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Negli Stati Uniti

I rischi che i follower di Trump non vogliono vedere sul test di midterm

Giacinto della Cananea

Il presidente americano punta a mantenere il controllo di entrambi i rami del Congresso. Mentre le dinamiche elettorali assumono una più netta dimensione nazionale, trascendendo i singoli stati. E il rischio di disordini aumenta

Fin dall’inizio del secondo mandato di Trump, molti hanno sperato che il suo stile “imperiale” fosse arginato dalle altre istituzioni, ossia il legislatore e i giudici. Ma, con rare eccezioni, i fatti non hanno corrisposto alle loro speranze. L’unica vera preoccupazione del presidente è per l’esito delle elezioni di midterm, che si svolgeranno il 3 novembre 2026, coinvolgendo tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e ben 34 dei 50 governatori statali. Contrariamente a quanto la sua retorica può far pensare, Trump dispone di un’esigua maggioranza parlamentare: 219 seggi nella Camera dei rappresentanti, rispetto ai 213 del partito democratico, e 53 seggi su 100 nel Senato. Secondo la Brookings Institution il partito del presidente ha perso un consistente numero di seggi nella Camera dei rappresentanti in 20 delle ultime 22 elezioni di midterm, a partire dal 1938. L’obiettivo di Trump, quindi, è contrastare questa tendenza, mantenendo il controllo di entrambi i rami del Congresso. All’opposto, il partito democratico si sforza di conquistare la maggioranza in almeno uno dei due rami, per impedirgli di realizzare la sua agenda politica.

Lo scontro politico è già iniziato nell’anno appena trascorso, con la revisione delle mappe delle circoscrizioni elettorali promossa da Trump negli stati determinanti per la sua strategia, come il Texas e l’Ohio. Sono iniziative discutibili, ma non sono nuove. La manipolazione delle circoscrizioni elettorali risale infatti al periodo iniziale della democrazia americana. Nel 1812 il governatore del Massachussets Elbridge Gerry ridefinì le circoscrizioni elettorali esistenti dando loro una forma simile a quella di una salamandra: di qui l’espressione “Gerry-mandering” che acquisì subito un significato disonorevole. Lo conservò in seguito, a causa del persistere della questione razziale dopo l’abolizione della schiavitù. Oltre a imporre requisiti di istruzione solo per gli elettori afroamericani, molti stati del Sud ridisegnarono le mappe delle circoscrizioni elettorali in modo da includere le minoranze razziali in poche distretti, rendendo il loro voto irrilevante negli altri.

Per porvi rimedio, il Voting Rights Act del 1965 soppresse i requisiti per la partecipazione alle elezioni. Nei decenni successivi, la Corte Suprema completò l’opera, dichiarando incostituzionali le mappe elettorali redatte unicamente su basi razziali. La revisione delle circoscrizioni non è nemmeno imputabile soltanto ai repubblicani. Per esempio, venti anni fa nella Carolina del Nord, i democratici disegnarono un nuovo collegio, con il dichiarato intento di favorire l’elezione del proprio candidato. Tuttavia, nel caso Easley v. Cromartie la Corte Suprema decise che quella misura non era incostituzionale, perché era di tipo partigiano, ma non viziata da considerazioni di tipo razziale, nel senso che il fattore etnico era solo coincidente con l’affiliazione politica del candidato.

La Corte Suprema ha avallato anche la controversa revisione delle circoscrizioni elettorali approvata dal Texas nella scorsa estate. Essa è stata avviata dopo cinque anni da quella precedente, mentre normalmente si effettua ogni decennio, per rispecchiare i mutamenti demografici. Inoltre, la nuova legge crea 5 nuovi seggi nel dichiarato intento di alterare l’attuale riparto dei 38 seggi disponibili per il Texas, portando da 25 a 30 quelli che il partito repubblicano ritiene di poter ottenere, ed è una manipolazione che – secondo i critici – mira a limitare oltremodo il voto delle minoranze etniche. Per impedire l’utilizzo della nuova legge nelle elezioni dell’anno prossimo, un’associazione privata, la lega dei cittadini latinoamericani l’ha impugnata dinanzi alla corte federale di El Paso, ottenendo una pronuncia favorevole sul punto più controverso, ossia l’accusa di “racial gerrymandering”. Ma all’inizio di dicembre la Corte Suprema ha annullato la sentenza, affermando che la corte inferiore non aveva fornito prove chiare e inconfutabili della venatura razziale che denotava la nuova mappa delle circoscrizioni elettorali e si era indebitamente inserita in una contesa elettorale già iniziata, che deve svolgersi esclusivamente sul terreno politico.

Due aspetti contribuiscono a comprendere l’importanza di questa pronuncia della Corte Suprema. Il primo si trae dalla recentissima intervista rilasciata dal giudice relatore, l’italoamericano Samuel Alito: per dare un’idea della rilevanza giuridica e politica delle decisioni urgenti richieste alla Corte ha fatto riferimento proprio al verdetto sul Texas, che tra l’altro è stato fortemente criticato dai tre giudici di orientamento progressista. L’altro aspetto è la reazione a catena che si è innestata. Per esempio, la riforma approvata a novembre in California (Prop 50), volta a favorire il partito democratico, è stata giustificata dal governatore Gary Newsom per compensare la manipolazione delle circoscrizioni nel Texas. Il governatore di un altro stato controllato dal partito democratico, l’Illinois, si è detto pronto a fare altrettanto. L’assunto è che si debba combattere il fuoco con il fuoco.

Ma ciò rischia di indebolire ulteriormente le basi della democrazia. Da un lato, le dinamiche elettorali assumono una più netta dimensione nazionale, trascendendo i singoli stati. Si attenua così la separazione tra questi ultimi e la federazione, cioè uno dei principali meccanismi istituzionali attraverso cui James Madison e gli altri padri fondatori cercarono di limitare lo spirito di fazione. Dall’altro lato, Trump ha annunciato più volte di essere pronto a inviare unità militari nell’Illinois per fronteggiare la crescente opposizione popolare ai raid degli agenti federali contro gli immigrati irregolari, dopo averlo già fatto in California. Aumenta, perciò, il rischio di disordini nel periodo precedente le elezioni, mentre è ancora fresco il ricordo dell’attacco al Campidoglio di Washington il 6 gennaio 2021. Le sorti della democrazia in America sono, quindi, più che mai incerte.

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