Ansa
un primo bilancio
I dazi di Trump un anno dopo l'annuncio: danni contenuti
Anche se le tariffe del tycoon dovevano arricchire gli Stati Uniti come mai prima d'ora, oggi possiamo dire che gli obiettivi che si era dato il presidente americano sono stati rispettati solo in parte. Tuttavia, l'economia americana sembra aver mostrato una resilienza superiore alle attese
A più di un anno dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni e a quasi dodici mesi dall’annuncio del cosiddetto “Liberation Day”, che ha segnato l’introduzione di nuovi dazi sui prodotti importati negli Stati Uniti, in attesa che la Corte suprema si esprima sulla legalità degli stessi, si può tracciare un primo bilancio basato sui numeri.
E’ necessario ricordare innanzitutto come il livello dei dazi sia cambiato ripetutamente nel corso del tempo. Secondo il Budget Lab dell’Università di Yale, le tariffe annunciate sono state modificate trenta volte in dodici mesi. A gennaio 2025 i dazi medi negli Stati Uniti erano del 2,4 per cento, sono poi saliti al 28 per cento all’inizio di aprile e successivamente sono stati ridotti, con cambi repentini e contraddittori, fino a stabilizzarsi al 17 per cento. Anche di recente non sono mancati aggiustamenti drastici su singoli prodotti: le tariffe sulla pasta italiana, ad esempio, sono passate da oltre il 90 per cento a livelli prossimi allo zero, un andamento che suggerisce una gestione totalmente improvvisata e umorale della politica commerciale. Non solo: i dazi medi effettivamente pagati alle frontiere (il 12 per cento circa attualmente) si sono rivelati ben inferiori agli annunci, a causa di una sostituzione delle importazioni verso quelle tassate meno. Detto in modo semplice: tanto rumore, ma nei fatti il rialzo dei dazi è stato contenuto. Parallelamente, anche le valutazioni sull’impatto dei dazi sono cambiate nel tempo, seguendo l’evoluzione delle tariffe stesse. L’intento dichiarato dall’Amministrazione Trump era triplice: ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti (anche grazie al deprezzamento atteso del dollaro), contenere il deficit fiscale e favorire il rientro dei posti di lavoro manifatturieri delocalizzati soprattutto in Asia.
Per quanto riguarda il deficit commerciale, prima dell’arrivo di Trump gli Stati Uniti registravano un disavanzo di circa 70 miliardi di dollari al mese. Subito dopo l’annuncio dei dazi il deficit si è ampliato drasticamente, raggiungendo un massimo di 136 miliardi di dollari all’inizio del 2025. Questa espansione è stata in larga parte il risultato di un effetto anticipazione, con le imprese che hanno accelerato le importazioni nel tentativo di aggirare l’entrata in vigore delle nuove tariffe. Nei mesi successivi il deficit è tornato sui livelli pre-pandemia prima di scendere a 29,4 miliardi di dollari nel mese di ottobre 2025. Si tratta di una diminuzione significativa rispetto al picco e il dato più basso dal 2009 a oggi. Va però verificato il perché, ovvero se la riduzione è strutturale oppure se segnala semplicemente una pausa momentanea dovuta all’accumulazione di scorte precedenti (scenario più probabile visto che il miglioramento del saldo commerciale è trainato solo dal comparto farmaceutico e si accompagna a nuovi record di deficit con alcuni paesi come il Messico).
Sul fronte dei conti pubblici, le proiezioni del Congressional Budget Office all’inizio del 2025 indicavano un deficit fiscale pari al 6,2 per cento del pil per l’anno fiscale 2025. Il dato finale si è attestato al 5,9 per cento, un miglioramento molto contenuto e in larga parte derivante dal pagamento dei prestiti studenteschi destinato a non ripetersi. Del resto, anche nella migliore delle ipotesi, il gettito fiscale generato dai dazi si collocherebbe tra i 300 e i 350 miliardi di dollari all’anno, a fronte di un deficit complessivo di circa 2.000 miliardi. Ovvero, le tariffe possono coprire solo una quota limitata del disavanzo, rendendo evidente la distanza con l’obiettivo dichiarato. Ancora meno incoraggianti sono i dati relativi all’occupazione manifatturiera. Negli Stati Uniti, come in gran parte dei paesi avanzati, il numero di addetti nel settore è in calo da molti anni e questo trend non sembra essersi invertito. Anzi, risulta leggermente peggiorato. A luglio 2024 gli occupati nella manifattura erano 12,8 milioni, mentre l’ultimo dato disponibile, riferito a dicembre 2025, indica 12,7 milioni, con una perdita di circa 100 mila posti di lavoro. Al momento non si osservano segnali di produzioni rientrate negli Stati Uniti, al di là di annunci che appaiono più come promesse che come investimenti concreti.
Nel complesso, tuttavia, l’economia americana sembra aver mostrato una resilienza superiore alle attese. Prima dell’introduzione dei dazi, il tasso di crescita del trend del pil (il “Final Sales to Domestic Purchasers”) si collocava intorno al 3 per cento annuo. Dopo una flessione immediatamente successiva agli annunci, negli ultimi due trimestri il dato è tornato su livelli simili a quelli precedenti allo shock tariffario. Una tenuta, come ricordato, che è stata favorita anche dal progressivo ridimensionamento delle misure inizialmente annunciate. Ovviamente è ancora presto e gli effetti di misallocazione delle risorse indotti dai dazi continueranno nel tempo. Al momento però, l’intera vicenda appare trainata più dall’ideologia. La buona notizia è che gli effetti negativi sembrano essere contenuti.