel 1901 il Venezuela finì in bancarotta, per i milioni di dollari in bond che doveva a varie nazioni europee. La soluzione che Castro trovò per rimediare a questa situazione fu semplicemente quella di annunciare che non avrebbe pagato i debiti. Germania, Gran Bretagna e Italia, i principali creditori, non la presero bene e nel dicembre 1902 decisero di inviare una flotta di navi da guerra a bloccare ogni accesso al paese sudamericano: sette navi tedesche, cinque britanniche e tre italiane, l’incrociatore corazzato “Carlo Alberto”, l’ariete corazzato “Giovanni Bausan” e l’incrociatore “Elba”. Roosevelt inizialmente li lasciò fare, sostenendo che non si trattava di un’iniziativa coloniale vietata dalla Dottrina Monroe, bensì di un’operazione di riscossione crediti. Ma nel gennaio 1903 le cose cambiarono quando due navi tedesche entrarono nelle acque di Maracaibo, inseguendo una imbarcazione sfuggita al blocco, e bombardarono le fortificazioni del Castillo de San Carlos de la Barra. I venezuelani risposero al fuoco, i tedeschi ben presto tornarono con i rinforzi e i bombardamenti provocarono la morte anche di venticinque civili. Roosevelt reagì furibondo con la Germania, minacciò di mandare in Venezuela le navi da guerra americane e ad aiutarlo fu lo stesso Castro, che gli chiese formalmente aiuto. La faccenda fu risolta con un accordo mediato da Washington, ma fu l’evento che spinse Theodore Roosevelt a proclamare che da allora in poi a pattugliare le acque dell’America Latina avrebbero provveduto da soli gli Stati Uniti e che gli europei non dovevano più azzardarsi a mandare navi da guerra da quelle parti. Da allora in effetti non accadde più niente del genere fino al 1982, quando Margaret Thatcher inviò decine di navi da guerra e migliaia di uomini a riconquistare le isole Falkland invase dall’Argentina. In quell’occasione il presidente Ronald Reagan non invocò né la Dottrina Monroe, né il corollario Roosevelt e scelse la neutralità, in nome della “relazione speciale” con la Gran Bretagna e della necessità di tenere buono il principale alleato degli anni della Guerra Fredda.
Per Teddy Roosevelt l’idea di considerare il Sud America come il “cortile di casa” degli Stati Uniti era una fissazione fin dagli anni giovanili. Come il quasi contemporaneo Winston Churchill – un altro idolo di Trump – Roosevelt si era dedicato dopo l’università a studiare le grandi battaglie navali e la sua carriera politica lo aveva ben presto portato a diventare sottosegretario alla Marina militare. L’America centrale e del sud era la sua passione. La guerra ispano-americana del 1898, nata per il controllo di Cuba, lo aveva visto tra i pianificatori ed era stato l’evento che aveva portato sia lui, sia gli Stati Uniti, per la prima volta verso una posizione imperialista. A Roosevelt, anche in questo simile a Churchill, non piaceva solo pianificare le guerre, ma soprattutto combatterle. Per questo si dimise da sottosegretario per arruolarsi in un reggimento di cavalleria diventato celebre con il nome di battaglia di “Rough Riders”, che fu protagonista a Cuba di gesta celebrate con enfasi da tutta la stampa americana.
Fu la mossa che fece decollare la sua carriera politica e lo portò in un lampo alla Casa Bianca. Al ritorno da Cuba, fu eletto in quello stesso 1898 come governatore di New York e due anni dopo il presidente repubblicano William McKinley lo scelse come proprio vice nella campagna per il secondo mandato. Roosevelt era considerato una testa calda e un pericoloso battitore libero dagli altri repubblicani, che avevano accettato con fatica l’idea di sostenerlo come candidato vicepresidente nella campagna del 1900, che però vinsero nettamente anche grazie all’eroe di guerra. Per questo, quando McKinley fu assassinato nel 1901, prima ancora di completare il primo anno del secondo mandato alla Casa Bianca, lo shock all’interno del partito di maggioranza di trovarsi con Roosevelt alla guida del paese fu quasi maggiore dell’orrore per il terzo presidente ucciso in meno di quarant’anni (dopo Abraham Lincoln nel 1865 e James Garfield nel 1881). Roosevelt però conquistò in fretta gli americani con la sua modalità vivace di far politica con lo spirito del “Rough Rider”. Celebre e proverbiale divenne una frase che ripeteva spesso: “Parla con gentilezza e portati dietro un grosso bastone: andrai lontano”. La politica del “grosso bastone” l’applicò ben presto in politica estera proprio nello scenario dell’America Latina. Non solo alzando la voce nella crisi del Venezuela, ma soprattutto forzando la mano anche al Congresso per dar vita a uno dei progetti a cui era più affezionato: quello di costruire un canale a Panama, per unire l’Atlantico al Pacifico. Quando la Colombia negò agli Stati Uniti i diritti di costruire l’opera in quella che all’epoca era la loro provincia di Panama, Roosevelt inviò le navi da guerra al largo di Panama City – senza chiedere autorizzazioni al Congresso, come Trump – e appoggiò le fazioni locali che lottavano per l’indipendenza. Il 3 novembre 1903 Panama veniva dichiarato uno stato indipendente e gli americani per decenni ne furono il protettore. I lavori per il canale cominciarono nel 1907, Roosevelt visitò i cantieri e li seguì come fosse un suo progetto.
Ma i fattori che fecero di Roosevelt un presidente da scolpire nella pietra sul Monte Rushmore, adorato dagli americani e giudicato in buona parte positivamente dagli storici, vanno oltre i tratti di colore dell’eroe di guerra e del bastone nodoso che usava come simbolo. Trump si riconosce sempre più nel predecessore di inizio ventesimo secolo anche perché, come lui, Teddy Roosevelt è sopravvissuto a un attentato che lo ferì ed è tra i pochi ad aver tentato una seconda scalata alla Casa Bianca (in questo The Donald lo ha battuto, riuscendoci). Il 26esimo presidente degli Stati Uniti è stato però un uomo dalla personalità complessa, molto diverso dall’ex costruttore di New York, con una vita ricca di drammi che supera lo stereotipo del guerriero aggressivo. Nel 1884, per esempio, divenne padre per la prima volta, ma due giorni dopo perse nel giro di ventiquattro ore sia la moglie, sia la madre. Sconvolto, affidò la neonata alla sorella, abbandonò una carriera politica appena intrapresa e per anni si ritirò a fare l’allevatore e il cacciatore di bisonti in Dakota. Diventò un cowboy e sviluppò in quel periodo un amore viscerale per i grandi spazi e per la natura incontaminata americana. Una volta diventato presidente, questo scorcio della sua vita fu la base su cui costruì una politica di conservazione dell’ambiente che è alla base del patrimonio che gli Stati Uniti possiedono oggi in termini di parchi nazionali, riserve, aree protette e legislazione per la protezione federale dei grandi tesori naturali: tutte iniziative che Trump, pur ammirando Roosevelt, oggi sta rimettendo in discussione.
Teddy Roosevelt fu poi il padre della dottrina antitrust, il nemico di una certa Corporate America che puntava al monopolio, soprattutto nei settori del petrolio e delle ferrovie. Odiava le aziende che diventavano troppo grosse, si schierò più volte dalla parte dei sindacati in rivolta per condizioni di lavoro migliori e in definitiva fu un modello insolito di presidente repubblicano, molto attento ai conflitti di interesse. Anche in questo molto lontano dal suo attuale successore, data la scarsa simpatia dell’amministrazione Trump per qualsiasi iniziativa antitrust e la spregiudicatezza con cui il clan del presidente si muove intrecciando affari e politica. Teddy Roosevelt sarebbe stato durissimo con l’attuale Silicon Valley, come lo fu con la Standard Oil, e avrebbe trattato Elon Musk probabilmente come trattò John Rockefeller e il suo colosso petrolifero. Ma ciò che per ora separa più di tutto Teddy Roosevelt da Donald Trump, oltre al volto scolpito sul Monte Rushmore, non sono tanto le operazioni militari, quanto quelle di pace. Roosevelt credeva nella forza navale come strumento di deterrenza e di pacificazione e fu protagonista della mediazione che mise fine alla guerra russo-giapponese. Un grosso colpo che fece di lui il primo presidente degli Stati Uniti a ricevere il premio Nobel per la pace, seguito poi nel corso dei decenni da tre successori: Woodrow Wilson, Jimmy Carter e Barack Obama. E questa è probabilmente la cosa che Trump più invidia a Roosevelt.